giovedì 22 settembre 2016

Il mio Cammino di Santiago. Parte II: Ground Zero.

Il pellegrinaggio di Chiara verso Santiago de Compostela


pellegrinaggio verso Santiago de Compostela

Ormai il volo è prenotato: ho 4 giorni per organizzarmi e non so da dove cominciare.
Maledico la mia idea di averci messo una vita a prendere la decisione, ma essermi tenuta pochissimo tempo per organizzare il tutto. Non ho nemmeno comprato lo zaino (la mia casa portatile per la prossima settimana), e il mio monolocale (leggi sottotetto) straripa di scatoloni da disimballare, che fungono da divano e tavolo da una decina di giorni.
Mi metto d’impegno, esco dall’ufficio e mi reco al Decathlon più vicino. Mi rendo conto che le scarpe che possono più assomigliare a qualcosa di comodo per camminare per diversi km sono un paio di zeppe tacco 5cm. Vorrei insultarmi da sola, ma il commesso ci riesce meglio, compiendo perfettamente entrambi i compiti del giorno: vendermi ciò che stavo cercando, e mazziarmi con savoir faire.

Entrando più nel dettaglio, esco dal negozio dopo 120 minuti con:

a) scarpe da trekking di una misura più grande - “in questo modo l’alluce ha agio, così come quel terribile secondo dito lungo più del primo”-,
b) dei calzini di spugna – “due, non hai posto per metterne di più” -
c) un pile ultralight
d) due ginocchiere – “sei sicura di quello che stai facendo?” -
e) un paio di pantaloni lunghi con la zip a metà polpaccio –“nel caso avessi caldo nel pomeriggio, visto che non puoi portarti 2 paia di pantaloni”-, e due magliette quickdrying.
f) un sacco a pelo ed una mantellina per coprire me e lo zaino dalla pioggia.
g) Uno zaino da 60l – “per me è piccolo però vedi tu” –

il coraggio sotto a brandelli ed un numero di telefono nascosto nella scatola delle scarpe, ma questa è un’altra storia.

Effettivamente, devo fare piuttosto ridere con le collant nere, il vestitino ed il cappellino della mia azienda,  mentre cerco di convincere me stessa che un paio di scarpe comode valgono tutti i soldi che sto spendendo. Torno a casa fiera mostrando gli acquisti alla mia coinquilina, che per tutta risposta mi scatta una foto e la pubblica su Facebook con didascalia annessa:

Ma n’do – intercalare volgare – vuoi annà?

La foto scattata dalla mia conquilina
e la checklist dello zaino affianco.
E voi cosa vi portereste dietro?

Orio al Serio – Santiago de Compostela.


È Venerdì Santo, ed alle 15h30 ho il volo.
L’unico amico che crede in me si offre di portarmi all’aeroporto e di farmi compagnia nelle ore immediatamente precedenti il decollo.
Ho paura dell’ignoto in cui mi sto buttando, ma sono elettrizzata. Non ho pesato lo zaino, ma credo si aggirasse intorno ai 7-8 kg. All’interno c’era tutto ciò che avevo acquistato da Decathlon, un docciashampoo, un accappatoio, 2 cambi di intimo, un paio di leggins, un taccuino – non ho resistito -, una torcia, la Compostela, una sciarpa e un paio di scarpe di ricambio da pochi euro – scoprirò sia stata una delle scelte più stupide abbia mai preso -, ed indossavo un paio di jeans e una maglietta . Sembra poco, ma lo zaino esplodeva ed era pesante come non mai. Ho provato almeno 50 combinazioni per fare in modo che tutto stesse nel migliore dei modi, ma nulla: dall’esterno, la mia casa portatile sembrava sul punto di sparare una zip in testa a qualcuno, talmente era tesa.

cammino di santiago
Foto terribile, ma all’epoca non ero un’amante della fotografia.
Questa immagine rappresenta la nebbia della città di PortoMarin,
(sono Lombarda, quindi la nebbia la conosco bene,
questa è riuscita a stupirmi lo stesso).


