venerdì 28 aprile 2017

Baci, Inchini e sfregamenti di naso: i saluti nel mondo

Come si salutano le persone nelle diverse culture del mondo? 



“Bonjour Madame, Bonjour Monsieur, bonsoir Mademoiselle [...]” era un motivetto che iniziava così, e con esso la maggior parte di noi ha imparato a salutare in francese. Se facciamo parte della generazione anni ’90 (o di quelle successive) sicuramente, accanto al francese, abbiamo studiato a scuola pure un’altra lingua: l’inglese. Hello! La parola che tutti, ma proprio tutti, conoscono, anche chi non ha mai studiato questa lingua. Insieme a quelli utilizzati nella lingua italiana, questi sono i più comuni saluti che noi conosciamo, spesso accompagnati da una stretta di mano. Ma come ci si saluta nel resto del mondo? Hanno tutti caratteristiche simili i saluti esistenti? O ce ne stanno alcuni completamente diversi, strani, talvolta perfino buffi? Scopriamolo insieme!


TIBET

La lontanissima terra del Dalai Lama ha un modo tutto suo per esprimere il saluto. In fondo si sa, questo è un luogo in cui la vita spirituale prevale su quella materiale e le credenze religiose sono molto forti, soprattutto se parliamo di reincarnazione. Narra la leggenda che in un tempo lontanissimo questo luogo fu governato da un re talmente crudele che perfino la sua lingua divenne nera come il suo cuore! Dal momento della sua morte, gli abitanti del Tibet si salutano giungendo le mani al petto e mostrando la lingua per dimostrare di non essere la reincarnazione di quel sovrano malefico.


FILIPPINE


La popolazione di questo arcipelago ha un particolare rispetto per le persone anziane e lo dimostra tramite il saluto. In che modo? Semplice: nel salutare una persona anziana le si prende la mano e se ne posiziona il dorso sulla propria fronte chinandosi lievemente. Questo, per gli abitanti del luogo, è un segno di reverenza.



GIAPPONE


I Giapponesi, si sa, hanno una particolare forma mentis che li porta ad essere sempre ligi al dovere e a strutturare ogni cosa o situazione predisponendo apposite gerarchie. Ciò si riflette anche nel saluto, il quale consiste in un semplice inchino che diviene più profondo e duraturo in funzione della posizione sociale che assume l’individuo a cui questo è rivolto. 
L'ojigi è un importante tradizione giapponese. La gente si saluta con l'inchino anziché con la stretta di mano. Dopo l'inchino, in genere, la conversazione è modesta e ridotta ai minimi termini. In questa foto il presidente Obama incontra il primo ministro giapponese. I due si salutano nei rispettivi modi culturali.



INDIA


“Namasté!”. No, non è della canzone di Gabbani che stiamo parlando. Questa, infatti, è la parola di saluto utilizzata in India, accompagnata dal gesto delle mani giunte in preghiera e poste proprio davanti al cuore. 





OMAN


Vi ricordate quando da piccolini facevamo “nasino, nasino!” con la mamma o con i compagnetti dell’asilo? Quel giochino semplice in cui sfregavamo i nostri nasi l’uno contro quello dell’altro…ebbene sì, proprio in questo modo ci si saluta in Oman! Sfregando i propri nasi a vicenda. Ma stranamente questa è un’usanza valida solo per gli uomini!




HONGI


Anche qui ci si saluta sfregando i nasi e lo fanno sia gli uomini che le donne. Contemporaneamente al naso, viene sfregata anche la fronte mentre gli sguardi rimangono per tutto il tempo a contatto diretto.


MALESIA


Nella terra di Sandokan ci si saluta in un modo molto simile al nostro: invece di stringere l’intera mano si mettono a contatto solamente le dita che poi vanno poste sul cuore, un gesto che indica spontaneità e purezza del sentimento nel porre il saluto. 


