martedì 28 marzo 2017

La cascina piemontese che aspira a diventare un Kibbutz autosufficiente

Alla ricerca dell'indipendenza

ecovillaggio
Una classica cascina piemontese sta per diventare una comunità di travellers.


Nelle case di chi vive, per scelta, una vita 
fuori dagli schemi


Oggi vi racconto una delle esperienze di ospitalità più interessanti vissute finora in Italia. Un anno fa, infatti, feci visita a Marco, un signore alto, snello e perennemente abbronzato, che vive da solo a Dorzano (Piemonte), in una grande proprietà acquistata da pochi anni. Marco è italiano di origine, ma sudafricano di fatto e questo ci tiene a sottolinearlo. Ha vissuto la maggior parte della sua vita in Africa dove ha imparato l’inglese nativo e l'afrikaans, idioma autoctono parlato in Namibia e Sudafrica. I genitori piemontesi si erano trasferiti lì, probabilmente per motivi di lavoro. Marco però non ne ha voluto sapere di tornare in Italia quando tutta la famiglia ne ha avuto l’occasione: ha scelto piuttosto di vivere e lavorare nel continente nero, dove il suo cuore ha messo radici. Tuttavia, ha sempre colto l'occasione di girare il mondo: Giamaica, Thailandia, Israele, China, Sudafrica, Cuba, Sudamerica, sembra non esserci luogo dove non sia stato. 
Oggi, però, Marco è tornato nel Bel Paese. E’ stato suo figlio, Misha, ad ispirarlo affinché tornasse, per intraprendere quello che è senza dubbio un progetto ambizioso e coraggioso: convertire una vecchia cascina piemontese in una comunità off the grid, ovvero fuori dalle reti del sistema.

Genitore anomalo o saggio?


Il porticato che conduce al giardino.
Ricordo molto bene uno dei discorsi che io e Marco iniziammo poco prima di metterci a tavola. Un discorso sui motivi delle sue scelte.
 -Tutto questo lo faccio per Misha-. Mi confessò. -Non voglio assolutamente vedere mio figlio lavorare in un ufficio, schiavo di qualche azienda o in debito con qualche banca. Sto realizzando questo progetto affinché possa essere libero dal denaro e dal lavoro stipendiato. Non voglio che abbia padroni, né capi-.
Marco mi disse che la maggior parte delle persone svolge lavori ottusi, malpagati, monotoni e dalla dubbia utilità sociale solo per arrivare a fine mese. Non era la prima volta che ascoltavo un discorso simile, per molti aspetti condivisibile. Era la prima volta, però, che lo sentivo pronunciato da un padre di famiglia. La maggior parte dei genitori, infatti, si sente realizzata quando vede i propri figli collocati all'interno del sistema lavorativo tradizionale. A volte non ha importanza il tipo di lavoro svolto tanto quanto il fatto di portare a casa dei soldi ed essere, finalmente, indipendenti.

-Tutti vogliono che i figli diventino indipendenti- aggiunse Marco- ma questo è un paradosso! E' proprio quando trovano il classico impiego che smettono di essere indipendenti: ogni giorno devono puntarsi la sveglia per andare in ufficio dove trascorrono la maggior parte della loro giornata eseguendo pedissequamente compiti monotoni assegnati dal datore di lavoro. Lo faranno per tutta la vita finché non diventano vecchi. Più che libertà mi sembra schiavitù camuffata con la parola indipendenza. Non capisco come gli altri genitori possano accettarlo. Preferisco mantenere mio figlio per tutta la vita. L’ho fatto nascere perché faccia esperienza del mondo e della vita, non perché sia messo a servizio dell'economia e del capitale-.

la village
Marco, ex-imprenditore, viaggiatore, e ora anche host su workaway

Il progetto dell'autosufficienza


C'è parecchio spazio per l'ospitalità.
Marco, in realtà, non ha nessuna intenzione di mantenere suo figlio, ma di lasciargli piuttosto risorse e mezzi affinché diventi autosufficiente: sta realizzando infatti un percorso di cambiamento per offrire a Misha e a tutti quelli che vorranno partecipare alle attività della cascina un’alternativa di vita. Lo scopo è raggiungere la libertà grazie al frutto del proprio lavoro. Anche se Marco non ha mai sentito parlare di decrescita e downshifting, tutto ciò che fa rientra proprio nella filosofia improntata alla semplicità volontaria e al minimalismo applicati alla vita quotidiana. Lavorare meno, dunque, per vivere di più. Secondo Marco, alla comunità basterebbero poche migliaia di euro all’anno per vivere in tutta serenità. La cascina è aperta a chi voglia sperimentare uno stile di vita off-grid, dove ci si alimenta con verdure fresche colte direttamente dall’orto biologico, consumando le uova delle galline della cascina che scorrazzano libere e altri prodotti di scambio con i contadini del posto. Nessun prodotto chimico, né fertilizzante, verrà usato per l’irrigazione e la coltivazione delle piante. Il compost è naturale e fornito apposta dagli animali residenti. L’acqua proviene dal pozzo della cascina, infine, per il riscaldamento, ci sarà da fare economia della legna procurata con la potatura delle piante e degli alberi.

ecovillaggio in piemonte

Una comunità per viaggiatori lenti


Iniziato a Marzo del 2016, Marco ha chiamato il suo progetto La village definendo la sua casa come una fattoria biologica autosufficiente, alternativa e non commerciale. La comunità che Marco intende realizzare si ispira al modello dei Kibbutz israeliani che lui stesso aveva già sperimentato nei suoi viaggi, molti anni fa. Ciascun partecipante volontario lavora in base alle proprie capacità ed esperienze in cambio di vitto e alloggio. Prima del mio passaggio alcune ragazze russe, inglesi e ungheresi avevano già fatto visita e sostenuto le attività della casa offrendo il loro aiuto volontario.  

Vissi con Marco un paio di settimane, lavorando duramente tutte le mattine. Il suo progetto, allora, era appena cominciato: insieme abbiamo costruito un lungo recinto per lasciare alle galline più spazio per essere libere. Un’altra volontaria dalla toscana si occupava dell’orto biologico, già molto produttivo. Un’infinità di altri lavori di ristrutturazione si sarebbero presto avviati con l’aiuto di nuovi volontari internazionali. -Ogni cosa a suo tempo-, mi disse Marco. -Non c’è fretta!-.