cammino di santiagoSupero i controlli ed arrivo al gate. Mi aspettavo altri pellegrini, che pensavo di riconoscere in un lampo, dato che sarebbero stati tutti carichi come dei muli come lo ero io e già immersi nello spirito magico e socievole del cammino.
Controllo meglio: sono quasi tutti anziani che per la Pasqua si muovono verso la Meta delle Mete: Santiago de Compostela.
“Non può essere” – mi dico – “speravo di entrare nel mood immediatamente, scambiarmi opinioni e pacche sulle spalle!”
Mi illumino: vedo uno zaino rosso e un uomo sulla 40ina seduto in disparte. Sento il bisogno dallo stomaco di parlare con qualcuno per stemperare l’ansia, e così conosco GianFranco, il mio primo hermano.
Dopo pochi minuti, ci rendiamo conto che i sedili a noi destinati del volo RyanAir – Santiago de Compostela sono adiacenti. Decidiamo immediatamente che il Cammino avrebbe voluto ci incontrassimo a prescindere: sistemiamo le nostre casette-zaini nella cappelliera e ci mettiamo a sedere.
“Alessia, ti chiami come mia figlia.”

Apprendo che la figlia di 9 anni è affetta da una malattia molto rara che la rende disabile al 100% e completamente dipendente dai genitori.
Gian si sente in colpa per aver lasciato la moglie sola, ma doveva farlo. Doveva farlo perché la bimba ha espresso il desiderio di camminare con il padre immersa dalla magia del Camino, ma in cuor suo sapeva che non avrebbe mai potuto farlo. Compito di Gian: fare più foto possibile, da mostrarle al rientro. Mi domanda di riflesso quale è il motivo che mi spinge a camminare per diversi km fino alla Meta. Non so cosa rispondere e quindi decido di non farlo. La mia infelicità mi sembrava così fuori luogo e stupida che non volevo dedicarle un momento di più.

foto cammino di santiago

Chiedo di più sull’associazione della quale è, per il suo impegno, Membro Onorario ed il viaggio passa veloce, “allietati” dalla voce squillante di uno steward simpatico come le vesciche sotto i piedi (è un paragone disgustoso, lo so, scusate, ma è il primo che mi sia venuto in mente ed è in tema col cammino).

Atterriamo, e sono le 19 circa del Venerdì prima di Pasqua, in Spagna, a Santiago de Compostela.

Google-iamo pullman, taxi, Uber, cerchiamo orari di treni: su ogni sito appare una scritta in spagnolo che il servizio riprenderà regolarmente il Martedì successivo, mentre, nei 3 giorni di festa, il personale sarà ridotto e così anche le corse.
Ci parliamo da Italiani: preoccupati, gesticolanti e un tantino audio-molesti.
Vincenzo ci urla da lontano che sarà il caso che la smettiamo di struggerci alla ricerca di qualcosa che non c’è: se avessimo voluto, nella sua Panda 4x4 parcheggiata giù, nel parcheggio dell’aeroporto, c’erano 2 posti liberi. Direzione: Lugo, 30 km a nord di Sarrìa, l’inizio della nostra prima tappa.

Accettiamo: non abbiamo alternative, e comunque ci sembra di poterci già immergere nel clima solidale che abbiamo letto essere parte integrante del Camino.

Sulla Panda, Vincenzo, Tarantino ex-gestore di un Albergue a PortoMarin, Carmen, la sua compagna di Lugo e Luna, il Labrador ben sistemato nel baule, ci aprono le porte della loro vita e ci raccontano il meglio che incontreremo sulla strada.

cammino di santiagoCi parlano del Polpo di Melide – reato non fermarsi a mangiarlo - , di non perdere la birra del Pellegrino, (ehehehe, anche se è un pellegrinaggio non è mica detto che non devi divertirti, o no?) della magia di Finisterre, (la mia preferita) che se ci troviamo un corso d’acqua ai lati della strada dobbiamo aspettarci una salita e subito dopo una discesa, (consiglio saggissimo che serve ovunque, anche al di fuori del cammino) ci mostrano la nostra prima freccia gialla, ci danno alcune indicazioni per la sopravvivenza dei nostri piedi, (i pozzi d’acqua sparpagliati sul cammino per i pellegrini hanno più o meno lo stesso effetto che hanno le oasi nel deserto per i beduini) ci offrono un aperitivo e ci trovano un posto dove dormire la nostra prima notte in Spagna, ma soprattutto, mi insegnano a fare lo zaino –“li devi arrotolare su loro stessi i vestiti: tengono meno spazio e non si stropicciano. Il sacco a pelo MAI sul fondo, la cintura dello zaino deve essere portata chiusa, in maniera tale che esso gravi sui fianchi e mai sulla schiena”