GROELANDIA

Il Kunik
Il saluto più strano fino ad ora è senza dubbio quello della Groelandia, un po’ simile al nostro bacio sulla fronte ma con una caratteristica tutta particolare. Infatti, oltre al naso, bisogna appoggiare anche il labbro superiore sulla fronte o sulla guancia di chi si sta salutando..e inspirare!

Questi, naturalmente, sono solo alcuni dei tanti saluti presenti nel mondo! Se ne volete conoscere altri non presenti in questo brevissimo elenco dovete fare solo una cosa: viaggiare ;)

Articolo scritto per noi da Marika Galluccio

sabato 22 aprile 2017

Inside the Country, Inside the People: The New Orleans Jazz & Heritage Festival

Little Freddie King presso The New Orleans Jazz & Heritage Festival
Hola amigos! Come ogni settimana ci ritroviamo per l'appuntamento con Inside the Country, Inside the People, la rubrica di tradizioni dal mondo. Certo, non si tratta delle bellissime e preziose storie di viaggio, ma queste tradizioni sono altrettanto importanti per entrare realmente a contatto con il territorio e sviluppare empatia con le persone. Un patrimonio prezioso che rende la nostra terra ancora più bella da vedere e visitare.

Oggi andiamo a New Orleans per raccontarvi uno dei più famosi Festival di jazz music, al secolo The New Orleans Jazz & Heritage Festival. Nato e cresciuto dall'umile cultura Creola, il festival è amato e rinomato in tutto il mondo, accogliendo ogni anno milioni di spettatori, oltre 150.000 al giorno.

Detta anche Big Easy per il suo stile di vita rilassato e piacevole (I suoi abitanti se la prendono comoda: take it easy! Il suo motto dice infatti Laissez les bons temps rouler - lasciate spazio al divertimento!) New Orleans celebra la musica come patrimonio culturale della città durante l'ultimo fine settimana di aprile ed il primo di maggio, quando ritmi tribali africani, inni di chiesa e musica pop americana, riempiono una nuova pagina della storia della city che spazia dal jazz al blues, dal Rock al folk. Questa festa soulful ha un'atmosfera tutta rilassata, perfetta per sperimentare la cultura di New Orleans senza la follia del precedente Mardi Gras (carnevale). 

Ingresso del festival presso la Fair Grounds Race Course
Secondo il sito ufficiale della Jazz Fest, "il festival celebra la musica e la cultura indigeni di New Orleans e Louisiana, in modo che la musica comprenda tutti gli stili associati alla città e allo stato: blues, R&B, gospel, musica cajun, zydeco,Afro-Caribbean, folk music, Latin, rock, rap music, country music, bluegrass e tutto ciò che c'è nel mezzo. Naturalmente, c'è un sacco di jazz, contemporaneo e tradizionale".

Professor Longhair performs New Orleans Jazz & Heritage Fest
Il festival si svolge durante il giorno, tra le ore 11 e le 7 del pomeriggio - presso il Fair Grounds Race Course, 1751 Gentilly Blvd New Orleans, LA - una pista da corsa di cavalli situata nella storica Mid-City. Tuttavia per tutta la settimana, molti eventi musicali si svolgono in giro per la città.

The New Orleans Jazz & Heritage Festival festeggia la musica e le tradizioni della Big Easy da più di 40 anni, ma il jazz in questa città ha preso piede molto prima. Per tutto il 1800 il commercio degli schiavi crebbe considerevolmente, portando nelle Americhe quasi mezzo milione di africani, in gran parte dalla regione vicino al Congo. La musica proveniente dall'Africa occidentale era per lo più rappresentata da ritmi tribali ricavati da grandi e pesanti da percussioni che venivano suonate quasi esclusivamente per rituali e soprattutto per mantenere il lavoro nei campi in movimento e dare sollievo ai lavoratori. 

