lunedì 29 agosto 2016

Il mio Cammino di Santiago.

Un viaggio nello Straordinario. (Parola di una programmatrice seriale).



Parte I: Doomsday.


Se qualcuno di voi ha un amico che ha camminato per diversi km nelle campagne della Spagna, o ha mai sentito nominare la Via Francigena, sa che il viaggio verso Santiago non inizia nell'esatto istante in cui si mette in spalla lo zaino e si comincia a procedere lentamente, per tappe di 25-35 km, verso la Meta. Chiunque abbia sentito nominare del "Camino", sa che il viaggio vero e proprio inizia molto prima, potenzialmente sul divano di casa tua. Per continuare nella lettura, devi anche sapere che in Spagnolo, la traduzione di "meta" è Destino. Lo scopo principale del Pellegrinaggio è quindi "llegar a destino" - arrivare alla meta, arrivare al tuo Destino.

il simbolo del cammino di Santiago

Il Camino è un'esperienza, prima che un vero e proprio viaggio. Posso dire che i pellegrini si dividono in due macro-categorie:

  1.  chi ha intenzione di provare a se stesso la sua forza d'animo e di fisico, chi ama stare in compagnia ed in aperta campagna, persone nelle quali scorre l'avventura nelle vene, chi ha necessità di staccare la spina.
  2.  chi affronta momenti di buio totale, di estrema insoddisfazione e di scarsissima autostima. Chi ha cominciato a pensare di non essere nessuno, che non potrà mai essere felice e che la sua vita non solo gli sta stretta, ma lo sta inghiottendo dall'interno, provocando un'implosione da Big Bang.

Io faccio decisamente parte della seconda categoria, e mi rendo improvvisamente conto che sì, le implosioni sono devastanti, ma che l'ultima volta che è successo tutti i detriti hanno formato un incredibile, meraviglioso, mondo nuovo: la nostra Terra. 
Senza pensare di essere più grande di una formica in questa immensa Galassia che fa parte di un Universo, ho pensato che anche io potessi provare, potessi cercare di spingermi fino all'estremo (perché per me, 75 kg per 170 cm di altezza, praticante convinta della disciplina olimpica "divaning" dopo essersi distrutta un ginocchio sugli sci, mai nessuna notte in tenda, né in in un ostello in 27 anni di vita) per riuscire a creare una forza interna devastante ma, allo stesso tempo, creatrice.

Questo non è il racconto di un'avventuriera, non è il résumé di una fervente cattolica né il percorso ascetico di una donna in crisi per l'avvicinamento dei 30 anni. Non è un racconto di forza né di coraggio. E' un viaggio lungo 120 km che ho fatto all'interno di me stessa.

120 km, 7 giorni per farli. Tanti dicono che ho provato solo un assaggio, e sono poco degna di essere chiamata "pellegrina", in quanto ho fatto solo 1/7 dei 700 e rotti km che chiamiamo "Via Francigena", la via percorsa nell'antichità da San Giacomo per arrivare alla Cattedrale.
Ma tu non hai idea di quante volte io mi sia guardata nelle mutande ed abbia cercato le palle per farlo.
Non le trovavo da nessuna parte. Così, credo che loro abbiano trovato me. 
Per questo ti dico che il viaggio PER il Cammino di Santiago inizia nell'esatto istante in cui tu capisci che è arrivato il momento.

Mi spiego meglio. So che non capirai se non lo hai fatto, so che ti sembrerò pazza perché anche io credevo che i miei interlocutori mi stessero prendendo in giro.

Sono una lavoratrice. Una vera stacanovista: mi piace lavorare, mi piace(va) essere un Project Manager. 
Un Project Manager è semplicemente colui che detta i tempi per la fine di un progetto, e tutte le varie scadenze intermedie per fare in modo che si arrivi in tal data a tal compito.
Il tempo per me è sempre stato un nemico, non un alleato. 
Abbiamo coniato un mood. In inglese, il termine  "scadenza" si traduce con "deadline"- letteralmente - "linea della morte". Noi ci credevamo, noi capivamo che erano gli inglesi ad avere ragione: tu, alla scadenza, ci arrivi semi-morto.
Prima di fare del mio rigore e della mia precisione un lavoro per il quale mi pagavano, ero una programmatrice anche nella vita privata: all'epoca abitavo con i miei genitori, e sapevo che da lì a poco sarei andata a vivere con il mio ragazzo. Il rapporto con mia madre non era mai stato dei migliori: è una donna meravigliosa e mi adora, ma lo stile "calcolatrice" mi è stato inculcato da lei, e così ho vissuto 27 anni sapendo che alle 8 mi sarei dovuta svegliare, avrei dovuto guidare per 20 minuti fino a recarmi al posto di lavoro, avrei finito alle 19, avrei cenato alle 19.30, avrei studiato per prendere la Laurea Specialistica e sarei andata a letto, per ricominciare daccapo il giorno successivo.
Ho orari scadenziati da quando ero in fasce: per me quindi alzarmi alle 8 del mattino e sapere già perfettamente come sarebbe andata la mia giornata fino al momento di coricarmi, era quasi tranquillizzante.
Ciò che scuoteva l'andamento del mio idillio erano le 8/10 ore lavorative, dove ovviamente il 70% degli eventi che programmi si spaccano in 10 secondi, impattando su tutti gli step successivi che tu avevi preparato.
Non è divertente, per una calcolatrice (nel senso di PERSONA calcolatrice - ma talvolta anche di oggetto, così mi sentivo ogni tanto) sapere che deve ricominciare daccapo un progetto partito 365 giorni prima e già mandato all'aria 7-8 volte, ti insinua un tarlo: mi piace davvero questo lavoro? Ero così felice quando l'ho ottenuto! Non sono più in grado di farlo? Non sono capace?