Poi tutti a nanna. Oggi ho imparato tanto, anche e soprattutto su me stessa. Non avevo mai dato fiducia ad uno sconosciuto e non avevo mai riposto tanta sicurezza nella bontà altrui.

foto cammino di santiago

C’è davvero così tanta bellezza nel mondo, ma perché non mi ero mai fermata a pensare che incontrare persone meravigliose potesse capitare anche a me?
Domani si comincia.

[CONTINUA]

Leggi il primo episodio di questo racconto:

giovedì 15 settembre 2016

Viaggio Lento in Slovenia e Croazia - Parte VI e conclusione

Dopo aver ricaricato le pile nell’idillio di Luka è tempo per noi di metterci in cammino, sulla strada del ritorno. Ripercorriamo al contrario la strada fatta quando siamo arrivate: a piedi fino al centro del paese, poi su un autobus sghangherato fino al porto, ad aspettare sotto al sole il traghetto che ci riporterà a Zadar appena in tempo per attraversare quasi di corsa la città e tornare al monumento del saluto del sole, imperdibile al tramonto: ovviamente ci aspetta una grande folla di turisti appollaiati sull’Organo Marino e lungo tutto il   lungomare in attesa dello spettacolo, ma in questo caso mi mette di buon umore pensare che così tante persone si radunino qui per salutare il tramonto, il quale non si farà attendere troppo e mi rimarrà impresso:





Il problema ora è raggiungere in tempo la stazione degli autobus, a tre chilometri, che faremo di corsa urtando con gli zaini i turisti e attraversando di nuovo la città perché ci siamo trattenute per troppo tempo sul lungo mare.

Prendiamo quella che sembra una scorciatoia ed allunghiamo inavvertitamente il nostro percorso, ci troviamo in una strada deserta ma fortunatamente incontriamo una signora olandese a cui chiedo indicazioni in tedesco e che, non avendo fretta, decide di accompagnarci, insieme alla figlia, fino alla stazione. Facciamo a mala pena a tempo a salutare le nostre "salvatrici" e corriamo come delle pazze appena in tempo per prendere il nostro bus notturno direzione Slovenia, sul quale faremo i turni per dormire poiché il capolinea è Monaco di Baviera e noi dobbiamo scendere a Lubiana.

Amo l’atmosfera che si crea sugli autobus notturni di Flixbus, quei passeggeri sonnolenti appartenenti a una nuova generazione di viaggiatori lenti e squattrinati, che si svegliano a vicenda perché sanno le altrui fermate, che dormono sdraiati sui  sedili liberi e hanno l’aspetto di  chi viaggia da un po’  di giorni.
Arriviamo a Lubiana alle 2 di notte, attraversiamo di nuovo il ponte con i draghi, ci ritroviamo nel piazzale di quella stazione in cui abbiamo passato tante ore sotto il sole, tanto affollata di giorno quanto è quasi deserta ora.

La stazione di Lubiana è probabilmente la stazione in cui mi sono sentita più al sicuro da viaggiatrice donna in anni di viaggi: il piazzale è illuminato a giorno e non lontano ci sono un bar dall’aspetto tranquillo ed un fast-food kebab aperti 24 ore su 24, perfetti per noi che dobbiamo aspettare il prossimo autobus fino alle 5.

Ci infiliamo quindi nel bar, il gestore è un ometto di mezza età dall’aria rassicurante che ci accoglie con un sorriso e all’interno c’è qualche persona con zaini e valigie. Ci spostiamo più tardi nel kebab che troviamo gremito della "generazione Flixbus" in attesa del proprio autobus verde. Più tardi ci riverseremo tutti nel piazzale della stazione, seduti sugli zaini, e poco a poco arriveranno i vari autobus e i passeggeri che si metteranno in fila per il check in: Flixbus, compagnia verde non soltanto nel colore degli autobus, invita infatti a non stampare i biglietti dell’autobus e presentarsi alla partenza con il biglietto elettronico salvato sul telefono cellulare.

