mercoledì 20 luglio 2016

Viaggio lento in Spagna e Portogallo: sul paradigma della crescita economica

Nota: In questo post cerco di introdurre brevemente e nella maniera più chiara possibile alcuni concetti complessi (questo vuole essere pur sempre un blog di viaggio e non di economia). Per chi volesse approfondire, consiglio di consultare la bibliografia fornita alla fine del post.
[... continua da qui]
In “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”, l'economista John Maynard Keynes scrive: “Tre ore di lavoro al giorno [...] sono più che sufficienti per soddisfare il vecchio Adamo che è in ciascuno di noi”. Ovvero, in una economia di sussistenza, liberata dalla schiavitù del profitto e caratterizzata dalla parola chiave cooperazione anziché competizione, non sarebbe necessario lavorare più di questo. La domanda, pertanto, sorge spontanea: posto che la giornata lavorativa standard è (quando va bene) di 8 ore, dove va a finire il prodotto delle 5 ore che mancano per completare l'equazione?
Secondo Marx queste ore addizionali generano quel "plusvalore", valore aggiunto dal lavoratore al prodotto del suo lavoro, che va ad accrescere il capitale di colui che possiede i mezzi di produzione. Visto che al giorno d'oggi parlare in termini di teoria marxista sembra spaventare un po' tutti, propongo una mia personale interpretazione: quelle 5 ore di lavoro extra sono destinate a coprire spese legate allo stile di vita dettato dal lavoro stesso (quelle famose spese che sono costretto a sostenere se ho solo 2 settimane per andare in vacanza, di cui ho parlato nel post precedente). In altri termini ancora: 3 ore servono per (guadagnare il salario necessario a) coprire i bisogni fondamentali, le restanti a "far girare l'economia", "sostenere la crescita" o "far crescere il PIL". E qui, ancora una volta, occorre spiegare.
Il paradigma della crescita economica
Dando una rapida occhiata alle sezioni economiche dei principali giornali del mondo,  mi imbatto senza troppo sforzo nei seguenti titoli:

corriere

elpais_1
repubbica_2
lemonde

Valore monetario totale dei beni e servizi prodotti in un Paese. Semplifichiamo un attimo: ammesso e non concesso che questo valore monetario possa aumentare anche senza che aumenti la quantità materiale di beni (si pensi, per esempio, ad un miglioramento della qualità di un prodotto), assumiamo che la componente quantitativa su quella qualitativa rimanga preponderante (migliorare un prodotto in termini qualitativi richiede più tempo che aumentare la produzione dello stesso, che so già produrre). Se ci concentriamo quindi sulla produzione, crescita significa, secondo il modello economico dominante, più produzione e consumo di beni.
Ma più produzione significa più utilizzo di risorse e generazione di residui, e più generazione di residui comporta tutta una serie di conseguenze a livello ambientale, come ad esempio inquinamento della terra e dell'acqua e incremento delle emissioni di gas serra che a detta di gran parte della comunità scientifica sono responsabili di quello ormai noto come cambiamento climatico.
Piccola digressione sull'attualità: negli ultimi tempi di cambiamento climatico si parla spesso, e le evidenze che questo possa comportare tutta una serie di conseguenze a livello non solo ambientale, ma anche economico e sociale, hanno spinto i governi di tutti i Paesi del mondo a riunirsi per confrontarsi sul tema. In realtà si è cominciato a farlo già nel 1992 con la Conferenza sull'Ambiente e sullo Sviluppo delle Nazioni Unite di Rio de Janeiro, anche se con scarsi risultati. L'ultimo di questi incontri si è svolto a Parigi qualche mese fa (la Conferenza sul Clima - COP21) partendo dalla premessa che “Il cambiamento climatico rappresenta una minaccia urgente e potenzialmente irreversibile per le società umane e per il pianeta”, e che occorre dunque “la massima cooperazione di tutti i paesi” con l’obiettivo di “accelerare la riduzione delle emissioni dei gas a effetto serra” (il testo finale approvato si può trovare qui).
French President Francois Hollande and UN Secretary-General Ban Ki-moon react during the final plenary session at the World Climate Change Conference 2015 (COP21) at Le Bourget
Da sinistra a destra, il segretario generale dell'Onu Ban Ki-Moon, il ministro degli esteri francese Laurent fabius e il presidente francese Francois Hollande a seguito dell'approvazione dell'accordo sul clima. (foto Stephan Mae, Reuters/Contrasto, tratta dal seguente articolo sulla rivista Internazionale)
Fin qui tutto bene, dunque: tutti i paesi del mondo hanno affermato in maniera più o meno concorde la necessità di ridurre le emissioni di gas serra per far fronte alle conseguenze derivanti dal cambio climatico. Eppure nessuno, e dico nessuno, ha sottolineato il nesso evidente tra crescita economica e cambiamento climatico. La crescita, insomma, non si può toccare. Occorre fare tutto il possibile per ridurre le emissioni, ma continuando a crescere.
Mi fermo un attimo. C'è qualcosa che non torna.
La visione neoclassica del processo economico
Stando a quello che si legge in giro sembrerebbe insomma che senza crescita le economie dei paesi industrializzati siano destinate al tracollo. Eppure a partire dagli anni '70, alcune "voci fuori dal coro" iniziarono a mettere in dubbio questo paradigma: l'economista Kenneth Boulding, per esempio, ironizzava: "Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all'infinito in un mondo finito è un folle, oppure un economista"; il Club di Roma, nel suo Rapporto sui limiti dello sviluppo, iniziava ad interrogarsi sulle conseguenze della continua crescita della popolazione sull'ecosistema terrestre; alcuni fisici provavano a convincere gli economisti della necessità di tener conto delle leggi della termodinamica all'interno dei modelli economici. Lentamente, insomma, si iniziava ad insinuare il dubbio che qualcosa nella visione che il modello economico dominante forniva della realtà non andasse.
Effettivamente, se guardiamo all'economia come ciò che tutto ingloba, un macro-insieme entro cui la natura e l'ambiente rappresentano solo dei "fornitori di materie prime" o delle "imprese di stoccaggio dei rifiuti di produzione" (a cui perdipiù non è associato nessun costo), una crescita infinita è sempre possibile. Non c'è nulla che venga sacrificato in cambio della crescita, l'espansione è come quella di un palloncino infinitamente estensibile che si espande nello spazio vuoto. L'unico limite è rappresentato dall'innovazione tecnologica, e poiché è sempre possibile trovare nuove soluzioni tecnologiche a nuovi problemi, la crescita non ha limiti. Questa è la visione che appartiene al modello neoclassico.
Secondo questo modello, l'economia è costituita da due gruppi di attori principali (diagramma del flusso circolare in figura): una parte "produttiva" (le imprese) e una parte destinata al consumo di ciò che viene prodotto (le famiglie o i singoli individui). Le imprese producono e forniscono beni e servizi agli individui, questi a loro volta richiedono alle imprese beni e servizi (parte bassa del grafico). Ciò che viene prodotto (offerta) e ciò che viene richiesto (domanda) si incontrano nel mercato dei beni e servizi, e il prezzo viene determinato dalla loro interazione (legge della domanda e dell'offerta). Allo stesso tempo, le imprese richiedono agli individui che forniscano loro i fattori di produzione (forza lavoro, terra, capitale), questi li offrono alle imprese (parte superiore del grafico). Il prezzo dei fattori di produzione, analogamente a quanto avviene per i beni e servizi, viene determinato dall'incontro tra domanda e offerta nel mercato del lavoro.
diagramma_flusso_circolare.png
Il diagramma del flusso circolare.
Qual è la caratteristica di questo modello? Che l'economia è descritta come un sistema isolato: niente entra dall'esterno, nulla esce verso l'esterno. Cos'è che passa da un lato all'altro esattamente? Sono davvero beni e servizi fisici, lavoratori reali, terre e risorse materiali? No. Ciò che si muove dalle imprese agli individui è il loro "valore di scambio", il potere che hanno queste cose fisiche di essere acquistate. Questo è quello che interessa alle imprese: il valore di scambio. Una volta passati al consumatore, questo valore di scambio si "reincarna" nei fattori di produzione, e come fattore di produzione inizia il proprio viaggio di ritorno. Cosa succede a tutto ciò, beni e fattori di produzione, durante il processo? Occorre far entrare nuove materie prime o immettere energia nel sistema? Si generano scarti, qualcosa che esce dal sistema? Non sembra che il modello lo preveda. Non c'è dissipazione, il sistema visto in questi termini è una macchina di moto perpetuo.
[continua...]
Per approfondire:
Herman E. Daly and Joshua Farley- Ecological Economics: Principles and Applications
Herman E. Daly - Economics in a Full World