Il mio Senegal zaino in spalla

Viaggiare con lentezza
Recentemente, un articolo di Repubblica intitolato “Senegal zaino in spalla: e l’Africa si scopre vicina” raccontava il Senegal come una possibile meta turistica elencandone le amenità e mettendo in luce anche qualche contrasto. L’autore dell’articolo è sicuramente più esperto di me riguardo l’Africa e il Senegal, visto che in questo Paese ho passato poco più di venti giorni, eppure leggendo il pezzo proprio mentre mi trovavo a Nianing, sulla Petite Cote del Senegal, non ho potuto non sentire il bisogno di aggiungere qualcosa. Credo che non sia facile, forse possibile raccontare (un viaggio in) questo Paese così lontano da noi per storia, cultura ed economia, presentandone semplicemente un itinerario e le sue tappe. Vorrei provare a raccontarvi il Senegal come l’ho visto e vissuto io, utilizzando un punto di incontro tra due mondi, quello occidentale e quello dell’Africa subsahariana: il Begue Pokai.
.

 I sept-place, gli orologi e il tempo

I Sept Place

Il Begue Pokai è un alberghetto gestito da italiani a Toubab Dialaw, a poco più di 50 chilometri da Dakar, e ci si arriva dal centro della città prendendo un taxi e un sept-place.

I sept-place sono vecchie station wagon modificate in cui viaggiano sette passeggeri più il conducente. Come se fossero degli autobus di linea, percorrono sempre lo stesso tragitto. Le stazioni dove si prendono questi mezzi di trasporto vengono chiamate garage, ma sono in realtà dei grandi e polverosi spiazzi all’incrocio tra due strade principali. A parte gli spazi angusti e l’abitacolo, c’è un’altra cruciale differenza con gli autobus di linea: il sept-place non parte finché non è al massimo della sua capacità, il che può comportare un’attesa di cinque minuti, come di ore. Tutto sommato, questo sistema di trasporti si è per noi rivelato molto efficiente e capillare, oltre che economico. L’importante in Senegal e forse in gran parte dell’Africa è avere pazienza. Non a caso, uno dei più famosi detti locali si rivolge agli occidentali con queste parole: “Voi avete gli orologi, ma noi abbiamo il tempo”.

Un crocevia di viaggiatori

Il Begue Pokai si trova a Kelle, a qualche centinaio di metri prima della più “famosa” Toubab Dialaw. Il villaggio è poco più di una strada, con poche case abbozzate ai margini e qualche gabbiotto di alimentation générale. Poco lontano si intravedono il mare e le barche dei pescatori. Il Begue Pokai è un po’ nascosto a qualche centinaio di metri dalla strada, si distingue per le bouganvilles curate che spuntano dal muro di cinta che lo circonda e dal verde che si intravede nel giardino. Ad essere sinceri, la prima impressione che abbiamo avuto è stata quella di una fortezza che si isolava dal degrado e dalla comunità circostante. Niente di più sbagliato. Lo capiamo poco dopo quando viene ad accoglierci Enrico, con cui ancora prima di entrare in stanza, iniziamo una lunghissima chiacchierata. Dal ‘95 Enrico trascorre in Senegal molti mesi all’anno, sta temporaneamente gestendo il Begue Pokai al posto di un’amica, ma in realtà a Dakar si occupa di consulenze ed è il vice presidente della camera di commercio italo-senegalese. Lo ha raggiunto negli ultimi tempi la moglie Angela dall’Italia per aiutarlo, e non poco, in questa esperienza. Oltre a noi, e a due simpatici workawayers, gli altri ospiti del Begue Pokai, quando arriviamo, sono per lo più donne, italiane e francesi. Viaggiano tutte per conto proprio, ma sono accomunate da una cosa: sono tutte esperte viaggiatrici e conoscono bene l’Africa e il Senegal. Ivana ci vive da più di vent’anni, Lara è stata sposata con un senegalese, Loretta con un camerunense… Tutte avevano scelto il Begue Pokai.
 .