D'altronde, tutte le cose più belle e durature di questo mondo, si realizzano sempre con lentezza.

wwoofers
Volontari internazionali della cascina di Marco
P.s: per conoscere Marco e la sua comunità devi essere iscritto ad Helpx o Workaway e cercarlo nella lista degli host. Per maggiori info sugli scambi alla pari clicca qui

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domenica 26 marzo 2017

L'ecovillaggio di Tamera in Portogallo.

Amore libero, permacultura e reddito condiviso

eco-villaggi
l'ecovillaggio di Tamera

170 persone, 330 ettari


L’ecovillaggio di Tamera è situato nel sud del Portogallo tra Faro e Lisbona ed è nato nel 1995 da un gruppo di persone provenienti dalla comunità tedesca Zegg che fu fondata nel 1978. I fondatori sono un gruppo di attivisti che cercano di capire l’origine dei conflitti tra gli esseri umani e che si propongono di creare un nuovo modello di società basata sui principi della non-violenza e della cooperazione tra esseri viventi e natura.
Fin dalla nascita del progetto si è resa presto nota la necessità di prendersi cura delle relazioni umane e la consapevolezza che esse devono essere poste al centro del lavoro comunitario: finché ci saranno conflitti all’interno delle relazioni quotidiane, specialmente tra uomini e donne, sarà impossibile costruire un ambiente di pace. Nasce quindi il concetto di amore libero sviluppato dalle due comunità: un amore libero da paure e gelosie, basato su una comunicazione aperta e onesta. Il concetto di pace non si ferma però alla pace tra esseri umani ma si estende anche agli animali, ai vegetali, alla natura in generale, concentrandosi sul nostro ruolo rispetto a quest’ultima.
Dopo l’esperimento di Zegg, i membri della comunità decidono di cercare di acquisire una terra a sud con l’idea di restaurare un ecosistema e mettere in pratica le loro idee di permacultura, con il fine di dimostrare come sia possibile ridare vita a zone che si stanno desertificando a causa di un forte sfruttamento da parte dell’uomo: impiegheranno alcuni anni prima di trovare quella che poi diventerà Tamera.

L’ecovillaggio di Tamera è oggi un centro di ricerca in campo ecologico, tecnico, spirituale e sociale mondialmente riconosciuto.

Ecco la mappa del territorio di Tamera, con la forma di un volatile, simbolo di libertà:




I fondatori:


Dr Dieter Duhm: psicoanalista, storico d’arte, leader del movimento studentesco in Germania nel 1968, visionario e responsabile del dipartimento d’Arte e Salute a Tamera.

Sabine Lichtenfels: ambasciatrice della pace, ricercatrice, teologa e autrice, responsabile della Global Love School e della ricerca spirituale a Tamera.



L’aspetto sociale e l’amore libero a Tamera


Le attività comunitarie a Tamera sono centrate sulla costruzione di rapporti umani, con il desiderio di vivere una nuova forma d’amore, di relazione e di sessualità che permetta a ciascuno di essere veramente se stesso e d’esprimere il proprio amore.
Le relazioni e la sessualità sono un campo di ricerca e di sperimentazione in questo eco-villaggio.
secondo la filosofia di Tamera “ci sarà pace sulla Terra il giorno in cui smetteremo di farci la guerra in amore”: il dramma attuale della nostra società è quello dell’amore, il nostro mondo è costruito su una base di violenza, conflitti, guerre che ci rendono diffidenti e che ci impediscono di esprimere il nostro amore e ci rendono violenti, ci fanno soffrire.
L’umanità soffre di una carenza d’amore. La presa di coscienza di questi aspetti ha spinto i membri della comunità a fare ricerca sulla guarigione dalle sofferenze umane e su come esprimere l’Amore Intero che risiede dentro ognuno di noi, riconoscendo le nostre sofferenze e autorizzandoci ad amare. L’amore non può essere diretto solo verso una persona, ma ciò non significa che dobbiamo sempre avere una pluralità di partners o cambiare partner con frequenza: significa piuttosto che possiamo sentire attrazione verso diverse persone e provare diverse forme d’amore verso più persone, e che se noi lo sentiamo, lo sente anche l’altra persona. L’amore libero e la coppia non si escludono mutualmente ma si completano. L'amore libero è visto come una terza via.
Esso si basa su una comunicazione autentica e non violenta in cui ognuno è libero di esprimere i propri sentimenti ed i propri bisogni, che porta a maggiore comprensione e maggior rispetto dell’altro. Il supporto della comunità aiuta a creare una struttura in cui la fiducia e la solidarietà sono libere di fiorire.
Ai fondatori di Tamera e Zegg appare essenziale poter offrire spazi comunitari dove creare delle assemblee in cui sia possibile lavorare su queste problematiche facendo in modo che ognuno sia libero di esprimere i propri sentimenti dinanzi al gruppo. Le assemblee sono guidate da un facilitatore che aiuta le persone a riformulare i loro pensieri e le orienta nel cammino verso la liberazione.
I membri di Tamera sperimentano in questa sfera, ammettendo che non è un percorso facile ma che porta ad autenticità, guarigione, pace e compassione. Per maggiori informazioni a proposito, vi invito ad esplorare le ulteriori risorse presenti sul loro sito web.

L’acqua e l’agricoltura a Tamera



L’acqua è un elemento preso in grande considerazione dalla comunità.
L'acqua è fonte di vita, di purificazione, custode di ricordi.

A livello ecologico, al fine di restaurare l’ecosistema molto arido di Tamera, esperti paesaggisti della permacultura hanno studiato il terreno per creare diversi bacini di ritenzione idrica. Così facendo, Tamera ha ridato vita ad un ecosistema vegetale e animale e possiede l’acqua necessaria per l’uso quotidiano (docce, stoviglie ecc.)

Quando si assiste alla perdita di vegetazione ed alla desertificazione, la terra perde la sua capacità di assorbire l’acqua: quando piove, le acque piovane lavano il terreno invece di penetrare. La creazione di bacini nei punti giusti permette progressivamente di raccogliere le acque piovane e quindi la creazione di piccoli laghi artificiali che incoraggiano la crescita graduale della vegetazione, che permette di nuovo la ritenzione dell’acqua.