Indigeni, ritmi tribali, la storia del jazz parte da qui
A New Orleans, invece, fino al 1843 le grandi danze africane si tenevano in piazza, ogni domenica presso la ormai famosa Plaza Congo. Qui la Chiesa giocò un ruolo fondamentale nella fusione di percussioni tribali e inni religiosi degli schiavi noti come spirituals. Tuttavia, dopo la guerra civile, le leggi che limitavano la libertà degli afro-americani, conosciute come Black Codes, furono approvate, dichiarando fuorilegge il drumming, ovvero tutte le percussioni tribali importate dall'Africa. 

Ninth Ward Hunter
Così per necessità, queste sonorità e ritmi ritmi subirono una sorta di evoluzione, passando dalle percussioni ormai fuori legge, a strumenti "domestici" ovvero oggetti di tutti i giorni trovati in casa e suoni prodotti con il proprio corpo, per esempio lo schiocco delle dita, l'applaudire delle mani, il picchiettare su bottiglie etc. All'inizio del XX secolo la rivoluzione del Jazz a New Orleans era in pieno boom.

Dixieland fu uno dei primi stili di jazz e forse anche il più allegro che regalò a New Orleans l'inno più famoso: “When the Saints Go Marching In". Ma prima di arrivare da noi in Europa, dove assunse diverse connotazioni, il Jazz della Big Easy portò con se anche il ragtime, blues, swing ed il bebop.

Trombone Shorty sul palco del New Orleans Jazz Heritage Festival 2016
Oggi, grazie al New Orleans Jazz & Heritage Festival, è possibile ripercorrere tutta questa fantastica ed emozionante storia del Jazz dalle origini fino ai giorni nostri. Organizzato dall'omonima New Orleans Jazz & Heritage Foundation, associazione no-profit che gestisce il festival, la Jazz Fest più famosa al mondo riunisce su un unico stage tutti gli esponenti più importanti a livello mondiale. Si pensi al primo anno, quando nel 1970 vi salirono leggende tra cui Duke Ellington, Mahalia Jackson, Fats Domino e Clifton Chenier. 

festeggiamenti e balli durante il festival

Partecipare a questa festa è facile, basta acquistare i biglietti online, oppure se volete godervi appieno il festival e viverlo alla "viaggiare con lentezza" potete chiedere di unirvi come volontari. Questo non solo vi permetterà di assistere a tutti gli eventi in programma, ma di vivere il festival e la storia del Jazz come un locale. Potete fare domanda sul sito di riferimento.



vecchie locandine del festival
Leggi le puntate precedenti di Inside the Country, Inside the People, la rubrica sulle più affascinanti tradizioni culturali nel mondo:
Il capodanno cinese
Carnevali d'Italia
Carnevale di Rio
Lòm a Merz
Maslentitsa
Holi Festival
St. Patrick's Day
Chaharshanbe Suri
Kanamara Matsuri 
Naghol Land Diving

venerdì 14 aprile 2017

Inside the Country, Inside the People: Naghol Land Diving

Naghol Land Diving sulla Pentecost Island di Vanuatu
Prosegue l'appuntamento con le tradizioni dal mondo e oggi, per la rubrica Inside the Country, Inside the People, ci dirigeremo verso la lontana isola pacifica di Pentecost Island, Vanuatu per raccontarvi il Naghol Land Diving, una rituale primitivo che ricorda molto il nostro bungee jumping, ma senza elastici, solo liane, a volte non sempre della lunghezza giusta! 

Pentecost Island, Vanuatu
Ci troviamo in uno dei più bei paradisi al mondo, Vanuatu è un arcipelago di 83 isole nel sud del Pacifico a 1.750 chilometri a est dell’Australia. Di origine vulcanica e scosso da frequenti terremoti (e conseguenti allerta tsunami) la Pentecost Island si trova circa 200 chilometri a nord della capitale Port Vila, sull’isola di Efate. Coltivazione tipica di questa isola sono le Yams, ovvero la patata dolce, che rivestono il piatto principale nei banchetti locali.