Chi diretto a Monaco, chi a Zagabria, chi come noi verso l’Italia. Chi all’inizio della propria avventura, chi già di ritorno, piano piano gli autobus verdi inghiottono tutta la folla di giovani assonnati e stropicciati finché arriva anche il nostro e dormiamo fino a Venezia, dove arriviamo di mattina presto e attendiamo un altro paio d’ore, insieme ad alcuni ragazzi diretti a un concerto, l’ultimo autobus verde, quello diretto a Torino: noi scenderemo a Bergamo mentre i nostri nuovi amici resteranno a bordo.  La giornata è ancora lunga: alcuni amici svizzeri che non vedo da un anno sono arrivati proprio a Bergamo, proprio oggi, prima di partire per il Portogallo e ci hanno chiesto di passare il pomeriggio con loro in città. Sfinite acconsentiamo e, a fine giornata, dopo averli salutati, io arrivo al capolinea, a casa dei miei, mentre Olalla continuerà il suo viaggio verso la Spagna, verso casa.


Per leggere Le puntate precedenti:
Per leggere le altre avventure di Valentina:

mercoledì 14 settembre 2016

Viaggio lento in Spagna e Portogallo: economia, entropia ed ecologia

Nota: Vale l'avvertenza già fatta all'inizio del post precedente: oggi cerco di introdurre brevemente e nella maniera più chiara possibile alcuni concetti complessi, stavolta appartenenti al campo della fisica, quando questo vuol pur sempre essere un blog sul viaggio. Per chi volesse approfondire, consiglio di consultare la bibliografia fornita alla fine del post.
[… continua da qui]
La visione neoclassica del processo economico, se volessimo fare una analogia con la fisica, corrisponde alla interpretazione dei processi naturali formalizzata da Newton in quella conosciuta come meccanica classica.
In meccanica classica le quantità necessarie a descrivere la evoluzione di un fenomeno fisico sono massa, velocità e posizione. A partire da queste si definiscono poi i concetti di energia cinetica ed energia potenziale, e ogni processo viene sostanzialmente descritto mediante una certa variazione nella posizione e nella distribuzione totale di energia. Uniche accortezze: che la massa totale del sistema sia conservata (principio di conservazione della massa) e la somma di energia cinetica ed energia potenziale sia costante (conservazione della energia).
In meccanica ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, ovvero ogni processo risulta poter essere reversibile: idealmente, se una palla da biliardo che si è mossa da un punto A ad un punto B a seguito di un impatto ricevesse una sollecitazione equivalente in direzione esattamente opposta, tornerebbe esattamente al punto di partenza. Non c'e nulla di irreversibile in questo processo.
Agli inizi del XIX secolo, una nuova branca della fisica iniziò a mettere in dubbio alcune delle certezze su cui si basava la meccanica classica: nasceva la termodinamica.
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Le leggi della termodinamica
Con l'avvento della rivoluzione industriale e l'epoca delle macchine alla fine del diciottesimo secolo, scienziati ed ingegneri iniziarono ad essere affascinati dalla possibilità di realizzare la cosiddetta macchina di moto perpetuo, ovvero una macchina in grado di funzionare esclusivamente utilizzando il calore generato durante il suo funzionamento e senza necessità di fornire ulteriore energia al sistema. Nel 1824, mentre cercava di calcolare la massima quantità di lavoro ottenibile a partire da una certa quantità di calore, il fisico e ingegnere francese Nicolas Léonard Sadi Carnot si rese conto che una macchina termica è in grado di effettuare lavoro solo trasferendo calore da una fonte a più alta temperatura ad una a temperatura più bassa. Risulta inoltre impossibile convertire calore in lavoro utile con una efficienza del 100%: il calore può trasferirsi spontaneamente solo da un corpo più caldo ad uno più freddo, mentre per ottenere il processo inverso (trasferire calore da un corpo più freddo a un corpo più caldo, per esempio far funzionare il vostro frigorifero) è necessario fornire al sistema una quantità di energia equivalente superiore alla semplice differenza di temperatura tra i due corpi. La macchina di moto perpetuo non era, quindi, fisicamente realizzabile. Una nuova interpretazione dei processi fisici cominciava così a farsi strada.
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Lo scienziato francese Nicolas Sadi Carnot, iniziatore degli studi sulla termodinamica.
L'idea fondamentale introdotta dall'avvento della termodinamica è che non tutte le trasformazioni sono reversibili: in alcuni casi (ovvero quando il sistema non è isolato, vedi il seguente paragrafo), parte dell'energia in gioco viene persa irrimediabilmente, e non è possibile tornare al punto di partenza se non fornendo al sistema una quantità di energia addizionale. Questa energia che viene persa, o che, in altri termini, è cosi degradata da non poter più essere utilizzata in alcun modo, prende il nome di entropia. Si introduce quindi per la prima volta una distinzione qualitativa tra diverse forme di energia (cosa che la meccanica classica non prevede): c'è una energia libera, che è quindi convertibile in altre forme di energia (ad esempio in lavoro), ma esiste anche una energia "di minore qualità" che rimane vincolata al sistema, per così dire degradata (l'entropia) che non può essere utilizzata allo scopo di effettuare lavoro utile.
