martedì 23 maggio 2017

Inside the Country, Inside the People: Stars of the White Nights

Scarlet Sail solca il fiume Neva durante lo Stars of the White Nights
Famose e diffuse in tutto il mondo, le notti bianche sono da qualche tempo eventi immancabili anche nel nostro Paese, quando le calde serate estive fanno venire voglia di stare all'aria aperta e tirare tardi per le vie delle nostre città, in compagnia degli amici e della famiglia. Che si tratti di bancarelle colorate e illuminate a giorno sul lungo mare o di un centro storico coi negozi aperti, le notti bianche fanno riversare centinaia di persone in strada anche grazie a spettacoli e momenti di intrattenimento appositamente organizzati.

spettacolo pirotecnico durante lo Stars of the White Nights a San Pietroburgo

E se una notte bianca durasse per quasi due mesi e diventasse un vero e proprio festival? Accade a San Pietroburgo, in Russia, dove da metà a maggio a metà giugno si svolge lo Stars of the White Nights. Tutto inizia con l’evento di apertura nella piazza centrale dell’Isola Vassiliyevsky, in presenza di ospiti importanti ed eventi di portata internazionale, come il Cirque de Soleil. Il vero spettacolo avviene però lungo le rive del fiume, dove la notte bianca si tinge di rosso e tutto si illumina a giorno grazie ai meravigliosi fuochi d’artificio che esplodono in un tripudio di luci e colori.

spettacolo di danza durante il festival Stars of the White Nights


Il veliero solca le acque del fiume e mostra orgoglioso le sue vele tinte di rosso dallo spettacolo dei fuochi d’artificio. La Scarlet Sail è una tradizione popolare che risale al secondo dopo guerra come tributo all'omonima favola russa per bambini di Alexander Grin ed è ormai diventata simbolo di questo particolare festival russo.

Grandi fuochi d'artificio che colorano il fiume Neva durante lo Stars of the White Nights


La Stars of the White Nights è oggi metafora del senso di libertà che caratterizza il momento di conclusione degli studi da parte dei liceali, facilmente riconoscibili dalla tipica sciarpa rossa e dal sorriso smagliante. Più che una semplice notte bianca, si tratta di un vero e proprio festival con spettacoli all'aperto ed eventi di ogni tipo lungo le rive del fiume, che attrae ogni anno oltre 3,5 milioni di persone impazienti di assistere allo spettacolo dei fuochi d’artificio e alle importanti performance di artisti famosi locali e internazionali. Uno dei momenti più attesi è l’apertura notturna del ponte sul fiume Neva che avviene da aprile a novembre per consentire il passaggio delle navi più grandi verso il Mal Baltico.

apertura notturna del ponte sul fiume Neva


Musica per le strade, feste e balli per le strade e coppiette che camminano mano nella mano in mezzo ai monumenti barocchi della città. Durante il periodo della notte bianca i bar tengono aperto fino all’alba e i locali pompano musica euro-pop e house fino alla mattina. Nello Stars of the White Night ce n’è per tutti i gusti e per chi non ama le feste per le vie della città ci sono premier di artisti russi e concerti di musica classica. E se ancora questo non bastasse sono disponibili anche nicchie dedicate al jazz, ai film, alla danza, alla scultura. Insomma, recarsi a San Pietroburgo durante il periodo estivo, permette di godere di un’atmosfera magica e di esplorare una città molto ricca e particolare e che con lo Star White Nigths diventa un vero e proprio epicentro per la Russia.

Cattedrale di San Basilio a San Pietroburgo, illuminata di rosso, colore tipico dello Stars of the White Nights


Leggi le puntate precedenti di Inside the Country, Inside the People, la rubrica sulle più affascinanti tradizioni e feste nel mondo:
Il capodanno cinese
Carnevali d'Italia
Carnevale di Rio
Lòm a Merz
Maslentitsa
Holi Festival
St. Patrick's Day
Chaharshanbe Suri
Kanamara Matsuri&nbsp
Naghol Land Diving
The New Orleans Jazz & Heritage Festival
Thrissur Pooram Elephant Festival 2017

sabato 20 maggio 2017

Viaggio lento in Cambogia – le farfalle di Siem Riep

cambogia
Riflessi all'Angkor Wat
Prom, 54 anni, occhiali da sole specchiati e abbigliamento alla moda in pieno stile occidentale. Nonostante il caldo torrido intorno ai 37 gradi indossa in scioltezza una giacca di pelle nera, perché – ci spiega – è comunque inverno visto che è dicembre. Prom parla un inglese praticamente perfetto e indossa un sorriso smagliante, sempre, ogni giorno, tutto il giorno.

