sabato 23 gennaio 2016

Viaggio lento in Turchia da Gaziantep a Goreme

autostop

Questo è il racconto introspettivo di un viaggio lento in Turchia, scritto dalla ventenne Valentina Locatelli. Un viaggio mozzafiato che vi farà venire voglia di prendere e partire per vivere una grande avventura come la sua! Brava Valentina!

Era il 26 dello scorso giugno quando con alcuni amici decisi di raggiungere la Cappadocia in autostop da Gaziantep, città del sud della Turchia dove vivevo al momento, svolgendo il Servizio Volontario Europeo con l’associazione turca "Gaziantep Egitim ve Gençlik Dernegi", grazie all’associazione italiana d’invio Scambieuropei.

viaggio in turchia


L’idea iniziale era quella di partire e tornare in autostop, con un folto gruppo (circa 15 persone), separandoci per macchine durante il tragitto come avevamo già fatto altre volte e dandoci un meeting point finale: Nevsehir. Come è facile che capiti quando si tenta l’impresa di un viaggio in autostop “di gruppo”, qualcosa andrà storto e perderemo presto il resto della squadra, che non rivedremo se non una volta rientrati a casa, a Gaziantep. Non avrebbe potuto andare meglio, perché da quell’imprevisto nascerà una grandiosa avventura.


autostop

Ci alziamo dunque presto, zaini in spalla contenenti il minimo indispensabile, pochi, pochissimi soldi per comprare cibo, nessuna connessione internet e in mano una mappa decisamente sommaria del percorso da compiere, giusto per avere un’idea della città dove andare soprattutto nell'ottica di chiedere un passaggio a qualcuno con la nostra misera conoscenza della lingua turca. Io e i miei amici abbiamo una tenda in quattro, una minuscola tenda due posti, che decidiamo di portare con noi per ogni eventualità; non abbiamo nessun programma se non quello, vago, di raggiungere, Nevsehir, in Cappadocia, e da lì proseguire per Göreme quindi improvvisare affidandoci alla seconda mappa, molto sommaria, disegnata sul mio taccuino di viaggio, con i camini delle fate e vari luoghi di interesse, disegnati in maniera abbozzata, perchè no, non sono una grande artista.
Dopo esserci incamminati a piedi in direzione dell’autostrada, iniziamo con la nostra mission impossible: fare l’autostop in città. Sappiamo già quanto sia lungo il percorso per raggiungere l’autostrada e trovare un buon punto strategico per fare l’autostop e sappiamo che nei prossimi giorni cammineremo molto, moltissimo. Partiamo anche con uno svantaggio: nel mio gruppo siamo in quattro, due ragazze e due ragazzi, di cui due minorenni: decidiamo di non separarci pur sapendo che sarà più difficile ottenere passaggi con un gruppo così numeroso.

autostop

All’inizio della nostra avventura abbiamo però fortuna: quasi subito si ferma un pick-up e con un giubilo di entusiasmo collettivo, quando mi avvicino al finestrino abbassato per chiedere se stiano andando verso l’Otoban, l’autostrada, notiamo che l’uomo ha già caricato 3 autostoppisti e che sono alcuni dei nostri amici.
Appena il tempo di lanciare gli zaini nel rimorchio e aiutarci a vicenda per saltare su che l’uomo turco di mezza età è già in partenza. In autostrada le nostre strade si separeranno dagli altri amici, a cui decidiamo di lasciare un vantaggio per compensarli del favore che ci hanno appena fatto chiedendo al loro autista di caricarci. Quindi dopo esserci salutati il mio gruppo si incammina a piedi lungo l’autostrada, per lasciare un po’ di spazio tra noi e gli altri e non ostacolarci a vicenda. Dopo qualche km a piedi li vediamo sventolare le mani mentre ci superano con un’auto sportiva, in cui, questa volta, non c’è posto per noi.