Che cosa succede se interpretiamo il processo economico alla luce di questi nuovi concetti? Prima di ritornare al mondo della economia, è bene introdurre brevemente le definizioni termodinamiche di sistema aperto, chiuso e isolato. Si definisce aperto un sistema in grado di scambiare con l'esterno massa ed energia. Si pensi, ad esempio, ad un organismo vivente: esso fa costantemente ricorso a materie prime (cibo) che vengono trasformate poi in materiali di scarto, tutto questo dopo essersi appropriato dell'energia necessaria al mantenimento delle funzioni biologiche dell'organismo. Un sistema si definisce chiuso quando invece può effettuare con l'esterno scambi di energia, ma non di massa (il Pianeta Terra, ad esempio, più essere con buona approssimazione considerato un sistema chiuso: esso riceve costantemente energia dal Sole, re-irradia energia verso l'esterno, ma la sua massa totale in prima approssimazione non cambia). Un sistema isolato, infine, non scambia né massa né energia con l esterno. L'universo considerato nel suo insieme è un sistema isolato. Come abbiamo visto nel post precedente, l'economia vista dagli economisti neoclassici anche.
Economia, entropia ed ecologia
Quali sono dunque le implicazioni della termodinamica sull'economia? La prima legge della termodinamica (analoga alla legge di conservazione della energia della meccanica classica) ci dice che nulla di ciò che produciamo si crea dal nulla, bensì si basa sull'utilizzo di risorse non-infinite fornite dall'ambiente naturale; queste risorse vengono trasformate mediante i processi di produzione in qualcosa d'altro che è utile all'uomo, e questa trasformazione richiede energia. Il risultato di questa trasformazione è un residuo che non scompare nel nulla, ma di cui va invece tenuto conto nell'analizzare il processo economico. La seconda legge della termodinamica, poi, ci dice che questo processo non è reversibile, ovvero non è possibile reimmettere nel ciclo i residui, gli scarti, i materiali che si trovano alla fine del processo, in un circolo infinito.
In altri termini, per poter descrivere in maniera efficace la realtà fisica del processo economico occorre iniziare a considerare l'economia non più come un sistema isolato (modello neoclassico) ma come un sotto-sistema aperto che scambia energia e materia con un sistema più grande che è l'ambiente o l'ecosistema (prima legge). Il processo economico diventa così un processo di trasformazione di materie prime ed energia utile (a bassa entropia) in rifiuti ed energia inutilizzabile (ad alta entropia, seconda legge), e il cui scopo ultimo è alimentare il "benessere" degli individui, in maniera analoga allo scambio di materia ed energia cui ogni organismo vivente ricorre per poter sopravvivere. Mentre l'economia neoclassica pretende di studiare l'organismo considerando solo il suo apparato circolatorio e non il suo apparato digerente, un nuovo tipo di visione che tiene conto anche di questi aspetti dissipativi, classicamente trascurati, prende il nome di economia ecologica.
I limiti alla crescita
Inserire il processo economico all'interno di qualcosa di fisicamente ben definito, come possono essere l'ecosistema o il Pianeta Terra, introduce un importante concetto che non sembra avere posto nella mente della maggior parte degli economisti: quello di limite. Ora, se il processo economico è qualcosa che si trova all'interno di un ecosistema che è soggetto a dei limiti, ed è inoltre di natura dissipativa, si hanno, a mio modo di vedere, due implicazioni importanti.
Innanzitutto la crescita del PIL che tutti i giornali ci indicano essere indice di un'economia in buona salute non è sostenibile in termini biofisici. Nessuno si sognerebbe mai di dire che il pianeta è infinito, o che la popolazione umana può crescere all'infinito, o che l'estensione dei terreni ad uso agricolo può aumentare all'infinito. Siamo su un pianeta finito e ci sono dei limiti che non è possibile superare, a meno che non si riesca a colonizzare un altro pianeta. L'idea di qualcosa che cresca all'infinito è possibile solo in un modello slegato dai parametri che descrivono la nostra realtà fisica.
In secondo luogo, se in una economia senza limiti l'espansione della torta permette ad ogni fetta di ingrandirsi (e quindi ad ogni classe sociale di beneficiare della crescita), in una economia in cui questa espansione non è più possibile la crescita economica corrisponde ad una crescita di alcune fette a scapito delle altre. Ovvero, alimentare il mito della crescita in una economia reale soggetta a dei limiti corrisponde a contribuire ad aumentare i conflitti derivanti da una ineguale distribuzione della ricchezza. Si pone dunque un problema non fisico, né economico, bensì squisitamente politico: chi ha più diritto a far crescere la propria fetta di torta, e a scapito di quali altre fette?
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[continua…]