Contemporaneamente a queste domande che cominciavano a mangiarmi dall'interno (e che è successo? Mi sono laureata, per che cosa? Perché non mi sta bene quello che faccio con -là fuori- una schiera di coetanei senza lavoro? Io guadagno bene, ma mi lamento...), decido che la mia relazione sentimentale non è come la sognavo e chiudo una storia di 3 anni, nata in circostanze non paradisiache ma che siamo riusciti ad arginare tutto sommato bene, per mancanza di aspettative.

Le due problematiche, ora contemporanee, erodono i miei giorni che annegano nell'alcool delle serate da single. Scopo principale: mettere a tacere quella che ho sempre creduto essere la mia più grande alleata: la mia mente. Il mio cervellone del quale sono sempre andata fiera, la mia àncora, la mia calcolatrice, di poco più di un chilogrammo, mi stava remando contro imponendomi un'apatia, un'insoddisfazione ed una tristezza che non erano mai stati miei.

Ho cominciato a capire che dovevo invertire la rotta, che la mia razionalità ed i miei calcoli mi avrebbero esaurito. Ho aperto altri occhi, e così sono cominciati ad apparire dei segni.

essere se stessi

Passeggiavo nella mia cittadina di provincia e vedevo manifesti riportanti ragazzi in pellegrinaggio verso Santiago, le frecce gialle mi cadevano addosso, su cartelloni che mostravano la direzione per il canile comunale e sui bidoni della spazzatura, sulle emails dei clienti che mi parlavano di conchiglie (<<ma io faccio cosmetici, cosa c'entrano le conchiglie?>>), nelle parole delle persone che incontravo, nelle battute dei commessi di calzature con il tacco (<<potresti camminare per 100 km con queste scarpe e non sentire mai il dolore nei piedi>> - si, sticazzi, parliamone).
Insomma, non che tutto si riferisse con chiarezza a questo, ma io vedevo queste piccole cose come grandi segnali del destino.
Avevo paura di partire da zero a 800 km a piedi, ero preoccupata che assentandomi dal lavoro per 30 giorni sarebbe successo il finimondo ed ero in crisi per me stessa, se mai sarei riuscita a sopportare così tanto dolore fisico e mentale.
La risposta è arrivata qualche giorno dopo, quando sono deliberatamente andata ad una Messa commemorativa per i Pellegrini già tornati dal Cammino.
Gli ex hermanos organizzavano un viaggio di 7 giorni, da Sarrìa a Santiago, proponendo tappe che io reputavo fattibili. Spiegavano come avremmo dovuto interfacciarci alla camminata, quali erano le cose da acquistare, che cosa era ed a cosa serviva la Compostela e benedendo i futuri camminatori folli.
Ripeto: io non sono credente. E a dirla tutta, buona parte di ciò che gira intorno alla Chiesa (che è fatta di entità umane, che, per quanto - nella teoria - possano essere più puri o più inclini ad aiutare il prossimo, rimangono comunque persone con i propri vizi e le proprie prediche talvolta mal riposte). 
Questa festa però è stata il colpo di Grazia. Trovare persone come me, dubbiose se partire o meno, ascoltare le loro storie, scambiare le nostre opinioni, mi ha fatto entrare direttamente in un clima di pace che volevo, DOVEVO, mantenere per salvarmi da questa apatia.

La settimana successiva sarebbe stata quella di Pasqua. Ed io ero più determinata che mai a cercare di morire e risorgere in quegli stessi giorni. Non ascoltavo i miei amici che mi dicevano che non ce l'avrei fatta, non ascoltavo chi mi bollava come un'autolesionista, né chi tentava di farmi credere che se avessi voluto, avrei potuto camminare nelle campagne del cremasco e trovare me stessa senza dover prendere nessun aereo e senza dover dormire in nessun Albergue in mezzo a sconosciuti in un sacco a pelo.

Ho seguito me stessa. Per la prima volta. 

Il giorno successivo ho prenotato un aereo per Santiago, il martedì sono andata a ritirare la Compostela ed il Venerdì Santo sono partita con uno zaino di 7 kg, un cappellino, due paia di mutande, due tutori per le ginocchia ed ho lasciato a casa il mio scudo: il mio mascara, la mia biro ed il mio blocco per gli appunti. 
Non ho calcolato nulla e non volevo nessuno con me, oltre alla me stessa che Dio solo sapeva dove l'avevo lasciata negli ultimi tempi. Ho ritagliato il viaggio proposto dagli ex Pellegrini e l'ho fatto su misura per me, senza prenotare nessun pullman, nessun albergo, nessuna navetta porta-zaini, solo un aereo verso la meta.
Ho solo previsto che tutto sarebbe andato per il meglio, se solo io ci avessi creduto.
Ho solo pensato che, come avevo visto i segnali dell'Universo qui, ne avrei visti di più sul tratto magico che mi separava di 100km da Santiago. 

Non sapevo ancora che 100 km dopo non sarei stata più la stessa, tenace, forte, persona che era partita e non potevo immaginare che ogni roccia, ogni scritta, ogni incontro, parlasse di me e fosse così, incredibilmente, lento ed imprevedibile.