Diventa allora possibile piantare alberi e coltivare con il fine di fornire una parte dell’alimentazione agli abitanti locali.

Potete osservare nella foto seguente la differenza paesaggistica all’inaugurazione di Tamera, nel 2007 e nel 2011.

ecovillaggi


A Tamera incontrerete solo servizi igienici a secco, in quanto l’acqua, tanto preziosa, è utilizzata solo laddove necessario e il compost dei servizi igienici può essere utilizzato come fertilizzante per il terreno.

In basso, la foto delle toilette:

Tamera
Servizi igienici a secco

L’educazione a Tamera


TameraL’educazione è un aspetto molto importante a Tamera.

Il Global Campus e la Scuola Terra Nova.

Tamera è un campus per tutti, in cui i membri della comunità propongono vari corsi relativi a permacultura, amore libero, energie rinnovabili e così via.

Gli stessi corsi sono proposti anche all’esterno per far conoscere gli ideali della comunità e far nascere nuove iniziative simili.

Tamera


Escola da Esperança


I bambini, che incarnano la nuova generazione, sono educati secondo modelli di una nuova pedagogia.

educazione libertaria
Scuola libertaria
Una delle peculiarità di Tamera è permettere ai bambini di vivere insieme nello stesso territorio, sotto la supervisione di un educatore. A partire dai 6 anni, se lo desiderano, possono unirsi al campus in cui vivono collettivamente e ricevono un’educazione quotidiana. Sono liberi di visitare i loro genitori quando vogliono e i genitori possono fare lo stesso.

La scuola di Tamera è molto attiva a livello politico in favore della pace e spesso i bambini organizzano dei soggiorni/scambi all’estero al fine di condividere un’esperienza con scuole o gruppi di bambini che vivono una quotidianità molto diversa dalla loro.

https://www.youtube.com/watch?v=XDerGT5wskU

La ricerca dell’autosufficienza


TameraL’autosufficienza alimentare si esprime con la volontà di produrre all’interno della comunità i beni consumati. La produzione agricola è ampia, anche se non copre interamente i bisogni della comunità e dei visitatori.

Un’esperienza interessante è stata realizzata nel centro solare, dove hanno cercato di nutrire 60 persone esclusivamente con prodotti locali per un periodo di tempo.

L’energia utilizzata per la cucina era interamente solare, a base di biogas prodotto in loco.

L’esperienza ha permesso loro di usare le erbe aromatiche in modo creativo e creare nuove ricette gustose. Un’altra cosa interessante dell’esperienza è che hanno esplorato i loro bisogni, per esempio nello scoprire a che ora del giorno avevano voglia di cioccolato, zucchero, caffè ed altri alimenti con i quali potessero avere un rapporto emozionale.

Qui sotto si possono vedere le foto della cucina solare, centro di sperimentazione dell’autosufficienza alimentare.

Tamera
Cucina solare
Tamera
Autosufficienza alimentare

La costruzione ed il progetto PIER


case naturali
A Tamera è possibile osservare diversi tipi di costruzione: dal caravan, alla yurta, alle abitazioni di terra, paglia e legna.

Il governo portoghese ostacola però la costruzione di nuove abitazioni ma per affrontare il problema, Tamera ha deciso di proporre al governo un nuovo modello legislativo riguardante le infrastrutture di tipo naturale che preservano l’ambiente.

È il progetto PIER (Plano de Intervenção em Espaço Rural) che, se si riuscisse a realizzare, può rappresentare un esempio di buona pratica per i numerosi eco-villaggi che si trovano ad affrontare le stesse difficoltà burocratiche.

L’organizzazione finanziaria


ecovillaggiL'aspetto finanziario è basato su fiducia, trasparenza, mutuo supporto e partecipazione responsabile.
La comunità è regolarmente informata circa i bisogni della stessa e le decisioni vengono prese collettivamente durante le assemblee. Ci sono investimenti privati finalizzati allo sviluppo di progetti da parte di piccoli gruppi e progetti collettivi a cui partecipa l’intera comunità.

L’obiettivo di Tamera è quello di poter soddisfare i bisogni di tutti i membri della comunità, ma poiché ancora non si è raggiunto tale risultato, molti membri della comunità in inverno lavorano per avere le risorse necessarie per sviluppare i progetti della comunità. Le decisioni circa la divisione dei ruoli e del lavoro sono prese collettivamente, su base volontaria. Certe persone hanno bisogno di restare a Tamera tutto l’anno mentre altre hanno la possibilità di lavorare all’interno o all’esterno della comunità. La maggior parte dei membri di Tamera sono co-workers cioè persone che lavorano per la comunità in cambio di vitto e alloggio.

Tamera riesce a coprire la maggior parte delle proprie spese grazie ai visitatori, i corsi e la vendita di libri, ma anche grazie a donazioni e prestiti offerti da amici della comunità. Infrastrutture, imprese e associazioni a Tamera sono gestite infatti in modo cooperativo.


bioedilizia
Progetto erbe medicinali e culinarie


vestiti alternativi
Negozio di vestiti di seconda mano e riciclo tessuti.

ecovillaggio
Il centro culturale: luogo d’incontro, bar, giochi, serate a tema. Niente di meglio per terminare la giornata!

Lavorare insieme nella gioia e nella connessione con l’altro per ottenere grandi risultati!

La grande hall di Tamera, costruzione in terriccio, legno e paglia che può accogliere centinaia di persone!

luogo di meditazione
Il cerchio di pietre, luogo di meditazione e contatto con le forze della natura.

Per maggiori informazioni e per visitare questo eco-villaggio, vi rimandiamo al loro sito web:
ecovillaggi
"La grazia ti porterà a casa".
Articolo originale tradotto da:


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venerdì 24 marzo 2017

Inside the Country, Inside the People: Chaharshanbe Suri



Eccoci nuovamente con la rubrica Inside the Country, Inside the People, l'appuntamento con la cultura e le tradizioni dal mondo, che oggi ci porta in Iran per celebrare il famoso Chaharshanbe Suri, meglio conosciuto come the Persian Festival of Fire

Da pochi giorni siamo finalmente entrati in primavera e, come ormai ci è noto, in moltissimi Paesi del mondo si festeggia l'equinozio e l'ingresso in questa fantastica stagione simbolo di rinascita.