Riferimenti bibliografici
P. Mazzoldi, M. Nigro, C. Voci, Elementi di fisica - Meccanica e Termodinamica
Herman E. Daly and Joshua Farley – Ecological Economics: Principles and Applications
Georgescu-Roegen, N. – The Entropy Law and the Economic Process
Georgescu-Roegen, N. – Energy and economic myths


POST SCRIPTUM: anche se può sembrare che stia parlando di tutto meno che del mio viaggio, scopo iniziale del blog, vi assicuro che è tutto collegato (almeno nella mia testa) e che presto vi parlerò di ciò che ho fatto e di come l'ho fatto. Prima di allora, vorrei provare a spiegarvi il perchè.

venerdì 2 settembre 2016

Viaggio Lento in Slovenia e Croazia - Parte V

Camminare per le strade di Zadar da backpacker, in estate, lascia addosso quella sensazione di straniamento che si ha quando d'improvviso si viene catapultati in un luogo molto turistico -ma noi siamo "viaggiatori" e attiriamo sguardi curiosi: forse per il contrasto fra chi indossa bikini con infradito e chi, invece, zaino in spalla e scarpe da trekking, per intenderci.

slovenia

Zadar è una città stupenda. Il suo centro storico ha tanto da offrire, le rovine romane sono incantevoli e mi riprometto di tornare, però fuori stagione, per potermi perdere tra le stradine senza sgomitare per farmi strada fra i turisti.

L'impressione che mi lascia è comunque  positiva, con gli edifici colorati, le strade strette e l'aria di mare.

zadar


Facciamo tappa obbligata al lungomare per vedere, anzi sentire, il Sea Organ, l'organo marino suonato dalle onde del mare; l'esperienza è incredibile: una scalinata degrada sul mare dove ci si può sedere ad ascoltare "il suono del mare". Anche per questo spero di poter tornare in autunno per rivederlo e trovarlo... deserto. Non rimaniamo troppo tempo perché ci  torneremo per il saluto del sole, al tramonto, sulla strada del ritorno. Passiamo una giornata tranquilla nella cittadina per riprenderci dalla giornata di viaggio di ieri, ma la nostra destinazione finale è l'isola di Dugi Otok, più nello specifico il paesino di Luka, e più nello specifico ancora, un minuscolo campeggio privato, senza nome, talmente piccolo che si rivelerà difficile da trovare.