Prom in cambogiano significa nonno, e lui i nonni se li è visti uccidere davanti agli occhi insieme ai genitori e a cinque fratelli e sorelle.

1975, Phnom Penh – Cambogia. Di anni Prom allora ne aveva 12, quando i soldati di Pol Pot rastrellarono la città per portare nei campi di lavoro tutti coloro che possedevano un minimo di cultura. Insegnanti, professionisti, commercianti, donne, uomini, giovani, anziani e bambini, senza distinzione alcuna. Era sufficiente indossare gli occhiali per essere trascinato fuori dalla propria casa, caricato su un camion e portato in uno dei centinai campi di lavoro forzato o, peggio, in uno dei campi di tortura e sterminio. I rastrellamenti durarono su per giù quattro giorni, quattro giorni per svuotare le città e dare inizio a una pagina terribilmente oscura della storia cambogiana e del mondo intero. Prom ci racconta che dopo aver ucciso tutta la sua famiglia, i soldati di Pol Pot cercarono di farlo arruolare nell’esercito dei Kmer Rouge, ma lui si rifiutò. E così lo torturarono per dieci giorni con una poltiglia di peperoncino negli occhi, nel naso e nella bocca. Dieci giorni, in cui gli occhi rischiarono di uscirgli dalle orbite e lui chiedeva di essere ucciso.

Cambogia, oggi. Prom è il nostro autista per i quindici giorni di permanenza in questo spettacolare Paese del Sud Est Asiatico e ci racconta la sua storia mantenendo sempre quel suo splendente sorriso.

Dopo un lunghissimo viaggio da Milano Malpensa, con scalo al Cairo, per arrivare a Bangkok e con un volo interno raggiungere Siem Riep, la nostra prima meta è l’Angkor Wat, un complesso archeologico imponente, affascinante, unico. Le rocce intrecciate alle radici degli alberi, in un abbraccio secolare, indissolubile, una simbiosi che permette a entrambi di sopravvivere, di rimanere in piedi. Le strutture di roccia sono così perfettamente integrate con la natura da sembrare essere nate esattamente così, un groviglio che ha senso nella sua assoluta casualità.

viaggio in cambogia
Angkor Wat
Passiamo tre giorni interi a visitare i templi dell’Angkor Wat e sembra che il tempo non basti mai per vedere tutto. L’Angkor Wat oggetto anch’esso della follia distruttiva e omicida dei Kmer Rouge oggi continua a vivere anche grazie ai contributi e alle donazioni di diversi Paesi occidentali che ne hanno compreso il valore storico artistico.

Ma Siem Riep non è solo l’Angkor Wat. Siem Riep è anche la città del Museo delle Mine. Gestito da reduci della dittatura di Pol Pot il museo sorge in un bello spazio verde e silenzioso, quasi nascosto, intimo. Lungo il perimetro della struttura diversi pannelli mostrano immagini dure e originali: bambini e adulti, uomini e donne pesantemente mutilati dalle mine antiuomo. Quello che colpisce di queste foto, oltre alla crudezza della realtà che rappresentano, sono gli sguardi dei protagonisti, sguardi vuoti, rassegnati che stridono con i lineamenti armoniosi del popolo cambogiano. Non ci sono solo foto nel Museo delle Mine: ovviamente ci sono anche le mine. La nostra guida inizia a illustrarci le varie tipologie di ordigni custoditi nel museo: ci sono le mine che saltano in aria alla sola pressione e quelle che si innescano solo una volta sollevato il piede. È un sistema di sicurezza, ci spiega, così se uno dei soldati ne avesse malauguratamente calpestata una avrebbe avuto almeno una possibilità di evitare l’innesco. C’è silenzio: solo le parole della guida e il cinguettio degli uccellini fra le chiome degli alberi. È surreale, nessuno riesce a fiatare guardandosi intorno e prendendo coscienza di come l’uomo riesca a creare strumenti così devastanti per ferire e uccidere altri uomini. La guida ci chiede scusa e si siede visibilmente affaticata, tira su il gambale destro del pantalone per mostrarci la sua protesi che parte da sopra il ginocchio e finisce in una nuovissima scarpa sportiva calzata sul piede finto. L’altra gamba non è passata indenne al periodo dei Kmer Rossi: diversi frammenti di mine sono ancora lì, nella sua carne, ormai fanno parte di lui. Ci racconta anche lui sorridendo che il suo soprannome è il gatto, perché lui è morto nove volte su altrettante mine. Sorride ancora e ci indica una mina in particolare: la chiamano Butterfly, farfalla, perché il suo effetto devastante è dato da leggerissimi ma infiniti frammenti che a raffica colpiscono le vittime nel raggio di esplosione della mina. Le farfalle di Siem Riep, perché intorno alla città le mine erano tutte di quel tipo lì.
Il Museo delle Mine è autofinanziato e gestito interamente in modo privato anche grazie a donazioni spontanee e ha il preciso obiettivo di non permettere a nessuno di dimenticare. Il territorio è stato per gran parte bonificato, ma le mine ci sono ancora: non lasciate mai i sentieri battuti, raccomandano le guide, c’è ancora gente che muore calpestando vecchi ordigni mai disinnescati. Durante tutto il viaggio è capitato praticamente ogni giorno di incontrare persone mutilate e chi non lo era fisicamente parlando portava comunque nello sguardo una mutilazione se possibile ancora più profonda e dolorosa.