Per il popolo persiano questo rito rappresenta la celebrazione del capodanno, quando, la notte tra l'ultimo martedì ed il primo mercoledì di ogni Nowruz (cioè l'anno, che coincide con l'equinozio di primavera), gli iraniani celebrano un festival del fuoco che ha affondato le sue radici nelle antiche usanze e nella storia del paese.

Camminata sul fuoco purificatore

Anche in questo caso è il fuoco a farla da padrone e, anche in questo caso, il fuoco stesso serve a purificare l'anima da tutte le negatività accumulate nell'anno precedente. Il rito consiste in una vera e propria camminata attraverso le fiamme, per questo, lungo le strade delle città, vengono preparati grandi e piccoli falò dove chiunque è invitato a passarci sopra, saltando, camminando o correndo per ricevere quella benedizione e pulizia che il fuoco stesso può dare, eliminando le sfortune, impurità, disgrazie, malattie e lasciando corpo e anima puliti e pronti ad accogliere il nuovo anno. Una volta spenti i falò, anche le ceneri di questi fuochi dovranno essere gettate via, proprio per far entrare nella maniera più linda il nuovo Nowruz

Spettacoli pirotecnici durante il Chaharshanbe Suri

L'origine di questo festival del fuoco risale prima dell'arrivo dell'Islam in Persia, quando era celebrato gli ultimi cinque giorni dell'anno. Poi, con l'arrivo dell'Islam, il Chaharshanbe Suri (Chaharshanbeh significa Mercoledì e Suri significa rosso, festa o festival) ha assunto una collocazione temporale più precisa, cadendo il primo mercoledì del Nowruz. La scelta di portare le celebrazioni a questo giorno preciso è stata voluta dagli iraniani proprio per preservare questa festa e salvarla dall'influenza araba.

Prima dell'invasione musulmana gli iraniani non avevano sette giorni della settimana e nell'antica Persia tutti i giorni del mese portavano il nome di angelo, con l'arrivo dell'islam questi nomi vennero sostituiti in favore degli attuali nomi della settimana che conosciamo. Dal periodo musulmano in poi molti usi e feste iraniane cominciarono a svanire e alcune scomparvero del tutto. 

danzatrici iraniane che ballano davanti al fuoco
Così, gli iraniani preoccupati di preservare la loro cultura, cercarono di salvare i loro riti e costumi dall'estinzione proteggendoli dalla pratica islamica che ormai stava prendendo il sopravvento. Sapendo che gli arabi credevano che il mercoledì fosse un giorno sfortunato, un giorno di cattivi presagi, i persiani spostarono la loro festa del fuoco proprio in questo preciso giorno in modo da non subire alcuna contaminazione o imposizione araba.

Ci sono molti rituali legati a questo capodanno, per esempio, durante le camminate sopra ai fuochi la gente canta una canzone tradizionale chiamata "Sorkhi-ye to az man" che significa più o meno "Il tuo colore rosso che arde deve essere mio. Il mio pallore giallo malaticcio sarà tua". Inoltre, anche i fuochi d'artificio e i giochi di luce fanno parte del rituale che richiama la simbologia del fuoco, pertanto tutti ne fanno uso illuminando i cieli con meravigliosi giochi di colore. 

Giochi pirotecnici con il fuoco durante il Chaharshanbe Suri
Ancora, durante il Chaharshanbe Suri potrete vedere appese a tutte le case delle specie di pentolacce, ovvero piccoli vasi contenenti carbone, sale (entrambi simbolo di malaugurio e sfortuna) e una piccola moneta di poco valore (simbolo di indigenza). Rompendo questa pentolaccia gli abitanti della casa scacciano dalla loro abitazione i cattivi presagi.

Un altro rituale, strettamente legato all'inizio del nuovo Nowruz, e che quindi viene praticato il 21 marzo, è la preparazione della casa. Si chiama Haft-e-Seen e prevede una pulizia e rinnovamento di se stessi e degli interni della propria abitazione. Ci si fa il bagno, si indossano abiti nuovi e profumi, si decora con mobili nuovi e fiori freschi.

La parte più importante di questo Haft-e-Seen è rappresentata dalla tavola, che dev'essere imbandita di sette elementi, il cui nome inizia per S, che simboleggiano diversi concetti peculiari della primavera e del capodanno:

1. Somagh (Sumac): simboleggia il colore del sorgere del sole
2. Serkeh (aceto): simboleggia l'età e la pazienza
3. Senjed (frutta secca da albero di loto): simboleggia l'amore
4. Samanoo (budino dolce): simboleggia abbondanza
5. Sabzeh (germogli): simboleggia la rinascita
6. Sib (mela): simboleggia la salute e la bellezza
7. Sir (aglio): simboleggia la medicina 

Haft Seen
Ulteriori elementi che si trovano comunemente sul Sofreh sono:

Sekkeh (moneta): simboleggia la ricchezza e la prosperità
Sonbol (Giacinto): un fiore di primavera
Mahi (pesce): simboleggia la vita
Tokhmeh morghi (uovo): simboleggia la fertilità
Sham (candela): simboleggia l'illuminazione
Shirini (dolci): simboleggia il diffondere la dolcezza
Un libro di poesie o di preghiera


Leggi le puntate precedenti di Inside the Country, Inside the People, la rubrica sulle più affascinanti tradizioni culturali nel mondo:
Il capodanno cinese
Carnevali d'Italia
Carnevale di Rio
Lòm a Merz
Maslentitsa
Holi Festival
St. Patrick's Day

martedì 21 marzo 2017

Benvenuti a Mortara pellegrini sulla Via Francigena!

Mortara: una tappa lombarda della via Francigena



Provenendo da Vercelli e attraversando una pianura ricca di fameliche zanzare d'estate e di nebbie persistenti d’inverno, si incontra in una tappa della Via Francigena, la città di Mortara, capoluogo della lomellina. Un territorio che si estende al confine con la Regione Piemonte tra i fiumi Ticino, Sesia e il Po. Un tempo, negli anni ’70, Mortara era ricca di industrie tessili, ora quasi tutte chiuse e abbandonate. Sopravvive invece -anzi i lomellini lo considerano un vanto- la monocultura risicola che nel quadrante pavese e novarese fornisce una produzione notevole di cereali a livello nazionale. Quando le risaie sono allagate, i mortaresi dicono “questo è il nostro mare” e in effetti l’impressione a volte è proprio quella di abitare in una piccola Venezia. Strade sterrate tutto attorno per il transito dei grossi mezzi agricoli e il profumo in lontananza del Parco del Ticino.