All’inizio del viaggio uno dei membri del gruppo ci fa giurare che cercheremo di fermare il meno possibile i camion, che sono super-confortevoli ma anche molto, molto lenti. Dopo un bel po’ di passaggi in auto molto brevi (e tanti, tanti chilometri a piedi sotto il sole), decide di arrendersi anche lui e per mia grande gioia mi lascia fermare un Tir: io adoro viaggiare in camion, sia per godermi il panorama da un’altezza privilegiata se non ho sonno, che per farmi una dormita nel letto dietro quando sono stanca morta se sto viaggiando con altre persone. Sono convinta che il camion sia il mezzo di trasporto ideale per un autostoppista: c’è sempre posto, perché il guidatore viaggia generalmente da solo. C’è il letto dietro o, come in questo caso, ce n’erano addirittura due! E poi i camionisti turchi sono adorabili. Abituati a macinare tanti chilometri in completa solitudine, quando ne hanno l’occasione caricano autostoppisti perché gli facciano compagnia. Mi è capitato di tentare di fare grandi chiacchierate in turco quando già lo parlavo un po’; mi è capitato di farmi capire a gesti; e mi sono capitati autisti che non hanno mai smesso di parlarmi per tutto il viaggio, pur rendendosi conto che non capivo una parola di quello che mi raccontavano. Chissà forse avevano solo bisogno di qualcuno che li ascoltasse.

Fatto sta che ci adagiamo quando scopriamo che il camionista ci porterà fino a Nigde, nella giusta direzione. Il camionista in questione è minuscolo, oltre che giovane: ce ne rendiamo conto soltanto quando alla prima piazzola ci fermiamo e scendiamo dal camion per fare “merenda” con lui: è alto la metà di me. Durante i miei numerosi viaggi in Turchia ho sempre notato questa particolarità: ogni volta che una persona ti offre un passaggio, puoi star certo che ti offrirà anche acqua e cibo, cibo in abbondanza. Certo, ci sono anche autisti che offrono altro, ma questa è un’altra storia.
Una volta giunti a Nigde però, quando ci lascia al lato della strada, mentre seduti a terra ci rimettiamo le scarpe che avevamo tolto nel camion, ci guardiamo e rendiamo conto che il suo passaggio ci ha si risparmiato un bel po’ di chilometri a piedi tra un passaggio e l’altro in auto, ma ha anche richiesto molto più tempo: il sole sta già tramontando.
Normalmente evito di fare l’autostop con il buio ed è off-limits se sono da sola. Non siamo attrezzati, abbiamo solo una torcia non troppo potente e la cosa più sensata da fare sarebbe fermarsi e trovare un posto dove campeggiare per la notte. Il fatto è che siamo ancora lontani dalla città, siamo in autostrada e non possiamo campeggiare qui. Per non dimenticare, poi, che il nostro punto d’incontro è a Nevsehir con il resto del gruppo, anche se in questo momento sta diventando secondario.
Ci avviamo quindi a piedi con la speranza di raggiungere la città e poter uscire dall’autostrada per trovare un posto dove passare la notte, nel mentre cerchiamo comunque di fare l’autostop, almeno fino alla prima uscita. Camminiamo moltissimo e iniziamo a demoralizzarci e preoccuparci perché c’è ormai buio pesto quando si ferma un altro camion. Con nostro stupore l’autista ci dice che è diretto a Nevsehir: decidiamo di salire.
Una volta arrivati a Nevsehir, siamo per strada stanchi e stralunati e fermiamo la prima persona che troviamo per chiedere di poter fare una telefonata con il suo cellulare: chiameremo uno degli amici turchi del gruppo per capire dove sono. Ci risponde e ci dice che in realtà l’intero gruppo, noi esclusi, si è trovato, si è perso, e di nuovo ritrovato durante il percorso, decidendo di comune accordo di fermarsi a passare la notte a Nigde quando hanno visto imbrunire.
Siamo arrivati per primi, fantastico. Ed ora? C’è già buio, non abbiamo preso accordi con nessuno perché ci dia ospitalità a Nevsehir, abbiamo una tenda, ma in pieno centro città ce ne facciamo poco… Rincorriamo l’uomo che ci aveva prestato il telefono, che insolitamente parlava inglese, per chiedergli se ci sia un parco nelle vicinanze dove poter piantare la tenda. Ci guarda come fossimo degli alieni e ci dice di seguirlo. Lo seguiamo. Arriviamo ad una fermata del pullman, lui parla per un po’ in arabo al telefono –scopriremo che non è turco ma iracheno- e ci dice poi in inglese che alcuni suoi amici ci possono ospitare per la notte.
Arrivano questi ragazzi più o meno della nostra età, c’è buio, l’uomo ci dice che ci deve lasciare ma che possiamo seguirli. Potrebbero essere trafficanti di organi, terroristi, serial killer... Beh, li seguiamo. Non parlano una parola d’inglese e a gesti ci fanno segno di seguirli. Uno dei due ragazzi che viaggia con me mi sussurra all’orecchio che fingeremo di essere sposati, così per scrupolo. Per strada l’unica cosa che continuano a dire è UNHCR e la ragazza kosovara che è con me lo interpreta come un tentativo di spiegarci che lavorano per l’UNHCR: sono vestiti bene e l’uomo che abbiamo fermato era molto distinto. Arriviamo a casa loro, una casa piccola, modesta, e troviamo altri 3 ragazzi. Nessuno di loro parla inglese, a gesti ci chiedono qualcosa, forse se abbiamo fame. Lungo la strada si sono fermati a comprare del pane ed altre cose e crediamo siano per noi. Ci sediamo a terra su un tappeto in questa stanza disadorna, esitanti, senza capire bene cosa accada intorno a noi fino a quando arriva un ragazzo molto giovane, con un sorriso da orecchia a orecchia e uno smartphone in mano: non sarà un granché, ma in questa situazione Google Translator è stato di immenso aiuto. I ragazzi sono iracheni, hanno perso tutto e si trovano a Nevsehir dopo aver richiesto asilo politico. Uno tira fuori un pezzo di carta attestante il suo status di rifugiato, in alto la sigla UNHCR e ora capiamo cosa cercavano di dirci.