fiume mekong


Una volta lasciata Siem Riep ci dedichiamo a una intera giornata di navigazione lungo il Mekong. Ci imbarchiamo da un molo pieno di gente del posto. In barca con noi tra gli altri, una ragazza giovanissima, 16 anni su per giù, con in braccio un frugoletto di non più di un mese. Con lei una signora più anziana, immaginiamo sia la madre della ragazza visti gli sguardi pieni di amore che le rivolge in continuazione.

cambogia con lentezza
Mini-market galleggiante


La navigazione è lenta e silenziosa nonostante la barca sia piena di persone, il caldo sole dell’inverno cambogiano ci accompagna per tutto il tragitto. Dopo un paio d’ore iniziamo a incontrare i primi villaggi galleggianti: tante piccole, poverissime abitazioni costruite su altrettanto piccole piattaforme di bambù che permettono a queste costruzioni di innalzarsi insieme al livello dell’acqua durante la stagione delle piogge. Scorgendo il nostro piccolo gruppo in mezzo alle persone del luogo, dai villaggi galleggianti tutti ci salutano e ci sorridono. I bambini si buttano nel fiume pur di provare a guardarci più da vicino. Queste, ci spiega il nostro simpatico nostromo, sono fra le persone più povere di tutto il Paese perché non hanno un campo di riso da coltivare. Il Mekong segna, nel bene e nel male, la vita di tutti gli abitanti dei Paesi che tocca, dai più famosi eventi della guerra del Vietnam a quelli più quotidiani di chi sul Mekong ci vive ogni giorno, sfidando le forze della natura e l’alternanza delle stagioni. Una fonte di vita, grazie ai pesci che offre, ma anche un elemento pericoloso che può spazzare via intere famiglie con la sua furia.

Arriviamo a Badtambang, un villaggio piccolissimo che ci ospita solo per una notte e ci offre i migliori noodles con gamberi mai mangiati, al costo di un dollaro e mezzo a testa. La tappa a Badtambang ci fa da ponte verso il tempio di Preah Vihear, al confine con la Thailandia. Una gradinata di 1.242 gradini in mezzo alla foresta si frappone fra noi e questo tempio perennemente conteso fra i due Stati. Il confine è costantemente presidiato da soldati con tanto di famiglie al seguito che vivono lì, in una vera e propria trincea, onde evitare che la Thailandia di notte prenda l’iniziativa di spostare il confine.
Il giorno dopo ritroviamo il nostro amico Prom che ci ha raggiunti con il suo pulmino per continuare il nostro tour. Lungo il tragitto, di prima mattina, incontriamo un mercato e ci fermiamo perché capiamo che è frequentato solo da gente del posto.

mercato della cambogia
Un mercato tradizionale lungo la strada



Colori, odori, sorrisi, bancarelle ovunque, con cibo di ogni genere, insetti fritti compresi, pentolame, vestiti usati e ciarpame vario. Bellissimo. Risaliamo sul pulmino per raggiungere un villaggio con case palafittate e tanti, tantissimi bambini che ancora una volta ci regalano i più bei sorrisi mai visti, ci vengono incontro, ci salutano e guardano i miei capelli biondi come se fossero la cosa più strana del mondo. Forse non li avevano mai visti.

bambini che giocano

Ci aspetta un lungo tragitto per raggiungere la provincia di Kampong Chang e approfittiamo per fare due chiacchiere con Prom che ci racconta ancora della dittatura di Pol Pot. A volte, ci dice, quando moriva un neonato lo si nascondeva e ce lo si divideva per sfamarsi. A volte i soldati se ne accorgevano e uccidevano tutti. Tutti. Nessuno poteva avere nulla, né cibo, né pentole, né vestiti. Il regime aveva addirittura abolito la moneta: tanto nessuno poteva compare nulla. Non si poteva avere una famiglia, gli uomini e le donne erano stati divisi fin da subito, i figli sottratti alle madri con il preciso intento di disgregare le famiglie. Il regime uccideva senza pietà chiunque venisse considerato di troppo per un qualunque, banale motivo. E uccideva brutalmente, non con le armi da fuoco – i proiettili erano costosi – ma con gli stessi strumenti usati per coltivare: chi non moriva di stenti, veniva colpito a morte e buttato in una fossa comune, a volte ancora agonizzante.