Spiagge, sole e spazzatura

Incuriositi da come fosse per un italiano vivere in Senegal e soprattutto gestirvi un’attività, io e Rita abbiamo tempestato Enrico di domande. Una delle prime cose che gli abbiamo chiesto riguardava la raccolta dei rifiuti. Al Begue Pokai, infatti, viene fatta la raccolta differenziata, ma in giro per il Senegal non si vedono cassonetti e tantomeno raccolte differenziate. A Kelle, ad esempio, passa due volte a settimana un camion dell’immondizia e bisogna portare i rifiuti sulla strada principale. Che cosa ne viene fatto poi dei rifiuti differenziati del Begue Pokai? “Probabilmente vengono bruciati in maniera differenziata” ha risposto Enrico a questa domanda.
Due delle cose che sono risaltate per prime agli occhi di noi viaggiatori occidentali, infatti, sono state l’immondizia, che è ovunque, e la mancanza di strade asfaltate (rues goudrunnées). Se però la mancanza di asfalto può causare al massimo molta polvere e qualche difficoltà nei trasporti, l’immondizia sembra essere una vera piaga,aggravata anche da un crescente consumismo. Girando per il Senegal si trovano purtroppo posti mozzafiato ricoperti di rifiuti. Su alcune spiagge paradisiache a me e Rita è successo di non trovar un posto dove sdraiarci perché non c’era un metro quadro libero da spazzatura (per fortuna questo non riguardava Kelle e Toubab Dialaw).
Nonostante l’immondizia non c’è puzzo, perché la parte organica trova sempre una sua utilità. Ad esempio, ogni sera, Enrico o Angela escono in strada e buttano tutti i resti del cibo ai lati del sentiero fuori dall’hotel. Questi rifiuti diventano così alimenti per le moltissime capre, i cani, i maiali, i polli che ovunque, in campagna come in città, si incrociano allo stato brado. Enrico ci racconta che alcune settimane prima il Begue Pokai ha fatto scavare a spese proprie una fossa biologica per l’allevamento di uno dei vicini, che fino ad allora riversava i liquami a cielo aperto in mezzo alle case. Ci spiega anche che non è facile avere a che fare con gli abitanti del posto, che sono per lo più di etnia lebu, particolarmente chiusa e restia ai cambiamenti.

Una vita da “toubab”

Le cose non sembrano essere molto più semplici con il resto dei senegalesi, a quanto pare, anche per chi vive nel paese da una vita, come Enrico. Un giorno, dopo essere partito alle nove di mattina, è rientrato la sera stanco e frustrato: era andato a Dakar per comprare degli estintori e fare le copie di alcune chiavi, ma era tornato a mani vuote. Aveva girato tre aziende che vendevano materiale antincendio, ma in tutte e tre non avevano saputo dirgli se gli estintori li avevano disponibili e se potevano farne la manutenzione. E le chiavi? “Volevano farmi pagare il doppio solo perché sono bianco!”. Si era dunque rifiutato ed era tornato a casa. Essere un “toubab” (un bianco) in Senegal fa, in effetti, subito lievitare i prezzi. Se in nord Africa la contrattazione è probabilmente un tratto culturale, in Senegal sembra più un “onore” riservato agli stranieri. Molte volte, inoltre, si ha l’amara impressione che sia impossibile instaurare un rapporto sincero con i locali e che la famosa “teranga” (ospitalità senegalese) non basti a far sentire il visitatore qualcosa di molto diverso da un bancomat.
.

Con lo zaino in spalla, per davvero

Il Begue Pokai è probabilmente il posto più economico dove abbiamo dormito e anche il più pulito e piacevole. Il giornalista di Repubblica racconta che “il Senegal è tutto sommato caro”, ma in realtà se si viaggia davvero con lo zaino in spalla e si è disposti a volte a rinunciare a qualche comfort e a qualche (saggio) standard igienico, caro non lo è affatto. Io e la mia ragazza siamo riusciti a dormire quasi ovunque con non più di 15 euro in due a notte, spesso con la colazione inclusa. Certo, a volte, si trattava di posti che non avresti voluto recensire su tripadvisor. Ad esempio, a Ndangane, nel delta del Sine saloum, abbiamo dormito in un campement (edificio tipico col tetto in paglia) che sarebbe anche stato confortevole, se non fosse stato per il fatto che mancava l’acqua dalle 8 la mattina fino alle 8 la sera. Ci è stato poi spiegato che dal 2012 ci sono dei lavori per costruire un acquedotto e portare l’acqua nelle varie isole del Delta del Sine Saloum. In molte zone del Senegal, infatti, l’acqua si deve ancora andarla a prendere ai pozzi. Non di rado capita di imbattersi in piccole folle di coloratissime donne che, con il loro portamento elegante, portano grandi secchi d’acqua sul capo su e giù per le strade. Le case spesso non sono solo prive d’acqua corrente, ma anche l’elettricità e l’illuminazione non sono così scontate. Al Begue Pokai, ad esempio, alcuni anni fa, hanno dovuto fare un grande investimento per avere la linea elettrica, ci racconta Enrico.