Città accogliente ma anche un po’ chiusa, un po’ pettegola, come forse tutte le piccole città di provincia lontana dall’influenza dei centri culturali più importanti. Da sempre nodo ferroviario di primo ordine, soffre da qualche lustro la sensazione di essere diventata pattumiera della regione Lombardia con il suo concentramento di discariche, inceneritori e altre tristezze. 


Tuttavia come ogni luogo anche questa terra ha un’anima con le sue donne forti e determinate che a tratti ricordano le lotte e la forza delle migliaia di mondariso che giungevano da tutto il Nord Italia sin qui per la monda del riso, con i suoi poeti e i suoi scrittori. Con una figura di sacerdote di grande umanità Padre Nunzio De Agostini che ha in gestione l’ostello romitorio di Mortara in località Sant’Albino e che nonostante i tanti anni sul groppone, al passaggio di ciascun pellegrino pretende di esser chiamato per dare un augurio e per ricevere una storia.

Infine la tappa francigena mortarese, sicuramente meno blasonata di altre, ha la particolarità di godere di ampi spazi aperti dove anche i pensieri di chi cammina sulle strade poderali possono allargarsi e respirare in leggerezza e in libertà. Gli ultimi dati certificati parlano di oltre 700 presenze di pellegrini che hanno sostato qui nell’anno 2016.

Un invito a fermarsi.

Benvenuti a Mortara pellegrini sulla Via!


Benvenuta e benvenuto, amico pellegrino che stai percorrendo la Via Francigena, un cammino che tu conosci bene e che è ricco di storia, di spiritualità, di paesaggi meravigliosi e di cultura. Benvenuti a Mortara. Una città che noi, che qui viviamo e abitiamo, amiamo molto. Dove la nebbia nei lunghi mesi invernali annulla tutto il paesaggio circostante, sempre meno per la verità negli ultimi lustri, dove una fitta rete di cavi e di canali irrigui allagano il riso in primavera e ti sembra quasi di vivere in una piccola Venezia.
Benvenuta/o amico pellegrino in questa città dove in estate le zanzare puniscono tutti coloro che osano esporre anche un solo lembo di pelle, dove alla fine di settembre si svolge un incredibile sagra paesana folkloristica con giochi, sbandieratori, sfilate, concerti, in essa il cibo prediletto risulta essere il salame d' oca che proviene da allevamenti locali. Altri prodotti tipici sono nei paesi attorno a Mortara anche il risotto di Cergnago, gli asparagi di Cilavegna, le cipolle di Breme e le offelle cioè un biscotto dolce di Parona. Nel tuo cammino li troverai e forse li assaggerai dopo averli trasportati nel tuo zaino.

Benvenuto nella città dei supermercati, tanti sono quelli esistenti, due in costruzione, territorio pieno di istallazioni inquinanti, discariche , inceneritori fanghi sparsi nei campi coltivati ma anche ricca di abbazie generose di storie e di leggende come quella in cui ti trovi ora e di chiese importanti come quelle di San Lorenzo e di Santa Croce che ti consigliamo se hai ancora un poco di energia di visitare. Sono le chiese che probabilmente hai già incontrato sulla tua strada, arrivando fin qui. Se non sei troppo stanco il nostro consiglio è di uscire stasera, tornare sui tuoi passi, cercare viale Parini e alla fine fermarti un poco nelle panchine del Municipio oppure nell'adiacente piazza di San Lorenzo, poi proseguire verso la Piazza del Teatro e sostare nella grande piazza con le palle di cemento e osservare il passeggio dei giovani, la sera.
Se infine vuoi conoscere le piccole e grandi storie di questo territorio compra il settimanale Informatore Lomellino che esce ogni mercoledì e portalo con te in ricordo di questo lembo di terra che hai attraversato. Sulle sue pagine troverai cronaca e cultura, ritratti di luoghi e di gente che abita la lomellina, le loro storie, i loro sogni, le loro idee. Se con le spalle alla chiesa di Sant'Albino guarderai verso destra troverai un salice giovane ed un cartello. Sono dedicati a una nostra amica giornalista, si chiamava Savina , che sta percorrendo un altro cammino e che avrebbe desiderato compiere proprio quest'anno anche lei un tratto della francigena. 

La Lomellina, come sai dalle tue guide, è una terra che ha la fortuna di essere attraversata da una delle tre grandi strade storiche che portavano i pellegrini verso i centri della cristianità, da Canterbury a Roma, dal San Bernardo a Santiago de Compostela, da Roma a Gerusalemme. La Via è ormai ovunque conosciuta come la lunga via che parte da Canterbury e giunge fino a Roma alla tomba di San Pietro.
Strada millenaria, fu camminata nei secoli da mercanti, sovrani, religiosi e pellegrini che si recavano a Roma e poi proseguivano per la Terra Santa o che, in un percorso inverso, risalivano, verso Santiago de Compostela. Negli ultimi mesi in tanti l'abbiamo percorsa nel tratto lomellino che porta da Robbio a Tromello e poi al Santuario delle Bozzole, in inverno e in primavera, da soli o in compagnia e possiamo dire che ogni volta la strada ci ha regalato la “dolcezza” dei suoi paesaggi, la bellezza delle sue albe, la tenerezza della vita che si rinnova continuamente.
Perché tu sai del resto molto bene che la Via permette di recuperare il senso della frugalità, dell'essenzialità, della lentezza, la possibilità di fare un turismo che non sia mordi e fuggi, di unire insieme storia, ambiente naturale, cultura materiale ed immateriale, radici. E perché no, camminare crea anche incontro, relazione, in un territorio dove i paesi piccoli che avrai trovato giungendo sin qui sono sempre più spopolati, dove il pendolarismo verso Pavia e Milano svuota i centri abitati più grandi e dunque aiuta a ricucire gli effetti della disgregazione sociale, generare inclusione e partecipazione.