prigionieri

Prom ride fragorosamente. E io gli chiedo come ha fatto a superare un tale trauma, come fa a raccontare tanto orrore, mantenendo quel sorriso. Prom, con il suo inglese sempre perfetto, mi sorride ancora e mi dice che lui è un uomo fortunato, perché è vivo, perché non è mutilato e perché nel campo profughi dove è stato portato dopo a liberazione vietnamita ha conosciuto quella che ora è sua moglie e madre dei sui cinque figli. Oggi lui ha un lavoro che gli permette di mantenere al meglio la sua famiglia. Oggi lui è vivo.

Arrivati a destinazione dopo una breve navigazione arriviamo su un’isoletta che visiamo affittando delle biciclette. L’isola è un gioiellino, con una scuola piena di bambini dai 3 ai 12 anni che ci salutano in inglese con lo sguardo pieno di orgoglio per la bella figura fatta con le maestre. Ogni famiglia ha il suo piccolo appezzamento di terra per coltivare riso e ortaggi, ci sono alcune piccole guest house che possono ospitare i turisti che vogliono fermarsi sull’isola per godersi il silenzio di questo posto.

scuole nel terzo mondo
A scuola per imparare a scrivere in cambogiano


Sulla strada che ci porterà alla prossima tappa, ci fermiamo a visitare un piccolo villaggio famoso per le tessitrici della seta: alcune donne intrecciano con leggerezza fili colorati per creare complesse fantasie floreali su drappi di seta lucida e compatta, destinata alle migliori sartorie del Paese che ne faranno meravigliosi abiti tipici.

Proseguiamo il viaggio verso Kep e il suo famoso Crabs Market per un giorno di relax al mare e per mangiare per l’appunto i granchi arrostiti. L’Isola dei Conigli è una perla tropicale, mare cristallino, palme e una sabbia bianca morbida e fresca. Lasciamo questo angolino di paradiso e di dirigiamo a Phnom Pehn dove visitiamo il Toul Sleng Prison Museum, il museo delle torture, il luogo che per migliaia di cambogiani ha coinciso con l’ultima tappa della propria vita. Si parla di oltre 20.000 persone trucidate in questo posto. Un’audio guida racconta stanza per stanza quello che succedeva ai prigionieri. Le foto delle persone torturate e uccise in quel luogo arrivano come un pungo nello stomaco a ricordarci quanto l’umanità possa perdere il lume della ragione se manipolata e guidata dalla follia e dalla smania di potere. Il regime di Pol Pot ha ucciso tre milioni di innocenti dal 1975 al 1979, ha disseminato 16 milioni di mine su tutto il territorio e ha sottratto al suo popolo l’identità e la dignità, con l’obiettivo di realizzare il suo perverso sogno di uno Paese autonomo, staccato dal resto del mondo, basato esclusivamente sull’agricoltura.


viaggiatrice lenta

Il mio viaggio in Cambogia si conclude con una breve tappa di un giorno a Bangkok per poi prendere il volo di rientro. Il passaggio dalla Cambogia alla Thailandia mi fa sentire strana: per 15 giorni ho vissuto in mezzo alla gente del posto, ho mangiato con loro e cercato di cogliere la semplicità della loro vita. Se devo pensare a una cosa che mi ha affascinato in modo particolare di questo Paese è il silenzio che caratterizza molti dei posti in cui sono stata. A Bangkok tutto corre e tutto urla.
Lasciamo la Thailandia e rientriamo in Italia.

viaggio in cambogia
  
Oggi la Cambogia è un Paese che vuole rinascere, che vuole tornare a far parte del mondo e che può farlo proprio grazie ai sorrisi della sua gente, grazie a un immenso patrimonio storico-artistico riconosciuto non a caso anche dall’UNESCO e grazie a un preciso impegno per promuovere la conoscenza di questo Paese, del suo popolo e della sua storia e provare a dare nuovo impulso a un’economia per troppo tempo ferma.
Prom è un uomo fortunato perché oggi i suoi figli possono studiare l’inglese e un domani potranno lavorare come lui e contribuire a far conoscere il proprio Paese al resto del mondo.

venerdì 12 maggio 2017

Cammini e Percorsi - Il nuovo bando riservato agli under 40 per la gestione gratuita di oltre 100 antichi casolari abbandonati

Iniziate a sognare, pensate in grande, andate oltre alle vostre aspettative e ... presto! disegnate il vostro progetto, metteteci spirito, grinta e soprattutto tanta tanta lentezza, i vostri sogni stanno per realizzarsi.