Il periodo di svolgimento del Land Diving è proprio durante il periodo di raccolta di questo tubero. Tra aprile e maggio gli appartenenti alla tribù dei Sa, che abitano la parte meridionale dell'isola, costruiscono delle altissime e piuttosto instabili torri fatte di tronchi appena recisi e liane. Non un chiodo, non una vite, nè un rivetto, tutto naturalmente costruito con sapienti mani e con il materiale fornito da madre terra. Alte dai 20 ai 30 metri questa gigante piattaforma di lancio in legno presenta diversi trampolini posizionati a diverse altezze: il più basso si trova circa ad una decina di metri, fino a quello in cima che può toccare i trenta metri. 

Il salto dalla torre - Land Diving
Una volta completata la torre gli uomini della tribù si spogliano dei loro abiti quotidiani per indossare alcuni dei costumi tipici di Vanuatu, ovvero un astuccio penico e qualche decorazione fatta con vegetazione e fogliame, salgono sui traballanti trampolini, alzano mani e sguardo al cielo per invocare la buona sorte tramite preghiere, incrociano le braccia al petto (per evitare ingiurie) e via. Legati alle gambe da sole liane, appositamente scelte per ogni saltatore, si lanciano nel vuoto a testa in giù, raggiungendo velocità fino a 70 km/h.

Ma la torre di lancio non viene costruita sul mare, alla fine della corsa i jumpers non troveranno acqua ad accoglierli, ma terra. Il suolo nudo, a volte letale. Se la corda è ben calibrata il temerario si troverà a dondolare per riatterrare sulla piattaforma, se al contrario è più lunga del dovuto troverà il terreno, precedentemente rivangato e ripulito da pietre per limitare i danni d'atterraggio e rendere più morbido l'impatto. L'intento finale è quello di sfiorare il campo rivolto con i capelli, pratica che servirebbe a fertilizzare il terreno e garantire un raccolto di yams abbondante per l'anno successivo Più il lancio è preciso e più propizio sarà il raccolto. 

membro della tribù dei Sa
In realtà questo rito non è solo una pratica a favore dell'abbondanza ma è anche e soprattutto una dimostrazione di virilità, un battesimo nella società adulta che ne decreta il passaggio dei giovani tra gli anziani. Simbolicamente le madri di questi ragazzi che compiono il coraggioso gesto, assistono al lancio con in mano un oggetto legato all'infanzia del giovane. Una volta eseguita l'impresa l'oggetto viene buttato via. C'è anche chi salta per conquistare la ragazza amata, chi invece perché ama l'adrenalina ed il rischio, chi per non far morire una tradizione così antica, diventata ufficialmente festa e patrimonio dell'identità culturale di Vanuatu attorno al 1980 durante la conquista dell'indipendenza. 

danze tribali, tribù dei Sa
Nei giorni precedenti, i tuffatori risolvono ogni problema o incomprensione con familiari e amici, nell’eventualità che la faccenda vada a finire male. E se ogni tanto qualcuno si rompe qualcosa, fortunatamente sono stati registrati solo due incidenti mortali. Il primo capitò nel febbraio del 1974, quando lo show fu allestito per la regina Elisabetta in visita: era la stagione sbagliata e il legno e le liane erano inadatti

un lancio finito male, ma il temerario saltatore sopravvive
I “tuffi a terra” solitamente cominciano verso le 10-10.30 dei sabati fra aprile e giugno. Se a qualcuno venisse l’idea di provare, sappia che non può. È infatti proibito agli stranieri (sono stati concessi rarissimi permessi) e alle donne. Anche se, dice la leggenda, fu proprio una donna a inventare il naghol: riparata su un baniano per sfuggire al marito, che la raggiunse fin lassù, si gettò legandosi due liane alle caviglie. Lui la seguì, senza prendere la dovuta precauzione. Lei si salvò, lui no. Da allora gli uomini dimostrano di aver imparato la lezione e le donne sono presenti per accertarsene, supportandoli con canti e danze. 

