martedì 18 ottobre 2016

Il mio cammino di Santiago. III parte: "Ultreya!"


A piedi verso la cattedrale di Santiago

Per leggere la prima e la seconda parte vai a questa pagina


Giorno 1: Sarrìa, 110 km da Santiago


Io e Gianfranco ci svegliamo ad un orario che poi, con l’esperienza, avremmo scoperto essere insano per due pellegrini. Sono le 9 di sabato mattina, cerchiamo un taxi che ci porti fino a Sarrìa, dove avremmo seriamente dovuto iniziare il nostro viaggio. Come previsto, non lo troviamo. Richiamiamo Vincenzo, che si impegna a chiamare un amico di un amico che ha un amico che doveva andare a Sarrìa. Un uomo, mille risorse.  Arriviamo a destinazione in poco tempo e vediamo la nostra prima freccia gialla. Che emozione! 

“Siamo in balia di un simbolo a terra”, penso.

Sono qui e lo devo fare. Allaccio lo zaino, poi io e Gian ci mettiamo in marcia. Ci accoglie il nostro primo monolite, sul quale campeggia il numero 110.

cammino di santiago
"Avevo sentito che, sulla via francigena, se chiedi qualcosa
 e la desideri fortemente, questa, puntualmente, arriva:
 devo ammettere che è proprio così".
Nemmeno un attimo di gioia, che subito mi prende il panico: una discesa. Per chi ha un ginocchio spappolato in almeno 3 o 4 punti, una discesa equivale al peggior incubo. La prima domanda che ti fai è se la rotula rimarrà nella sua posizione, o se farà i soliti giretti intorno all’osso. Prendo fiato, ed un passettino alla volta scendo. Mi riguardo indietro, mi guardo la gamba, e capisco di essere estremamente soddisfatta, mentre ascolto il primo gruppo di ciclisti pellegrini urlarci “Ultreya!”

ULTREYA


ultreyaUltreya non è una parola spagnola. Ognuno ha più o meno la sua versione di questo motto, ne ho lette diverse e tutte piuttosto affascinanti. Tutte le proposte collimano sull’origine del termine: risale a circa il XII secolo, quando i pellegrinaggi si facevano a piedi perché non c’era altro mezzo di trasporto, ma più o meno con le stesse intenzioni di oggi. Brevemente, deriva dal latino e significa, letteralmente, “più avanti”. E’quindi una risposta all’ipotetica domanda “Dove vai, pellegrino?”.

In seguito riuscirò a dare la mia personalissima interpretazione del motto, un motto che ancora oggi mi guida. Come vi dicevo nel capitolo precedente, nel cammino non può esserci una discesa senza una salita. E quella che ci accingiamo a fare, con qualche chilo sulle spalle, è una salita di medio livello: a metà della stessa, per continuare a salire, mi servo di un ramo caduto, che pare precisamente della mia altezza.


viaggiare con lentezza
110 km fino a Santiago.
Ho fatto probabilmente 4 km, ma sono già provata e mi accordo che un paio di bastoni per aiutarmi nella camminata tutto sommato non sarebbero così male. Avevo sentito che, sulla via Francigena, se chiedi qualcosa e la desideri fortemente, questa, puntualmente, arriva: devo ammettere che è proprio così. Un negozio di articoli per pellegrini, di lì a pochi metri, (un business che non oso immaginare, perlomeno negli ultimi 110 km) mi accoglie e mi propone due bastoni telescopici per il walking. Mi dice anche che non posso non avere la conchiglia di S. Giacomo: serve a proteggermi. 
Ça va sans dire, l’ho comprata. E la custodisco ancora oggi, appesa in casa, con estrema gelosia.

Nel frattempo, Gianfranco decide che è il momento opportuno di cominciare a camminare da solo, ed io accetto di buon grado. Continuo da sola, in paesini di campagna che mi ricordano vagamente le zone rurali della Lombardia: gli anziani che arano i campi, i trattori, le mucche al pascolo. Mi sembra di essere più o meno a casa mia, in una delle passeggiate che ho fatto per allenarmi nei 15 giorni precedenti alla partenza (suuuuuper allenamento!).