Notizia fresca dell'Agenzia del Demanio italiana, presto al bando la gestione gratuita di più di 100 antiche masserie, castelli, casolari, case cantoniere e via dicendo per recuperare gli immobili abbandonati lungo i cammini ed i percorsi storico-religiosi in modo da fornire nuovamente ai viandanti, ai pellegrini, ai cicloturisti, ai bikers e chiunque si metta sui quei tracciati, l'assistenza tipica di quel turismo lento che tanto valorizza la nostra Italia. 


Lo scopo è quindi incentivare e sostenere il turismo lento, il "viaggiare con lentezza", offrendo la possibilità ai giovani italiani di gestire, in concessione gratuita (9 + 9 anni), luoghi di interesse locale e tradizionale, beni in disuso che, su tutto il territorio nazionale, hanno la possibilità di essere trasformati in ostelli, piccoli hotel, punti ristoro, ciclofficine, punti di servizio e assistenza per tutti. 


"Si tratta di 103 beni, 43 dello Stato, 50 degli Enti territoriali e 10 di Anas, che attraverso bandi di gara pubblicati entro l'estate, saranno affidati in concessione gratuita (9 + 9 anni) “ad imprese, cooperative e associazioni, costituite in prevalenza da soggetti fino a quaranta anni” (come previsto dal D.L. Art Bonus e Turismo) oppure in concessione di valorizzazione fino a 50 anni ad operatori che possano sviluppare un progetto turistico dall’elevato potenziale per i territori, in una logica di partenariato pubblico-privato, a beneficio di tutta la collettività."

Così recita l'articolo sul sito dell'agenzia del demanio e se siete interessati a questa opportunità sappiate che sono già aperte anche le consulte pubbliche gestite dall’Agenzia del Demanio, con il supporto del Touring Club italiano, mentre il bando di gara sarà aperto la prossima estate. Partecipare alla Consultazione Pubblica online permetterà di entrare nella community ed essere costantemente aggiornato sul progetto e sulla pubblicazione dei bandi di gara. 



Gli immobili del progetto Cammini e Percorsi si trovano lungo 7 Tracciati e altri Itinerari Locali, qui l'elenco di tutte le proposte: 

Il tracciato, lungo circa 3000 Km, attraversa da nord a sud 12 Regioni, interessando 414 Comuni, dal Brennero a Santa Teresa di Gallura.

La via percorsa dai pellegrini per raggiungere Roma dall'Europa del nord e imbarcarsi dalla Puglia verso la Terra Santa. Lungo quasi 4000 Km, il tracciato attraversa 10 Regioni e più di 240 Comuni.

Da Venezia a Torino in bicicletta sugli argini del Po, attraversando Veneto, Emilia Romagna, Lombardia e Piemonte e passando per 120 Comuni.

Circa 500 Km lungo il canale principale dell'Acquedotto Pugliese, su strade già percorribili attraverso Campania, Basilicata e Puglia. Interessa 68 Comuni.

La storica via romana che conduce verso i porti pugliesi. Il tracciato è lungo quasi 600 Km e attraversa Lazio, Campania, Basilicata e Puglia, passando per 39 Comuni.

Itinerario culturale e spirituale legato al Santo di Assisi: oltre 450 Km attraverso la Toscana, l'Umbria e il Lazio, alla scoperta di eremi e santuari, passando per 36 Comuni.

Dall'Umbria alla Campania sulle tracce di San Benedetto da Norcia in 20 tappe, camminando per circa 400 Km.

Tracciati di tipo storico-religioso e ciclopedonale, come il Cammino Celeste, il Cammino Micaelico, il Regio Tratturo Magno, il Regio Tratturo Pescasseroli - Candela, la Via Lauretana, l'Alpe Adria e l'Adriatica.

Presto quindi non esitate, tirate fuori il vostro sogno dal cassetto ed iniziate a realizzarlo!

mercoledì 10 maggio 2017

Inside the Country, Inside the People: Thrissur Pooram Elephant Festival 2017

 
Thrissur Pooram Elephant Festival

Inside the Country, Inside the Peolpe oggi ci porta in India per presentarvi uno dei più spettacolari festival che vede protagonisti ben 30 coloratissimi elefanti che, con i loro sfarzosi costumi, attraversano la città di Thrissur per raggiungere il tempio di Vadakkunnathan

tempio di Vadakkunnathan.