Per chi lo desidera la Via, e dunque anche questo tratto che stai percorrendo, può dare senso e valore a una visione autenticamente spirituale della vita in un mondo secolarizzato, pieno di falsi miti. Una full immersion nella natura per soddisfare un bisogno autentico, un contatto con tempi e ritmi naturali. Puoi abbracciare gli alberi, perderti guardando le stelle.
Creare una cultura dell'accoglienza. Celebrare la bellezza del paesaggio come valore. La Via inoltre può avere una funzione educativa verso le nostre scuole e ci piacerebbe per questo invitare gli studenti lomellini a sperimentare il piacere della strada. Per questo stiamo lavorando, per promuovere un centro di educazione ed etica ambientale, realizzare un festival diffuso sul tema del pellegrinaggio inserendo la Via in una rete di agriturismi, di luoghi storici, oasi naturalistiche, eventi culturali, musei popolari. Nella convinzione che pur non possedendo la Lomellina montagne o spiagge, la Via è comunque capace di offrire molto ad un turismo attento e non distruttivo, di cui sempre più in futuro gli abitanti delle grandi megalopoli sentiranno il bisogno.
Il trend dell'inurbamento e del consumo di suolo prosegue infatti ogni anno, creando il bisogno di una immersione in luoghi autentici. 
Ci chiediamo anche se la Francigena possa essere oltre che una strada fisica anche un percorso capace di far nascere nuovi modi dell'abitare (cohousing), nuovi stili di vita, nuove forme partecipative, nuovi modelli di consumo con orti sociali e gruppi di acquisto solidali. E come sta avvenendo in altre realtà giungere alla creazione di un vero e proprio distretto di economia solidale.

Autori e cammino


Ma perché tanti dicono che è così bello e “dolce” camminarci sopra? Scrittori e viaggiatori l'hanno narrata a lungo. Nelle loro parole c’e’ il senso profondo della vita. Ti regaliamo alcuni passi.
David Le Breton ne “Il mondo a piedi” diceva: camminare significa aprirsi al mondo. “L'atto del camminare riporta l'uomo alla coscienza felice della propria esistenza, immerge in una forma attiva di meditazione che sollecita la piena partecipazione dei sensi. È una esperienza che talvolta ci muta, rendendoci più inclini a godere del tempo che non a sottometterci alla fretta che governa la vita degli uomini. Camminare è vivere attraverso il corpo. Trovare sollievo nelle strade, nei sentieri, nei boschi non ci esime dall'assumerci le responsabilità che sempre più ci competono riguardo ai disordini del mondo, ma permette di riprendere fiato, di affinare i sensi e ravvivare la curiosità. Spesso camminare è un espediente per riprendere contatto con se stessi.” .
Roland Barthes annotava che camminare è forse, mitologicamente il gesto più comune, e quindi il più umano che da millenni, e ancora oggi in molte parti del pianeta, l'uomo si serve dei piedi per trasferirsi da un luogo all'altro. “Sicuramente mai come nelle società contemporanee si è fatto così scarso uso della mobilità e della resistenza fisica individuale. L'energia umana in senso stretto viene stimolata di rado nel corso della vita quotidiana. Il bagno nei fiumi come ancora si usava negli anni sessanta, non si fa quasi più, non si usa più la bicicletta nè tanto meno le gambe per andare al lavoro o svolgere le incombenza quotidiane. Nonostante gli ingorghi del traffico nelle città, l'automobile oggi è regina del quotidiano e ha reso il corpo un elemento accessorio per milioni di nostri contemporanei. Camminare oggi è come una forma di nostalgia e di resistenza. I camminatori sono persone singolari, che accettano per qualche ora o qualche giorno di uscire dall'automobile per avventurarsi fisicamente nella nudità del mondo”.
E infine la cultura del passo, dice Regis Debray placa i tormenti dell’effimero. “Nel momento in cui si getta lo zaino sulle spalle e la scarpa appoggia sui ciottoli della strada, la mente si disinteressa delle ultime notizie. Quando percorro a piedi trenta km al giorno, calcolo in anni il mio tempo, quando in aereo ne faccio tremila calcolo in ore la mia vita. Il cammino scandisce la nozione del tempo, il viaggiatore si ritrova in un tempo rallentato a misura del corpo e del desiderio. L’unica fretta a volte, è quella di arrivare prima del calare del sole. L’orologio cosmico è quello della natura e del corpo, non quello della cultura con la sua meticolosa divisione del tempo”.

Informazioni e contatti 


A Mortara c'è una piccola Associazione culturale che si chiamo Il Villaggio di Esteban, ci piacerebbe organizzarci e venire fino a te, amico pellegrino, la sera per raccontarti dei questi luoghi, di poesia locale , di musica, per scambiare storie e narrazioni di vita. Ci stiamo organizzando per il prossimo anno, nel frattempo se ti va scrivi sui social di te e se lo desideri, mettici foto, posta commenti, raccontaci da dove vieni e dove vai e i tuoi ragionamenti.
Grazie e buon cammino. Ultreja!

P.s: Abbiamo aperto una pagina su Facebook dal nome "pellegrini della francigena a Mortara" . Se hai piacere posta foto del tuo passaggio, commenti, raccontaci da dove vieni e quale è la tua meta, se hai piacere anche le tue motivazioni, le cose che ti hanno reso felice e quelle che ti hanno lasciato perplesso. Raccontaci cosa hai apprezzato del cammino e di come si potrebbe migliorarlo, raccontaci le storie degli altri pellegrini che hai trovato sulla Via Francigena, metti una tua foto in jpeg e una tua mail. Se raccoglieremo molto materiale interessante faremo un e- book e te ne manderemo una copia.

sabato 18 marzo 2017

5000 km di avventure con BlaBlaCar - terza e ultima parte

condividere passaggi in auto

viaggiare con lentezza
Il celebre toro del cognac Osbourne, che appare spesso lungo le strade spagnole

Quando abbiamo iniziato il nostro anno sabbatico, che ci aveva portato a condividere la nostra auto verso la Bretagna e il paese basco, non era prevista la Spagna. La volatilizzazione di alcuni impegni in Italia ci ha però inaspettatamente concesso l'occasione per una vacanza. A questo si era aggiunto il desiderio di un po’ di evasione dopo diciassette giorni di duro lavoro con workaway sui Pirenei. Abbiamo passato un paio di serate al pc tra geometrie su google maps e calcoli su airbnb e simili e finalmente la rotta era tracciata: breve tratta fino a Bilbao, dove ci saremmo fermati a trovare un’amica, 400 chilometri fino a Madrid e, infine, una tirata finale fino a Granada. Poi saremmo tornati in Italia. 