Il luogo è molto cordiale e molto bello. Di tanto in tanto, i “cittadini” di questi paesetti ti richiamano, ti domandano chi sei e ti chiedono se hai sete o fame. In molti casi, ci sono banchetti allestiti con della frutta o pozzi di acqua corrente di proprietà privata, ma aperti ai pellegrini. Uno spirito a cui non ero assolutamente abituata, sebbene fossi stata diverse volte in Spagna e conoscessi la nomea di gente accogliente e sempre felice che si portano dietro – giustamente – gli spagnoli.

Qualche chilometro più tardi, decido che forse sarebbe il caso di mangiare qualcosa, mentre intravedo un punto di ristoro con un bagno disponibile! Entro ed ordino un “bocadillo al queso”, che consumo con un uomo intorno ai 60 anni, inglese, una biondissima, giunonica ventenne canadese, ed un’insegnante tedesca di mezza età. Sono fortunata. Conosco bene 3 lingue, e posso parlare, se mi va, con quasi tutte le nazionalità che ho potuto incontrare sul camminoParlo quindi con i miei compagni di viaggio, ed apprendo che il signor inglese è in attesa del suo 2° intervento alle ginocchia. Il suo problema, dice, è che questa volta dovranno operare simultaneamente entrambe le gambe, e lui dovrà fermarsi senza poter camminare per diverse settimane. Onestamente non mi va di conoscere più a fondo la storia, ma capisco bene le ragioni, che non espone, ma che stanno dietro al suo viaggio lungo 800 km a piedi. All'allegro gruppo si aggiungono una coppia giapponese ed una francese. Le loro storie sono troppo interessanti per concedere un minuto alla mia, quindi ascolto volentieri e nel frattempo mi nutro. Comincio anche ad avvertire un leggero fastidio agli alluci, ma non ci faccio troppo caso.

Ripartiamo. Il 60enne, per ovvi motivi, è molto lento, ma la sua compagnia è determinata a stargli accanto, come fa da 700 km a questa parte. Mi metto quindi in marcia con i giapponesi e la francese.
Non so cosa facesse la francese per mestiere, non ho nemmeno idea di come si chiamasse. So che ogni tanto si fermava e ci esponeva le proprietà dei fiori, mostrandoci quali contenessero pistilli commestibili e perché. Già: ho mangiato dei fiori ed ho "suonato" l’erba, come se fosse uno strumento musicale. Perchè Milano è bella finché vuoi, ci si diverte sempre se lo si vuole, ma questi due step mi mancavano proprio e probabilmente ero in buon ritardo rispetto a quelle esperienze della vita di campagna che bisognerebbe vivere il prima possibile.

Ho notato anche delle farfalle fluorescenti: quel giallo Stabilo Boss, presente? Non le ho mai più riviste al di fuori dei km che ho percorso in Galizia. 

Altra discesa, di fianco ad un corso d’acqua ed una distesa di verde indescrivibile. La foto, purtroppo, non paga assolutamente l’occhio. 

Mi voglio godere tutto, così, di spontanea volontà, decido di salutare la francese ed i giapponesi, che si fermano ad acquistare del miele home-made da una casalinga Galiziana. Ora: doveva essere spaziale. Tra fiori, verde, farfalle e aperta campagna, quelle api dovevano secernere gustosissimo nettare. Ma, dato che i miei compagni di viaggio avevano iniziato proprio 12 km fa, come me, da Sarrìa, forse non si sono resi conto che i barattoli di vetro da mezzo chilo, da portare sulle spalle per i prossimi 100 km, si sarebbero potuti rivelare una pessima idea.

Arrivo a PortoMarin intorno alle 17. Gli ultimi 5 chilometri sono sembrati un’eternità. E dico “eternità” solo perché non ho termini di paragone più lunghi. Per non farmi mancare proprio niente, il paese si snoda su una collinetta, e devo fare una buona rampa di scale per raggiungerla.

pellegrinaggio
Indicazioni
Finalmente mi fermo, accendo una sigaretta e prenoto un letto nel primo ostello che incontro. 


Leggi la prima e la seconda parte de:

Il mio cammino di Santiago. Un viaggio nello straordinario. (Parola di una programmatrice seriale)