Shiva
Il Thrissur Pooram Elephant Festival è una delle celebrazioni più famose dell'India, non a caso partecipare a questo festival, che ormai ha ben più di 200 anni, significa cogliere il vero sapore delle tradizioni indiane e capire il perchè l'India sia medaglia d'oro nei festival. Raja Rama Varma creò questa festa/rituale nel 1798 per rendere omaggio a Shiva la divinità Hindù suprema, raggruppando sotto un'unica bandiera tutti i templi della regione del Kerala, che, per l'occasione, si uniscono per pregare presso il tempio di Vadakkunnathan che si trova appunto a Thrissur.




cerimonia di apertura del pooram con sollevamento bandiera
Il festival comincia sette giorni prima della famosa processione degli elefanti, tra danze, ritmi tribali, colori e molta ritualità religiosa, il Pooram ha inizio con il "sollevamento" della bandiera. I roboanti fuochi d'artificio cominciano invece dalla quarta notte e, da lì in poi, rappresentano un vero e proprio caposaldo del festival. Il sesto giorno si entra nel vero e proprio Pooram che vede lo svolgersi di svariate attività in tutti i templi della zona, fino al Nilapaduthara che si trova vicino al Gopuram (torre monumentale posta davanti ad ogni tempio) occidentale del tempio di Vadakkunnathan




Nettipattam, i copricapi dorati
La parte più importante e, se vogliamo, sfarzosa del festival è la processione degli elefanti che percorrono tutta la città vestiti di magnifici Nettipattam (copricapi dorati), campane e ornamenti decorativi, ma non solo ad impreziosire l'abito anche foglie di palma, piume di pavone e splendidi dipinti fatti a mano, detti Kolam. Sul dorso, a cavalcare questi giganti buoni, vi sono i Mahouts, ovvero i cavalieri che portano con se degli altissimi ombrelli parasole ricavati da un palo di bamboo, e che si dividono in due fazioni una proveniente da est della città i Paramekkavu ed una proveniente da ovest, i Thiruvambady

Ritmi e danze incessanti per un'esperienza davvero tribale


Ombrelli parasole dei Mahouts
Ed è così che alle tre del mattino questi magnifici elefanti vengono accolti e preceduti da danze e musiche tribali popolari, il Panchavadyam (alla lettera il battito ritmico del tamburo) e da fragorosi fuochi d'artificio che dura ben tre ore. Tutto questo sbattere, scoppiare, tutte questi canti e suoni tribali sono necessari per far si che l'esperienza del festival sia la più immersiva possibile, in modo che la ritualità entri completamente nel corpo e nelle anime dei partecipanti.

Infine le due squadre di 15 elefanti ed i rispettivi Mahouts si incontrano al di fuori del tempio e creano una sorta di rituale passandosi il parasole, rimanendo a bordo del pachiderma.

processione degli elefanti durante il Thrissur Pooram Festival

Siate preparati per una delle esperienze più percussive della vostra vita. 

le due fazioni di elefanti si incontrano per scambiarsi gli ombrelli parasole

Leggi le puntate precedenti di Inside the Country, Inside the People, la rubrica sulle più affascinanti tradizioni e feste nel mondo: 

venerdì 28 aprile 2017

Baci, Inchini e sfregamenti di naso: i saluti nel mondo

Come si salutano le persone nelle diverse culture del mondo? 



“Bonjour Madame, Bonjour Monsieur, bonsoir Mademoiselle [...]” era un motivetto che iniziava così, e con esso la maggior parte di noi ha imparato a salutare in francese. Se facciamo parte della generazione anni ’90 (o di quelle successive) sicuramente, accanto al francese, abbiamo studiato a scuola pure un’altra lingua: l’inglese. Hello! La parola che tutti, ma proprio tutti, conoscono, anche chi non ha mai studiato questa lingua. Insieme a quelli utilizzati nella lingua italiana, questi sono i più comuni saluti che noi conosciamo, spesso accompagnati da una stretta di mano. Ma come ci si saluta nel resto del mondo? Hanno tutti caratteristiche simili i saluti esistenti? O ce ne stanno alcuni completamente diversi, strani, talvolta perfino buffi? Scopriamolo insieme!


TIBET

La lontanissima terra del Dalai Lama ha un modo tutto suo per esprimere il saluto. In fondo si sa, questo è un luogo in cui la vita spirituale prevale su quella materiale e le credenze religiose sono molto forti, soprattutto se parliamo di reincarnazione. Narra la leggenda che in un tempo lontanissimo questo luogo fu governato da un re talmente crudele che perfino la sua lingua divenne nera come il suo cuore! Dal momento della sua morte, gli abitanti del Tibet si salutano giungendo le mani al petto e mostrando la lingua per dimostrare di non essere la reincarnazione di quel sovrano malefico.