Foto di famiglia della tribù dei Sa in abiti folkloristici.
Leggi le puntate precedenti di Inside the Country, Inside the People, la rubrica sulle più affascinanti tradizioni culturali nel mondo: 

Kanamara Matsuri

martedì 11 aprile 2017

Iran in solitaria: la marcia di una donna svedese contro i pregiudizi culturali

Una corsa di 1800 chilometri per vincere le proprie paure


donne in viaggio
Kristina Palten

Kristina Palten, una donna svedese che ama il viaggio in solitaria, ha compiuto una lunghissima marcia in Iran nel settembre del 2015. Il suo obiettivo è stato quello di diventare la prima donna ad attraversare da sola l'intero paese iraniano a piedi e, più precisamente, correndo.

viaggiatrice lenta

Con i suoi due record del mondo di 12 ore e 48 ore di corsa su un tapis roulant, ha scelto l'Iran per tre ragioni principali: la bellezza della natura, la lunga distanza da compiere, infine i pregiudizi che lei stessa preservava nei confronti dei paesi musulmani. Senza conoscenze, connessioni, né rapporti intrattenuti in precedenza con l'Iran, Kristina ha scelto di esplorare un territorio completamente sconosciuto.

marcia per la pace
La sfida in solitaria di Kristine
Durante i due mesi di marcia ha quindi sfidato se stessa e le proprie paure, soprattutto quelle riguardanti i pericoli che una donna occidentale correrebbe viaggiando da sola per 1841 chilometri in un paese arabo.

marcia per la pace
Due giovani iraniane si uniscono nella corsa per un breve tratto di viaggio
"Oggi mi sembra che la parola musulmano sia diventata sinonimo di terrorista o fondamentalista. Ci sono circa 1,5 miliardi di musulmani nel mondo e credo che molti di loro siano davvero brave persone. Con questa marcia voglio sfidare il pensiero comune, imparare di più circa un paese che conosco davvero poco e soprattutto incontrare tante persone. Spero che questo viaggio possa contribuire a creare un mondo più tollerante, aperto e fiducioso nei confronti delle altre culture. Non lo faccio solo per me lo faccio anche per le altre persone che vivono nella paura instillata dalle televisioni".

marcia per la pace
Un lungo viaggio lento in solitaria


genitori preoccupati
Il padre di Kristina: "ci saranno 
parecchie notti in cui non riuscirò a dormire"
La sua avventura ha ispirato la realizzazione di un documentario uscito agli inizi del 2017. Il film segue Kristina prima, durante e dopo la sua marcia, e documenta sia l'allenamento fisico che l'allenamento spirituale per affrontare gli aspetti più interiori di questa esperienza formidabile: il percorso infatti è stato soprattutto una sfida con se stessa, le sue ansie e le sue paure più profonde.
Per essere sicura che Kristina fosse davvero sola, il cameramen è rimasto con lei solo 8 delle 58 giornate totali impiegate per attraversare l'intero paese. (Qui sotto è possibile vedere il trailer).




Durante la sua marcia la donna svedese è stata ospitata da 30 famiglie, ha ricevuto doni sotto forma di frutta, cibo e "benedizioni" da parte della gente che passava con la loro macchina. Ha iniziato il suo viaggio non sapendo cosa aspettarsi ed ha quindi concluso la sua esperienza sorpresa per l'ospitalità e l'accoglienza ricevuta. Nonostante non siano mancate alcune situazioni di pericolo Kristina è tornata a casa con l'idea che la gente sia generalmente buona, non importa in quale parte geografica del mondo ci si trovi.

ospitalità gratuita
Scambio culturale in Iran

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venerdì 7 aprile 2017

Inside the Country, Inside the People: Kanamara Matsuri

Kanamara Matsuri, Festa della Fertilità
Buongiorno Viaggiatori Lenti, oggi su Inside the Country, Inside the People parleremo di una festa molto particolare che si svolge a Kawasaki, in Giappone, ogni prima domenica di Aprile, si tratta del Kanamara Matsuri ed è il Festival della Fertilità!