Per quest’ultima parte di cinquemila chilometri di Blablacar abbiamo accolto in macchina più di dieci persone e, anche se ognuna ci ha a modo suo arricchito, per motivi di tempo e spazio, mi soffermerò solo su alcuni di loro.

Last minute


Se durante i primi viaggi in covoiturage in Francia avevamo capito che non era necessaria alcuna fretta per mettere gli annunci su Blablacar, per scendere in Spagna abbiamo imparato che per pubblicare un annuncio in realtà non è mai troppo tardi: a volte ci siamo trovati a rispondere a richieste di passaggio tra le undici di sera e l’una di notte, giusto poche ore prima di partire. Proprio in queste improbabili fasce orarie abbiamo ricevuto le prime due prenotazioni per la nostra traversata iberica: sarebbero salite a bordo con noi Lamiae e Ana. 

viaggiare con lentezza
la Sierra Nevada vista dalle colline di Granada


Che il Marocco sia con noi


Uno dei nostri primi passeggeri all’inizio del viaggio era stato un simpatico marocchino di nome Ahmed e l’avevamo interpretato come un segno in qualche modo legato al mio desiderio di sostituire la Francia con il Marocco, come meta di inizio del nostro anno sabbatico. Anche il viaggio in Spagna è iniziato con il Marocco a bordo. Lamiae è una solare marocchina di 26 anni, la troviamo ad aspettarci al tavolino di un caffè sul parking minute della stazione di Bayonne. Poco dopo ci raggiunge al punto di incontro Ana, portoghese, anche lei di 26 anni. Entrambe devono scendere all’università di Bilbao: Lamiae era venuta a Bayonne per incontrare il suo fidanzato di Fez, perché la città francese si era rivelata il punto più economico dove incontrarsi. A Bilbao studiava ingegneria delle telecomunicazioni, si stava per laureare e l’attendeva un’offerta di lavoro in Giappone. Anche Ana era venuta a Bayonne a trovare il fidanzato. Prima di trasferirsi a Bilbao, Ana aveva vissuto in Congo, Marocco e Portogallo, paese di origine dei genitori. Quante lingue parlava correttamente? Sette. E non la spaventava l’idea di imparare l’italiano per tentare un’avventura lavorativa a Milano. 

Il viaggio con Lamiae e Ana scorre velocissimo, anche perché decidiamo ben presto di lasciare i nostri propositi iniziali e di prendere l’autostrada: scopriamo infatti che i pedaggi spagnoli sono molto più abbordabili di quelli francesi. Non solo, anche il gasolio costa circa venti centesimi meno che in Francia e quaranta meno che in Italia. Il tempo vola parlando di tapas spagnole e cucina marocchina.

spese di viaggio
Una stazione di servizio tra Bilbao e Madrid: certi prezzi meritavano una foto

Il cuoco


Il cibo diventa l’argomento principale della tratta successiva. Dopo un pomeriggio e una notte a Bilbao, ripartiamo con a bordo Antonio, un giovane cuoco che lavora in una trattoria a un paio d'ore dalla città basca. Per due ghiottoni come me e Rita, avere un cuoco a bordo è un onore e un’occasione irripetibile. Antonio ci racconta che al suo ristorante fanno cucina povera rivisitata, dove i piatti forti sono a base di frattaglie. La sua specialità era il morro de cerdo, lui però si diletta anche con la cucina italiana, nonostante i suoi piatti preferiti siano galiziani, come il bacalao pilpil e il percebe, un mollusco ricercatissimo per il cenone di San Silvestro. La nostra salivazione ha una tregua solo quando la conversazione verte su un’altra particolarità delle festività natalizie in Spagna: el gordo de Navidad
babbo Natale spagnolo
Da Wikipedia: l’Olentzero

olentzero
Da Wikipedia: il Tio de Navidad o Caga Tio
El Gordo è la lotteria di Natale spagnola, ma come ci spiega presto Antonio, non si tratta di una semplice lotteria, è un evento per il quale la gente si unisce e spera insieme. è un gioco piuttosto diverso da quello italiano, innanzitutto perché non c’è un solo e unico grande premio, ma moltissimi “piccoli” vincitori: a vari biglietti è assegnato un premio di quattro milioni di euro, ma ogni biglietto è frazionato in dieci parti acquistabili singolarmente, ognuna delle quali può far vincere un premio fino a quattrocento mila euro. L’attesa e la gioia sono così condivise da moltissime più persone e c’è chi si precipita ad acquistare la “decima” con il proprio numero fortunato anche due mesi prima dell’estrazione. L’entusiasmo di Antonio ha coinvolto anche me e Rita e a Granada abbiamo comprato un tagliando anche noi. Per rimanere in tema natalizio, sapevate inoltre che nei Paesi Baschi i regali non li porta Babbo Natale, ma bensì l’Olentzero? Si tratta di un personaggio folkloristico, vestito da carbonaio, che la notte della vigilia scende dalle montagne ad annunciare la nascita di Gesù e a portare regali. E sapevate inoltre che anche in Catalogna i regali non vengono portati da Babbo Natale, ma che vengono invece, traduzione letterale, cacati da un tronco? Sì, proprio così: nei giorni precedenti al Natale i bambini nutrono un piccolo ceppo addobbato, chiamato “caga tio”, dandogli resti di cibo o torrone, per poi, la notte di Natale, picchiarlo con un bastone fino a farne uscire torroni e regali. 

Con affettuosi saluti ci siamo separati da Antonio, lasciandolo davanti al posto di lavoro, e abbiamo proseguito per Madrid, dove avevamo fissato un Airbnb. 