FILIPPINE


La popolazione di questo arcipelago ha un particolare rispetto per le persone anziane e lo dimostra tramite il saluto. In che modo? Semplice: nel salutare una persona anziana le si prende la mano e se ne posiziona il dorso sulla propria fronte chinandosi lievemente. Questo, per gli abitanti del luogo, è un segno di reverenza.



GIAPPONE


I Giapponesi, si sa, hanno una particolare forma mentis che li porta ad essere sempre ligi al dovere e a strutturare ogni cosa o situazione predisponendo apposite gerarchie. Ciò si riflette anche nel saluto, il quale consiste in un semplice inchino che diviene più profondo e duraturo in funzione della posizione sociale che assume l’individuo a cui questo è rivolto. 
L'ojigi è un importante tradizione giapponese. La gente si saluta con l'inchino anziché con la stretta di mano. Dopo l'inchino, in genere, la conversazione è modesta e ridotta ai minimi termini. In questa foto il presidente Obama incontra il primo ministro giapponese. I due si salutano nei rispettivi modi culturali.



INDIA


“Namasté!”. No, non è della canzone di Gabbani che stiamo parlando. Questa, infatti, è la parola di saluto utilizzata in India, accompagnata dal gesto delle mani giunte in preghiera e poste proprio davanti al cuore. 





OMAN


Vi ricordate quando da piccolini facevamo “nasino, nasino!” con la mamma o con i compagnetti dell’asilo? Quel giochino semplice in cui sfregavamo i nostri nasi l’uno contro quello dell’altro…ebbene sì, proprio in questo modo ci si saluta in Oman! Sfregando i propri nasi a vicenda. Ma stranamente questa è un’usanza valida solo per gli uomini!




HONGI


Anche qui ci si saluta sfregando i nasi e lo fanno sia gli uomini che le donne. Contemporaneamente al naso, viene sfregata anche la fronte mentre gli sguardi rimangono per tutto il tempo a contatto diretto.


MALESIA


Nella terra di Sandokan ci si saluta in un modo molto simile al nostro: invece di stringere l’intera mano si mettono a contatto solamente le dita che poi vanno poste sul cuore, un gesto che indica spontaneità e purezza del sentimento nel porre il saluto. 


GROELANDIA

Il Kunik
Il saluto più strano fino ad ora è senza dubbio quello della Groelandia, un po’ simile al nostro bacio sulla fronte ma con una caratteristica tutta particolare. Infatti, oltre al naso, bisogna appoggiare anche il labbro superiore sulla fronte o sulla guancia di chi si sta salutando..e inspirare!

Questi, naturalmente, sono solo alcuni dei tanti saluti presenti nel mondo! Se ne volete conoscere altri non presenti in questo brevissimo elenco dovete fare solo una cosa: viaggiare ;)

Articolo scritto per noi da Marika Galluccio

sabato 22 aprile 2017

Inside the Country, Inside the People: The New Orleans Jazz & Heritage Festival

Little Freddie King presso The New Orleans Jazz & Heritage Festival
Hola amigos! Come ogni settimana ci ritroviamo per l'appuntamento con Inside the Country, Inside the People, la rubrica di tradizioni dal mondo. Certo, non si tratta delle bellissime e preziose storie di viaggio, ma queste tradizioni sono altrettanto importanti per entrare realmente a contatto con il territorio e sviluppare empatia con le persone. Un patrimonio prezioso che rende la nostra terra ancora più bella da vedere e visitare.

Oggi andiamo a New Orleans per raccontarvi uno dei più famosi Festival di jazz music, al secolo The New Orleans Jazz & Heritage Festival. Nato e cresciuto dall'umile cultura Creola, il festival è amato e rinomato in tutto il mondo, accogliendo ogni anno milioni di spettatori, oltre 150.000 al giorno.

Detta anche Big Easy per il suo stile di vita rilassato e piacevole (I suoi abitanti se la prendono comoda: take it easy! Il suo motto dice infatti Laissez les bons temps rouler - lasciate spazio al divertimento!) New Orleans celebra la musica come patrimonio culturale della città durante l'ultimo fine settimana di aprile ed il primo di maggio, quando ritmi tribali africani, inni di chiesa e musica pop americana, riempiono una nuova pagina della storia della city che spazia dal jazz al blues, dal Rock al folk. Questa festa soulful ha un'atmosfera tutta rilassata, perfetta per sperimentare la cultura di New Orleans senza la follia del precedente Mardi Gras (carnevale). 