Certo, i famosi Manga ce lo hanno illustrato in molte vignette ed ormai è risaputo, i giapponesi hanno un profondo e sentito rapporto con il sesso, ma non prendetela ironicamente, qui di non si scherza affatto, la Festa della Fertilità, meglio conosciuta come il Festival del Pene, è davvero una cosa seria. Nonostante sorrisetti e le risatine da occidentali, questo non è un Fantasy Fest popolato da Cosplayers, al contrario si tratta di una tradizione antica, risalente al 1603, che celebra la fertilità, i matrimoni e le nascite oltre ad essere un modo per promuovere la consapevolezza circa le malattie sessualmente trasmissibili, soprattutto l'HIV. 




La leggenda racconta di una ragazza posseduta da un demone dentato che si era infilato nella sua vagina. Questi mordeva il pene dei giovani che provavano a possederla, castrandoli. Un giorno, un fabbro ebbe un’idea: costruì un grosso fallo d’acciaio, con cui penetrò la giovane, riuscendo finalmente a sconfiggere lo spirito maligno, spaccandogli i denti. A ricordo di questa impresa fu costruito un tempio shintoista, in cui era venerato proprio il fallo di metallo. 

Tempio Wakamiya Hachimangu durante la celebrazione del pene
Il tempio in questione è lo Wakamiya Hachimangu di Kawasaki, meglio conosciuto come Kanamara Jinjya, dove, all'epoca di Edo, le prostitute vi si recavano per pregare sia per l’incremento dei loro guadagni, sia per prevenire le malattie veneree come la sifilide, che all’epoca era molto temuta. Oggi il principale motivo del festival è pregare per il concepimento di un figlio, mentre la preoccupazione per la sifilide è stata sostituita da quella per l'Aids. 

Balli tradizionali durante il Kanamara Matsuri

La festa, infatti, è ancora occasione di preghiera di fertilità per avere un bambino, una gravidanza ed un parto sereno e per avere armonia familiare, oltre che per avere fortuna negli affari. Inoltre molti dei proventi vengono devoluti a campagne di prevenzione contro le malattie a trasmissione sessuale.

Caramelle a forma di Pene
Neanche a dirlo il Kanamara Matsuri richiama moltissime persone tra giovani e anziani, le strade vengono imbandite a festa con bancarelle che vendono ogni tipo di oggetto tutto rigorosamente di forma fallica. Vi sono cappelli pene, pupazzi pene, candele pene, lecca-lecca pene ed anche vagina, e, dal momento che nessuno qui si vergogna o ha timore di parlar di sesso, vedrete anziani giapponesi a fianco di giovani coppie in cerca di cure per l'impotenza e infertilità.

Il grande pene di ferro della leggenda
Il culmine della festa viene raggiunto quando parte la processione, presieduta da un prete shintoista, di cui è protagonista un grosso pene nero, che viene trasportato in giro per le strade della città sopra a un baldacchino (Omikoshi). Naturalmente i festeggiamenti proseguono per tutto il giorno, con danze, canti e cibo.

Sicuramente, potrà risultare difficile agli estranei capire il motivo per cui i giapponesi, un popolo tipicamente riservato, si riunisca per celebrare l'organo sessuale maschile. Tuttavia questa cultura custodisce in se una grande profondità di spirito e di gratitudine, un vero rispetto per i temi della fertilità e della nascita, argomenti che, forse, in Occidente affrontiamo in maniera diversa e meno ritualistica.


Candele per preghiere di forma fallica

Leggi le puntate precedenti di Inside the Country, Inside the People, la rubrica sulle più affascinanti tradizioni culturali nel mondo:

martedì 4 aprile 2017

STAZIONE DI POSTA: un nuovo concetto di ospitalità e imprenditoria

IL PROGETTO MARCHIGIANO DI STEFANO GALLI PER RILANCIARE L' ECONOMIA COLLABORATIVA 


“La terra non la freghi: restituisce ciò che le dai”.