L'avvocato


Il ritorno verso l’Italia non è cominciato nel più promettente dei modi. Abbiamo infatti preso a bordo l’eccentrico Jason: ventisette anni, californiano, avvocato e con i capelli verdi. Arrivato in ritardo perché aveva avuto difficoltà ad alzarsi dopo una notte brava, l’americano si è messo ben presto a dormire. Al suo risveglio ci racconta finalmente un po’ di sé: per lavoro difende i locatari sotto sfratto, è in vacanza in Europa da circa due mesi e si era fatto colorare i capelli di verde così per gioco a Berlino. Ah! A Berlino aveva anche partecipato ad una “super” orgia in una delle più famose discoteche della città. Ci racconta che sta riuscendo a fare molto couchsurfing, anche perché, secondo lui, all'interno della rete gay, è molto più facile essere ospitati. Ci spiega che, nonostante sia in vacanza, quando serve può partecipare alle udienze in California anche dall’Europa: deve pagare un costo di cento dollari, ma può così farle in videoconferenza, anche se per questioni di fuso orario questo significa lavorare di notte. Jason, dopo un inizio non troppo brillante, si sta rivelando un compagno di viaggio interessantissimo. 

bla bla car
Alla guida, sulla sfondo una piccola parte degli sconfinati oliveti andalusi

Un passeggero indisciplinato


Le cose purtroppo cambiano appena ci fermiamo per pranzo. Mentre io e Rita mangiamo un panino per fare presto, Jason ordina due portate dal ristorante dell’area di sosta e impiega cinquanta minuti per mangiare; capiamo dopo che in realtà sta aspettando che si ricarichi la batteria del pc. Appena ripartiamo, infatti, si mette a lavorare ed è come se non ci fosse. Per il suo pranzo, arriviamo in ritardo a prendere un altro passeggero a Valencia. Ci fermiamo per una sosta in bagno alcune ore dopo e, di nuovo, Jason ordina del cibo che impiega venti minuti a mangiare. Arriviamo a Barcellona alle 21:00, dopo undici ore di viaggio. Lasciamo Jason davanti alla casa del suo couchsurf e andiamo al nostro ostello, ma dieci minuti dopo ci arriva un suo sms: si è scordato l’adattatore del pc in macchina. Passiamo il giorno dopo visitando Barcellona, ma soprattutto scrivendoci con lui per fissare la consegna dell’adattatore. A metà del pomeriggio smette di farsi sentire: probabilmente l’adattatore lo sta ancora aspettando in qualche cassetto della reception del nostro ostello. Jason è stato l’unico viaggiatore con cui non ci siamo trovati bene, era la prima volta che faceva covoiturage e forse un po’ per ignoranza, un po’ per indole ci è sembrato sprovvisto delle qualità fondamentali per farlo: empatia, rispetto e spirito di adattamento.


Sí, il Marocco è decisamente con noi


Di tutt'altro stampo è stato un altro neofita del carpooling: Drizz, il nostro ultimo passeggero. Marocchino sulla sessantina, Drizz era la prima volta che usava Blablacar e ne era entusiasta. Più volte durante il viaggio si è complimentato con noi per aver scelto di utilizzare la piattaforma francese. Aveva scoperto Blablacar tramite il figlio di undici anni, che gli aveva anche creato un profilo e fatto la prenotazione. Drizz stava andando a Nizza a ritirare un’auto che aveva comprato di seconda mano e adesso non aveva dubbi: l’avrebbe usata per fare covoiturage.


Un bilancio

viaggio con bla bla car
l’ultima parte dei nostri 5000 km in BlaBlaCar

Dopo 5000 chilometri e svariate decine di ore di guida, non posso che condividere l’entusiasmo di Drizz. Blablacar ha permesso a me e Rita di fare un viaggio nel viaggio. Ogni istante in auto si è trasformato in un incontro e soprattutto in un’esperienza. Certo, come ho già avuto modo di raccontare, pubblicare i passaggi e organizzarsi con gli altri viaggiatori richiede tempo ed energie, ma questi sono ben ripagati. 

5000 chilometri con 140 euro a testa: con questi soldi in Italia si fa, forse, un viaggio andata e ritorno da Firenze a Napoli. 

Conclusione: l'importanza del tempo


Recentemente una lettrice di Viaggiare con Lentezza ha chiesto a me e Rita qualche dritta su come spostarsi in Francia in maniera low-cost. Nello stesso periodo, un’altra lettrice dello stesso blog ha commentato il nostro anno sabbatico dicendo che era un lusso e che non tutti potevano permetterselo. Anche sulla nave merci su cui mi trovo ora mentre scrivo, un officiale ha chiesto a me e Rita se avevamo vinto qualche lotteria. Dietro all’entusiasmo, allo scetticismo o alla curiosità di questi interlocutori si nasconde un timore e un’idea di viaggio che per molto tempo ho condiviso. La verità è che ciò che ci manca per viaggiare il più delle volte non è il denaro, ma il tempo, e un po’ di spregiudicatezza. Quando siamo partiti io e Rita non eravamo esperti di covoiturage o di workaway, ma abbiamo deciso di provare, pronti a fallire, e di metterci in viaggio. Per il momento posso dire che in realtà, nell’era globalizzata in cui viviamo, spostarsi è diventata un’esigenza, un’esigenza alla quale con il tempo si sono trovate risposte sempre più efficaci, soprattutto grazie a internet, ma non solo. Abbiamo conosciuto persone che erano in viaggio da anni, ma nessuna di loro era miliardaria, semplicemente tutte si arrangiavano e trovavano qualche lavoretto quando necessario. C’era chi, durante il viaggio, aveva fatto le pulizie in un hotel in Norvegia e chi la barista in un resort sciistico, chi aveva lavorato in un ostello e chi aveva fatto la vendemmia in Francia, c’è anche chi ha raccolto marijuana in California… 

Per mettersi in viaggio, forse, più del denaro serve il tempo. Tempo rubato alle sicurezze della nostra routine, le stesse che possono rendere la vita insopportabilmente monotona. Se la salute è un lusso, allora sì, forse io e Rita abbiamo davvero vinto la lotteria. Se però ci si accontenta di partire con non molto di più, la rete permette oggi di spostarsi e soggiornare all’estero anche con pochissimi euro e, allo stesso tempo, di rendere la nostra esperienza più ricca e interessante, aiutandoci a conoscere molte più persone. L'avventura è a portata di mano e chi ne ha voglia potrebbe già partire per un piccolo viaggio domani mattina stessa: basta andare su Blablacar e pubblicare un annuncio per il tragitto da casa a lavoro.