viaggio in turchia
Dopo poco sbuca nuovamente il ragazzone che ci aveva accompagnati fin lì con un vassoio e quattro piatti pieni di una sorta di pasta e ce lo mette davanti: siamo molti di più, ma ci sono solo quattro piatti. Google Translator ci dice di mangiare, che è per noi. Quella notte giochiamo a carte con loro, senza capire molto le regole del gioco. Uno di loro, sempre con Google Translator, ci spiega che è così che passano il loro tempo: aspettano. Che la situazione cambi, che possano tornare a casa, sempre che una casa ancora ci sia, che finisca la guerra.


valentina locatelli
Dormiamo in una camera che ci hanno mostrato e soltanto la mattina ci rendiamo conto che 3 ragazzi hanno dormito per terra, su quello stesso tappeto dove abbiamo mangiato, per lasciare i loro letti a noi. La mattina ci fanno il tè, ci lasciano usare il loro bagno per fare la “doccia”, un getto d’acqua sgangherato in una stanza che si allaga non appena lo apri, e ci danno pacche sulle spalle e augurano buona fortuna per la nostra avventura, perché la sera prima gli ho mostrato la mappa e i disegnini dei posti che andremo a vedere. Abbiamo deciso di proseguire da soli, zaini in spalla e ci avviamo lungo una strada polverosa per tornare alla strada principale per ricominciare a fare l’autostop e raggiungere Göreme, là dove avrà inizio l’Avventura, ma mi rendo conto che l’avventura è già iniziata da un bel po’.


Restate sintonizzati per il proseguimento dell'avventura!

Valentina Locatelli


Se vi è piaciuta l'avventura di Valentina, potete donarle del credito di tempo. Per sapere come fare iscrivetevi qui.