viaggio lento

Nel tardo pomeriggio, quindi, prendiamo un traghetto di linea per 6€ consigliato da locali (sul lungomare propinano tour di mezza giornata verso la stessa isola a partire da 80€); attracchiamo a Zaglav e prendiamo un autobus locale in direzione Luka, uniche passeggere. Fuori dal finestrino vediamo una Croazia nettamente diversa da quella vista a Zadar. E' quello che stavamo cercando.

viaggio in croazia


Quando intuiamo d'essere arrivate al capolinea, chiediamo all'autista indicazioni per il nostro camping. Ci indica una strada in salita, in mezzo ai campi e a qualche casa, ma non sembra portare da nessuna parte. Ci avventuriamo dubbiose fino alla cima della collina: siamo in mezzo al nulla. Non c'è nessuna indicazione e iniziamo a pensare d'aver sbagliato strada. Sappiamo che il campeggio dev'essere molto isolato in mezzo agli  uliveti, ma sembriamo completamente fuori strada. Abbiamo il numero della ragazza del campeggio e quando capiamo che da sole non lo troveremo, decidiamo di telefonarle per chiederle di venirci incontro: dopo molti tentativi finalmente risponde, ma ci dice che si trova a Zadar e arriverà soltanto dopo un paio d'ore; al campeggio, oltretutto, non c'è nessuno. Ci da' indicazioni sommarie su un sentiero secondario, non segnalato, che porta al campeggio, e ci dice di accomodarci SE lo dovessimo trovare.

camping

Ripercorriamo il sentiero principale, in lungo e in largo, infilandoci in quelli che sembrano sentieri. Finiamo nel bosco, poi davanti la casa di qualcuno, suoniamo campanelli ma tutte le abitazioni sembrano disabitate, finché scorgiamo quello che può sembrare un sentiero e finalmente lo troviamo: il luogo è estremamente essenziale, sostanzialmente è quasi come fare campeggio libero, con il vantaggio di  avere bagno e doccia, un tavolo ed un angolo cottura, ideale per chi cerca un luogo fuori dalle rotte turistiche: immerso nella natura e nel silenzio, a 15 minuti di cammino dal paese.

croazia con lentezza


Montiamo velocemente la tenda e nel frattempo arriva la ragazza croata che si scusa per l'inconveniente e ci dice che ci saremo soltanto noi ed una famiglia tedesca, ma la loro tenda è talmente lontana che li scorgeremo solo un paio di volte.

croazia

Sta nel frattempo arrivando la sera e decidiamo di scendere in paese prima che faccia buio, non senza portarci la torcia per il ritorno, che immaginiamo ostico. Finiamo nel bar del paese dove ci sono quasi tutti locali, ma non parlano inglese. Ordiniamo una birra. A gesti chiedo alla proprietaria se può lasciarci i tappi delle birre, che colleziono. Lei ride e ci porta l'apribottiglie facendoci segno di aprirle da noi. Siamo diventate una curiosa attrazione, più interessanti della partita di  calcio che mostrano in televisione.

croazia

La notte ci regala un cielo stellato come non ne vedevo da tempo; il silenzio irreale rotto solo dai versi degli animali non ben identificati che sentiamo aggirarsi fuori dalla tenda. La mattina scendiamo nuovamente in paese per imboccare da lì i sentieri che portano alle vicine spiagge. E' piena stagione turistica e siamo in Croazia, eppure questa perla sembra non essere ancora stata scoperta, almeno in questa parte dell'isola: ci siamo soltanto noi.

viaggio lento


 A Luka ci riappropriamo del nostro tempo e viviamo, con lentezza, imitando gli isolani.


Vai alla VI & ULTIMA PARTE

Le puntate precedenti:
viaggio lento in slovenia e croazia parte IV
viaggio lento in slovenia e croazia parte III
viaggio lento in slovenia e croazia parte II
viaggio lento in slovenia e croazia parte I