Tra i viaggiatori più lenti, viaggio lento in nave cargo

viaggio in nave cargo
 Nel 2014 l’italiano Mattia Miraglio è partito dalla sua casa di Savigliano (Torino) per fare il giro del mondo a piedi, un viaggio di 50000 chilometri che dovrebbe durare 5 anni. Se tutto andrà come deve andare, al suo ritorno, l’eroico Mattia avrà senza dubbio stabilito un record di lentezza per quanto riguarda i viaggi.
Non è certo necessario spingersi a questi estremi per poter vivere una vacanza a pieno, ma è altrettanto certo che prendersi il giusto tempo per godersi ogni chilometro, ogni incontro e ogni panorama è una delle cose che fa la differenza tra il viaggio e il turismo.
Vivo a Firenze, una città che campa sul turismo e che raccoglie nel suo centro storico uno dei patrimoni artistici più ricchi al mondo, ma nella quale il turista medio trascorre appena 2,6 giorni. Un tempo durante il quale molti visitatori riescono a far rientrare anche una gita nel Chianti. Un turismo mordi e fuggi che, un morso dopo l’altro, ha divorato l’identità della mia città e che, allo stesso tempo, dubito abbia arricchito in qualche modo chi l’ha visitata.
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Il coefficiente della lentezza

LentezzaFirenze è solo un caso emblematico di ciò che rappresenta il turismo oggi nella maggior parte dei casi. Anche in vacanza accumuliamo impegni, attività e chilometri cercando di sfruttare il più possibile ore e minuti. Facciamo cose cercando di dare valore al tempo, anziché usare il tempo per dare più valore alle cose che facciamo. Forse dovremmo stabilire, in vacanza come nella vita, un coefficiente che ci aiuti a tenere a bada la nostra frenesia.
L=T/C (Lentezza uguale tempo fratto cose): all’aumentare del numero di cose che facciamo nel nostro viaggio, il coefficiente della lentezza si assottiglia. Ecco! Ci vorrebbe una regola che ci impedisca di far rimpicciolire troppo quella preziosa L. Troppi chilometri in una vacanza? Fermati! Meglio spostarsi meno, ma godersi ogni singolo passo! Troppe cene fuori? Fanne meno, ma mangia meglio e assaporale di più! E così via.
Il viaggio di Mattia Miraglio è sicuramente unico nel suo genere, difficile raggiungere un coefficiente di lentezza paragonabile al suo. Ogni anno però alcune decine di viaggiatori si cimentano a modo loro nella pratica della lentezza estrema e usano un mezzo di trasporto che supera di molto la velocità del piede umano, ma che resta al di sotto della velocità media di una bicicletta: una nave cargo.

Rotta su Rio

A Febbraio di quest’anno, durante il nostro anno sabbatico, quando abbiamo dovuto scegliere come spostarci dall’Africa all’America Latina, io e la mia ragazza Rita non abbiamo avuto bisogno di pensarci due volte e ci siamo imbarcati sulla Grande San Paolo, una nave merci della compagnia marittima Grimaldi. Questa portacontainer ha una velocità massima di 15 nodi (circa 30 chilometri orari), è lunga 200 metri e larga 35. Prima di arrivare a Rio de Janeiro ferma a Conakry, Freetown e Vitoria e impiega mediamente 15 giorni per compiere la traversata.
viaggiare in nave cargo

viaggiare in nave cargo

Va subito detto che, al contrario di quello che si potrebbe pensare, viaggiare su una nave cargo non costa meno di un aereo, anzi: il biglietto infatti deve includere anche 3 pasti al giorno per tutta la durata della navigazione, oltre alla cabina per dormire. Il nostro biglietto da Dakar a Rio de Janeiro, un viaggio di circa 7500 chilometri, è costato 860 euro a persona, un aereo per la stessa tratta di euro ne costa circa 800. In pratica, spostandosi in nave, si paga il lusso di non avere fretta. Inoltre, le condizioni vengono subito messe in chiaro: le navi merci hanno come priorità i containers, i passeggeri sono benvenuti, ma il capitano e l’equipaggio sono a servizio del carico. La nave potrebbe tranquillamente saltare qualche porto, arrivare un mese di ritardo o anche annullare il viaggio. Io e Rita, per esempio, siamo partiti (e arrivati) con 10 giorni di ritardo. La prenotazione l’abbiamo dovuta fare alcuni mesi prima, ma la conferma ci è stata data solo a 20 giorni dalla partenza. Per ricevere i biglietti, sono necessari oltre al pagamento, anche un’assicurazione di viaggio e la vaccinazione per la febbre gialla.
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Molti si domandano se è possibile dare una mano a bordo in cambio del passaggio in mare. Purtroppo no, non è possibile: ci vuole una particolare preparazione e un libretto di navigazione per lavorare sulle navi e nessun capitano si giocherebbe la testa per fare uno strappo alla regola. In generale non è così facile salire a bordo, perché i mercantili possono trasportare un massimo di 12 passeggeri, limite sopra il quale è necessario avere un medico a bordo. Può sembrare una sciocchezza, ma sapere di essere ad almeno 4-5 giorni di navigazione dal medico più vicino, può dare qualche pensiero, soprattutto se si sale a bordo dopo 3 settimane in Senegal, dove non è difficile contrarre malaria, epatite e tifo.
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Il lusso della noia