I nostri anziani impostavano il loro rapporto con la terra secondo questo principio. E non si riferivano di certo ai concimi chimici e ai prodotti di sintesi visto che la saggezza popolare è antica quanto l'uomo mentre la chimica è arrivata nei campi meno di un secolo fa. Certamente si riferivano ad altro: alle attenzioni, alle cure, al (timoroso) rispetto per la terra e anche alla fatica che ogni generazione vuole corrisposta. C'è necessariamente un rapporto fisso fra gli occhi, le mani, le persone e i metri quadrati di terra. Una persona sola non può curare adeguatamente troppa terra: troppa terra resta trascurata se mancano gli occhi necessari e troppe idee restano nel cassetto se mancano gli spiriti in grado di dar loro forma. 

La Stazione Di(s)posta


La mia stazione di posta è situata nel sud delle Marche, sulla Valdaso, tra i comuni di Montalto (AP), Montedinove (AP) e Montelparo (FM), in una zona molto particolare poiché è sulla linea di intersezione tra diversi contesti topografici e culturali: il fermano e l’ascolano, la montagna e il mare, la valle e la collina, il cui punto centrale e affettivo è un piccolo borgo semi-abbandonato che ha 500 anni di storia e un fascino unico. Qui ho deciso di farmi oste e di fare della mia azienda agricola una stazione di posta. Nella storia dell'uomo le stazioni di posta sono stati luoghi di grande importanza: posizionate lungo le principali vie di comunicazione erano molte cose nello stesso tempo: rifugio sicuro, locande in cui sfamarsi, riposare, cambiare cavallo e custodirlo adeguatamente, luoghi in cui incontrarsi, incontrare, fare affari, scambiare idee. Molti viaggiatori si fermavano una sola notte, altri vi passavano più volte nello stesso anno, altri, dopo tanto vagabondare, si stabilivano nei paraggi e quelle che erano magari dei piccoli raggruppamenti di case lungo la strada diventavano paesi o borghi importanti.


Ecco, la mia idea è questa: dare vita ad un luogo dove chi ha qualcosa da fare e da dire nell'ambito agricolo, alimentare, artigianale, turistico e culturale, possa realizzare e impostare le prime fondamenta per le proprie ambizioni. Un'idea, un sogno, un'intuizione da poter condividere e costruire con altri in una logica di apertura al futuro, nella certezza che l'uomo sia comunque degno di abitare questa terra. Una terra con cui ricostruire lentamente, realisticamente, un rapporto di rispetto per poter tornare a fare un’economia della realtà, in cui ciò che si fa conta più di ciò che si vende. In fondo la più grande soddisfazione per un oste come me sarebbe quella di poter dimostrare che queste stazioni un po’ isolate, non troppo “efficienti”, non troppo “produttive” e di certo non servite al meglio, sono in realtà un luogo, anzi il Luogo! Questo borghetto in mezzo a vigneti, oliveti e boschi è anche il cuore dell’azienda agricola ereditata dai miei nonni e condotta con entusiasmo e spirito di innovazione da me, trentanovenne, perito chimico e agricoltore.

 Coltivo Frutta, vite da vino e olivo in modo professionale e da qualche anno, in società con un mio collega, ho aperto un punto di vendita diretta a Porto San Giorgio (FM), sulla costa adriatica, ma, data la conformazione frazionata ed il posizionamento non pianeggiante dei miei terreni, il sistema svela alcune significative inefficienze nonostante la passione, la fatica, la dedizione e il sacrificio che metto nel mio lavoro e nei miei nuovi progetti. Non mi do per vinto, e il laboratorio delle idee è sempre attivo. Già prima del terremoto -che ha fiaccato purtroppo anche le nostre zone, assieme ad altri amici e professionisti in vari settori, stavamo lavorando ad un progetto di rigenerazione locale che tende a rivitalizzare le economie locali e a valorizzare le aree rurali. Da questo stato di cose e da queste considerazioni nasce l’idea della stazione di posta, un luogo dove ospitare persone che portino il loro spirito positivo per la costruzione di progetti nuovi, per la condivisione dell’esperienza in azienda agricola, per la formazione e l’autoformazione, per lo scambio tra persone “di spirito”.