I marabout, tra caffé e talibé

Al Begue Pokai lavorano due senegalesi. Una è Astoù, la governante e talvolta cuoca, 23 anni, 2 figlie e un marito che vive a Mbour. Con il marito si vedono una volta ogni due settimane, ma litigano sempre perché lui si comporta male. Come ci ha spiegato Loretta, è un problema comune in Senegal, dove le donne si ritrovano spesso a dover far quadrare i conti e mandare avanti la famiglia da sole, mentre i mariti si danno all’alcol o sono degli scapestrati. L’altro dipendente è Ablaye, originario della Casamance, che fa il giardiniere e il guardiano notturno. Sia lui che Astù sembrano due di famiglia al Begue Pokai. In alcuni alloggi in cui siamo stati, la situazione dei lavoratori non era però così rosea. A Ndangane, la matrona che gestiva la maison d’hotes aveva due piccole lavoratrici che non faceva fermare un secondo.

A Nianing, la situazione era ancora peggiore: la balia-governante-cuoca era sola e lavorava dall’alba fino alla sera tardi. Quando le abbiamo chiesto l’età siamo rimasti impietriti: aveva 15 anni. Entrati più in confidenza ci ha detto che lavorava lì da tre mesi, ma era una vita troppo dura e voleva andarsene. Per farlo però doveva farsi venire a prendere dalla madre che stava a Dakar, ma non era riuscita ancora a sentirla. La ragazza non aveva il telefono e i gestori dell’albergo, una coppia franco-senegalese, non le permettevano di usare il loro. L’articolo di Repubblica sorvola su certi aspetti del turismo e della società senegalese. Sorvola, per esempio, sul turismo sessuale, rivolto ad entrambi i sessi e, ancor peggio, alla pedofilia. Lo sfruttamento e la schiavitù non si limitano però al solo mondo del lavoro. Quasi ovunque capita di essere fermati da talibé: frotte di bambini vestiti di stracci che mendicano cibo e denaro per le strade. Le famiglie più religiose ed indigenti, ma non solo, li hanno probabilmente affidati a qualche poco raccomandabile marabout locale, un capo islamico, con la speranza di dare loro cibo e istruzione, soprattutto religiosa. Purtroppo i bambini quasi sempre finiscono invece per essere sfruttati e vivere in condizioni indicibili. Si tratta di un fenomeno cultural diffusissimo e molto complesso e non è possibile analizzarlo in modo dignitoso in un post di viaggi. Quello che è certo è che i marabout in Senegal sono personaggi potenti e idolatrati, celebrati come star. Nei taxi, nei negozi, nei ristoranti, ovunque ci si può imbattere nelle loro foto. Su moltissimi muri si trova dipinto il volto del marabout Ahmed Sheikh Bamba, un santo vissuto all’epoca del colonialismo, che oppose i valori musulmani al processo di occidentalizzazione imposto dai francesi. È anche e soprattutto dovuto a lui il successo del caffè Touba, che prende il nome dalla città santa del Senegal. Questo caffè infatti fu importato in Senegal quando il marabout rientrò dall’esilio in Gabon. Il caffè Touba è ormai bevuto in tutta l’Africa occidentale. Questa miscela aromatizzata con chiodi di garofano e jarr (pepe di Guinea) ha avuto così tanto successo da costringere la Nestlé, che aveva visto le proprio vendite di Nescafè ridursi sempre più, ad inventarsi una versione aromatizzata del proprio caffè in polvere.

Jumbo, il “cubo magico”

Nestlé, Orange, Coca Cola, Maggi sono solo alcune delle moltissime multinazionali che la fanno da padrone in Senegal, forse più che in Europa. La scritta “Maggi” (gruppo Nestlé) appare ovunque ed è la marca del più famoso dado da cucina. Entrato nelle cucine africane alla fine degli anni ‘70, questo preparato industriale è ormai onnipresente e ha radicalmente trasformato le abitudini alimentari anche in Senegal, facendo credere di poter sostituire alimenti naturali e tradizionali con effetti nefasti sulla salute. Il piatto nazionale senegalese è il tiep bou dien ed è composto di verdure con carne o pesce e molto riso. Anche quest’ultimo però, nonostante sia un cibo tradizionale, presenta ormai le sue insidie: alcune settimane prima che arrivassimo in Senegal erano state fermate delle partite di riso provenienti dalla Cina, composte per una buona parte di plastica. A quanto pare, questo è un fenomeno abbastanza frequente in Senegal e in tutta l’Africa e aggrava una situazione già non facile per quanto riguarda l’alimentazione nel Paese. Oggi in Senegal i malati di diabete sono moltissimi, anche per colpa dei numerosi prodotti confezionati che affollano gli scaffali delle alimentation générale e soprattutto della grande distribuzione, entrata con forza e prepotenza in questo paese.