In una nave cargo, a differenza di una nave passeggeri o ancor più di una nave da crociera, gli svaghi sono limitati.viaggiare in nave cargo C’è una piccola palestra per i marinai e i passeggeri e c’è un salotto con libri, televisore (niente tv) e giochi da tavola. Passiamo quindi le giornate a guardare tutti i film che non abbiamo mai avuto il tempo di guardare e a leggere tutti i libri che non abbiamo mai avuto il tempo di leggere. Passiamo ore a contemplare il mare e avvistiamo dei delfini, moltissimi pesci volanti e anche una tartaruga. Si può guardare il mare per ore perché non si ha niente di meglio da fare, niente che ci distragga. Certo, la noia si fa spesso sentire, ma fa parte del gioco. Mia nonna, nel pieno della mia irrequietezza adolescenziale in cui non stavo mai a casa, una volta mi disse: “Bisogna imparare ad annoiarsi ogni tanto, nini. Noi ci si annoiava tanto prima, però fa bene”. Ricordo che già all’epoca mi resi improvvisamente conto di quanto la noia fosse una condizione inusuale per la mia generazione, circondata da intrattenimenti ed evasioni di ogni tipo: la noia, un male terribile, da cui stare alla larga. Ecco, su una nave merci non si può fuggire da nessuna parte. Si ha così il tempo anche di pensare a tutte le cose a cui non si è mai avuto il tempo di pensare.
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In buone, buonissime mani

viaggiare in nave cargoC’è però un intrattenimento importante che scandisce le giornate, il cibo. Per questo avere Pasquale come cuoco a bordo si è rivelata una vera fortuna. Ogni mattina alle 5:00 Pasquale si alza e accende la cucina, cuoce il pane e anche le pizzette e le focacce per la colazione. Poi si dedica alla preparazione del pranzo. Gli orari dei pasti sono piuttosto rigidi su una nave merci perché ufficiali e marinai devono stare dietro ai propri turni e ai propri compiti. La colazione è dalle 7:30 alle 9:00, il pranzo alle 12:00, la cena alle 18:00. I passeggeri mangiano nella sala mensa degli ufficiali e degli allievi ufficiali, mentre i marinai hanno un refettorio a parte anche se la cucina è la stessa. Durante la nostra permanenza a bordo ogni pasto era solitamente composto da un primo, due secondi, un contorno e la frutta, ma talvolta uno di questi piatti poteva essere sostituito da un antipasto o da un dessert. L’alcool è vietato all’equipaggio, ma se si è passeggeri si può avere anche un po’ di vino. Nonostante le scorte limitate, Pasquale riesce sempre a proporre menù nuovi: filetto di salmone, scaloppine al limone, pizza, risotti… È inutile dirlo, il capitano avrà anche il timone, ma è Pasquale l’uomo più importante a bordo.
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Lupi di mare