L’idea è quella di mettere a disposizione uno spazio fisico e non, a tutti coloro che sono disposti a scambiare e condividere idee, risorse, progettualità in campo agricolo ed alimentare. Unica condizione è che tutti si pongano in uno spirito costruttivo. Vorrei strutturare questa “stazione di posta” in modo che singole persone, famiglie, coppie, possano avere vitto e alloggio, una quota di equa remunerazione, possano usufruire di parte delle strutture e parte degli spazi, se vorranno, o addirittura sfruttare le capacità progettuali e le competenze aziendali mie e di chi collabora con me. Per contro, gli ospiti potranno mettere a disposizione parte del loro tempo o parte della loro capacità di lavoro in un’ottica di scambio di competenze, per favorire l’economia interna della “stazione”. 
Mi piacerebbe inoltre strutturarla seguendo i principi di condivisione (nei limiti del grado di coinvolgimento), partecipazione (che può essere temporanea oppure strutturata ma comunque concordata a priori), sostenibilità (economica, sociale, ecologica - ma senza estremismi e con pragmatismo e buon senso), modularità, equità, autonomia (cioè meno dipendente possibile da vincoli esterni e sempre nel rispetto delle leggi, degli usi, delle consuetudini).

Gli ospiti e la collaborazione


Tutti gli ospiti sono ben accetti a patto che siano persone di spirito, a prescindere dalle loro capacità e a prescindere dalla loro condizione di vulnerabilità, in una logica inclusiva. Questa impostazione prevede che si decida di comune accordo ed in piena libertà fino a che punto spingere la collaborazione che può limitarsi ad una prestazione d’opera in cambio di vitto e alloggio oppure può arrivare ad una progettualità più ampia e strutturata. Al momento produciamo frutta (pesche, albicocche, prugne, mele), uva da vino e olive da olio ma si potrebbe arrivare a trasformare le produzioni, panificare oppure allevare (dai suini ai bachi da seta), oppure si potrebbero coltivare le erbe (dalle spontanee alle officinali), la canapa, i frutti rossi, ecc.


Stiamo anche lavorando a progetti trasversali negli ambiti dell’agricoltura sociale, dell’educazione alimentare (idea già abbozzata con l’Università degli Studi di Macerata con laboratori esperienziali anche sulla tematica “giochi di una volta”), della caccia (“la caccia sarebbe uno sport bellissimo se anche gli animali avessero un fucile”: parte da questa battuta di G. Marx l’idea di raccontare la storia della caccia passando per esperienze o comunque dimostrazioni e racconti di tecniche che non prevedano l’uso di armi da fuoco). Prevista anche la possibilità di attivare corsi di vario genere (dalla bioedilizia, alla cucina, al riconoscimento e raccolta delle erbe spontanee), organizzare eventi culturali, concorsi ed esposizioni di Land Art e workshop fotografici, organizzare e prendere parte ad eventi sportivi (fitness, bike, trekking, yoga, passeggiate a cavallo, passeggiate a dorso di asino, tiro con l'arco medioevale, ecc.)

Ecco in sintesi tutto quello che penso e che vedo per la mia realtà aziendale e per il mio futuro in questo angolo di mondo a me tanto caro. Sogno di valorizzarlo, di saperlo mantenere vivo, di farlo crescere in tutti i sensi, di preservare e saper narrare la sua identità. Attendo i viandanti dello spirito e della terra che vorranno raccogliere e condividere con me questa sfida tutta al plurale.

Stefano Galli

Per contattare Stefano e conoscere meglio i dettagli del suo progetto inclusivo, potete scrivergli a questo indirizzo E-MAIL, oppure visitare la sua pagina Facebook.

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