Ingresso del festival presso la Fair Grounds Race Course
Secondo il sito ufficiale della Jazz Fest, "il festival celebra la musica e la cultura indigeni di New Orleans e Louisiana, in modo che la musica comprenda tutti gli stili associati alla città e allo stato: blues, R&B, gospel, musica cajun, zydeco,Afro-Caribbean, folk music, Latin, rock, rap music, country music, bluegrass e tutto ciò che c'è nel mezzo. Naturalmente, c'è un sacco di jazz, contemporaneo e tradizionale".

Professor Longhair performs New Orleans Jazz & Heritage Fest
Il festival si svolge durante il giorno, tra le ore 11 e le 7 del pomeriggio - presso il Fair Grounds Race Course, 1751 Gentilly Blvd New Orleans, LA - una pista da corsa di cavalli situata nella storica Mid-City. Tuttavia per tutta la settimana, molti eventi musicali si svolgono in giro per la città.

The New Orleans Jazz & Heritage Festival festeggia la musica e le tradizioni della Big Easy da più di 40 anni, ma il jazz in questa città ha preso piede molto prima. Per tutto il 1800 il commercio degli schiavi crebbe considerevolmente, portando nelle Americhe quasi mezzo milione di africani, in gran parte dalla regione vicino al Congo. La musica proveniente dall'Africa occidentale era per lo più rappresentata da ritmi tribali ricavati da grandi e pesanti da percussioni che venivano suonate quasi esclusivamente per rituali e soprattutto per mantenere il lavoro nei campi in movimento e dare sollievo ai lavoratori. 

Indigeni, ritmi tribali, la storia del jazz parte da qui
A New Orleans, invece, fino al 1843 le grandi danze africane si tenevano in piazza, ogni domenica presso la ormai famosa Plaza Congo. Qui la Chiesa giocò un ruolo fondamentale nella fusione di percussioni tribali e inni religiosi degli schiavi noti come spirituals. Tuttavia, dopo la guerra civile, le leggi che limitavano la libertà degli afro-americani, conosciute come Black Codes, furono approvate, dichiarando fuorilegge il drumming, ovvero tutte le percussioni tribali importate dall'Africa. 

Ninth Ward Hunter
Così per necessità, queste sonorità e ritmi ritmi subirono una sorta di evoluzione, passando dalle percussioni ormai fuori legge, a strumenti "domestici" ovvero oggetti di tutti i giorni trovati in casa e suoni prodotti con il proprio corpo, per esempio lo schiocco delle dita, l'applaudire delle mani, il picchiettare su bottiglie etc. All'inizio del XX secolo la rivoluzione del Jazz a New Orleans era in pieno boom.

Dixieland fu uno dei primi stili di jazz e forse anche il più allegro che regalò a New Orleans l'inno più famoso: “When the Saints Go Marching In". Ma prima di arrivare da noi in Europa, dove assunse diverse connotazioni, il Jazz della Big Easy portò con se anche il ragtime, blues, swing ed il bebop.

Trombone Shorty sul palco del New Orleans Jazz Heritage Festival 2016
Oggi, grazie al New Orleans Jazz & Heritage Festival, è possibile ripercorrere tutta questa fantastica ed emozionante storia del Jazz dalle origini fino ai giorni nostri. Organizzato dall'omonima New Orleans Jazz & Heritage Foundation, associazione no-profit che gestisce il festival, la Jazz Fest più famosa al mondo riunisce su un unico stage tutti gli esponenti più importanti a livello mondiale. Si pensi al primo anno, quando nel 1970 vi salirono leggende tra cui Duke Ellington, Mahalia Jackson, Fats Domino e Clifton Chenier. 

festeggiamenti e balli durante il festival

Partecipare a questa festa è facile, basta acquistare i biglietti online, oppure se volete godervi appieno il festival e viverlo alla "viaggiare con lentezza" potete chiedere di unirvi come volontari. Questo non solo vi permetterà di assistere a tutti gli eventi in programma, ma di vivere il festival e la storia del Jazz come un locale. Potete fare domanda sul sito di riferimento.



vecchie locandine del festival
Leggi le puntate precedenti di Inside the Country, Inside the People, la rubrica sulle più affascinanti tradizioni culturali nel mondo:
Il capodanno cinese
Carnevali d'Italia
Carnevale di Rio
Lòm a Merz
Maslentitsa
Holi Festival
St. Patrick's Day
Chaharshanbe Suri
Kanamara Matsuri 
Naghol Land Diving