Un’oasi tranquilla da cui molti vogliono fuggire

In Senegal abbiamo visto molta povertà, ma difficilmente la fame. Ciononostante le persone che cercano una vita migliore in Europa sono moltissime. A Ndangane abbiamo conosciuto un piroguin che, alcuni anni prima, insieme a qualche altra decina di persone, aveva navigato per due settimane su una grande piroga da pesca fino alle isole Canarie. Erano stati poi recuperati dalla guardia costiera spagnola e rimpatriati dopo 45 giorni. Racconti del genere li abbiamo sentiti più volte durante il nostro viaggio. Come ci ha spiegato Lara, che si è occupata per anni di vagliare le richieste di asilo in Italia, i senegalesi sono quasi esclusivamente migranti economici. Il Senegal, infatti, è considerato uno dei paesi economicamente e politicamente più stabili dell’Africa, che è invece spesso teatro di guerre civili e colpi di stato o guerre religiose. Qui, ad esempio, si riesce a veder convivere in armonia tre religioni diverse: il cristianesimo, l’islam e l’animismo (come a Mar Lodj, la bella isola nel Delta del Sine Saloum).

Non è un paese per turisti

Forse ho dipinto un Senegal un po’ diverso da quello descritto da Repubblica, ma con questo non voglio dissuadervi dal visitarlo. Anzi! Andateci! Ma non per vedere un paese “vicino” fatto di parchi e spiagge, anche se probabilmente la brousse e i suoi baobab da soli potrebbero valere il costo del biglietto. Andateci per vedere una realtà lontanissima e a volte difficile da mandare giù, per confrontarvi con le diversità e modi diversi di vivere. Si può viaggiare con spirito critico senza essere giudicanti e così si possono e si devono raccontare i luoghi. Se partite per il Senegal cercando un paese “vicino” rischiate di scappare dopo un’ora o di rimanere delusi. C’è un motivo se Lonely Planet non ha pubblicato una guida dedicata al Senegal (lo trovate però nella più generica “West Africa”): il Senegal non è un paese per turisti, a meno che non vogliate viaggiare in SUV privati, soggiornare in hotel a 5 stelle e visitare esclusivamente riserve naturali. È sicuramente un paese per viaggiatori e, spesso, per gente che vuole innamorarsene o trasferircisi. Se avete voglia di fare questo viaggio il Begue Pokai può essere certamente un ottimo punto di partenza, dove prendere confidenza con il Senegal e, soprattutto, dove incontrare viaggiatori di lungo corso che con i loro racconti possono sopperire alla mancanza di una Lonely Planet. Come dice Giacomo Talignani, il Senegal è sicuramente un paese da scoprire, ma credo che per visitarlo, più che lo zaino in spalla e un volo di 6 ore, ci voglia soprattutto amore per i viaggi, ovvero, per dirla con un simpatico gioco di parole tra la lingua wolof e maori, “Begue Pokai”.
Nota: durante il nostro viaggio non abbiamo potuto visitare una delle parti più famose e, a detta di molti, spettacolari del Senegal, la Casamance. Per farlo avremmo dovuto attraversare la Gambia, ma arrivati al confine con questa ci è stato impossibile entrarvi perché in quei giorni era sull’orlo di una guerra civile (per fortuna scongiurata). La nostra esperienza, e questo post, non possono quindi tener conto di questa parte fondamentale del Paese.

Ringraziamenti: ci tengo a ringraziare tutte le persone che abbiamo incontrato durante il viaggio che ci hanno aiutato far luce su questa cultura così lontana. Un ringraziamento speciale ad Enrico ed Angela, che si sono presi il tempo anche di riguardare la bozza finale di questo post per aggiungere qualche dettaglio e fare anche qualche correzione.

About Rita e Stefano BonaVera 6 Articles
Stefano: fiorentino, laureato in lingue e ora iscritto ad antropologia, receptionist in hotel da più di 10 anni. A novembre 2016 sono partito per un anno di viaggio con la mia ragazza. Rita: calabrese di nascita e crescita, fiorentina d'adozione. Fra pochi giorni parto per un anno sabbatico col mio ragazzo in giro per il mondo. Prima tappa e ultima previste: Francia e Iran. Mi appassionano le lingue straniere, ma conosco bene solo l'inglese e francese. E anche la lingua dei segni italiana. Whatelse?

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*