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61 anni e lo sguardo attento e vivace del lupo di mare, Pasquale fa questo lavoro da 42 anni. Ha passato la maggior parte della sua vita in mare, ma come la maggior parte dell’equipaggio è a bordo di questa nave solo da un paio di settimane. Prima della Grande San Paolo ha lavorato su altre navi merci, navi da crociera e piattaforme petrolifere. Ci racconta di quando è stato rapito per tre giorni in Nigeria e di quando sulla Saipem 7000 ha assistito a un incidente con svariati morti, uno shock che lo ha fatto stare lontano dal mare per diversi anni. Ci racconta anche di una tempesta a largo della Corsica in cui si è dovuto legare per non finire fuori bordo e dell’inferno sulle piattaforme petrolifere messicane. Non ha lavorato però soltanto in mare. Ha gestito cucine e rifornimenti anche a terra, spesso per impianti petroliferi in Africa e in Medio Oriente. Ci racconta di posti esotici e delle meraviglie che ha visto, ma quando gli chiediamo il posto più bello dove ha lavorato riesce a lasciarci senza parole: “Accanto a mia moglie, a casa, in mezzo ai miei olivi”. Tra due anni potrà andare in pensione e si godrà la famiglia, la casa e le colline intorno a Latina. È stanco di questa vita Pasquale, ma nonostante ciò, nelle sue 12 ore di lavoro giornaliere, trova anche il tempo per fare qualche piatto asiatico per i marinai che sono in maggioranza filippini.
viaggiare in nave cargoTra questi c’è Spencer, il cameriere di bordo, ha 35 anni e nelle Filippine lo aspettano la moglie e tre figli. Sulla nave si occupa di servire nella mensa e di rassettare le cabine. Lavora 12 ore al giorno, ma non si lamenta: ”Così posso mandare i soldi alla famiglia”, ci spiega con il suo sorriso gioviale. Ha sempre lavorato su navi passeggeri o da crociera ed è la prima volta che fa il cameriere di bordo su una nave merci. Si diverte a fare per noi sculture di animali con gli asciugamani e a mostrarcele.
L’equipaggio di 25 uomini è composto da una decina di italiani, per la maggior parte ufficiali e allievi, 3 bulgari, un ucraino (il vice-capitano) e per il resto da filippini. Ci siamo poi io e Rita e un altro passeggero tedesco. Horst, questo il nome del sessantenne di Freibourg residente a Basilea, sta portando il proprio camper a Montevideo. Avrebbe potuto spedirlo e poi raggiungerlo con un aereo, ma voleva provare questa esperienza, proprio come noi. Quando saliamo a bordo, lui è sulla Grande San Paolo già da due settimane e dopo che io e Rita saremo sbarcati, avrà davanti a sé ancora 10 giorni di navigazione. Ci facciamo compagnia il più possibile chiacchierando di viaggi, multinazionali farmaceutiche e contando giorni insieme. Ci incrociamo soprattutto a pranzo e a cena. A tavola, i posti sono fissi: c’è un tavolo per gli ufficiali, uno per gli allievi e uno per i passeggeri.
Quando sei in porto, tutto il personale è occupato con la movimentazione dei containers e la preparazione della nave, ma quando si è in alto mare l’atmosfera è un po’ più rilassata e anche se interazioni con l’equipaggio sono limitate, non mancano le occasioni per fare due chiacchiere.

Una vita dura

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Un marinaio si occupa della manutenzione

È così che riusciamo a conoscere meglio Paolo, che ha meno di 30 anni ed è al suo terzo viaggio in mare. Dopo aver preso il certificato di ufficiale e aver fatto i suoi primi mesi a bordo di una petroliera, ha capito che non era convinto della propria scelta. Ha deciso di fermarsi e si è preso del tempo, ha trascorso anche alcuni mesi in Australia, ma alla fine è dovuto tornare in mare: per non perdere il grado bisogna fare almeno 12 mesi di navigazione ogni 5 anni. A bordo della Grande San Paolo è il terzo ufficiale e sul ponte di comando è responsabile della navigazione. Sa già che alla fine di questi 12 mesi vorrà fermarsi di nuovo: “È dura stare tutto questo tempo fuori”.

È d’accordo con lui Rick, secondo ufficiale filippino. Ha 50 anni, ma ne dimostra 40, a casa lo aspettano una moglie e due figlie e riuscirà a rivederle solo fra altri 7 mesi. Come tutti, riesce a sentire i propri cari solo quando siamo in porto ed ogni giorno ha a disposizione qualche kb per mandare una mail. “Ora con i cellulari è molto più facile, fino a qualche tempo fa scrivevamo le lettere e usavamo i telefoni pubblici nei porti finché ci sono stati”. Oggi i telefoni pubblici nei porti non ci sono più, perché l’autorità per la sicurezza in mare (ISPFS) pensa che possano essere usati per organizzare qualche attentato terroristico. Rick è al comando della nave dalle 12:00 alle 16:00 e dalla mezzanotte alle 04:00. Quando non è sul ponte di comando o è libero o sta occupandosi di altre mansioni. Nonostante sia così duro stare a bordo vuole resistere finché non avrà fatto un paio di viaggi come capitano. Anche lui come Pasquale ha trascorso gran parte della sua vita in mare. Sulla Grande San Paolo si trova bene, ma sa che, per requisiti linguistici, non ha speranze di arrivare a fare il comandante o il primo ufficiale per una compagnia italiana. Ci spiega che nelle Filippine esistono delle grandi agenzie affiliate alle compagnie di navigazione, che forniscono marinai e ufficiali, per questo gran parte del personale viene da lì. Fa questo mestiere da quando aveva 20 anni, ma è la prima volta che Rick lavora su una portacontainer, fino ad oggi è stato su petroliere e su bulk-carrier. Ci racconta che proprio su una bulk-carrier in Canada, non lontano da dove si è inabissato il Titanic, una volta hanno colpito un iceberg che ha fatto uno squarcio di alcune decine di metri sullo scafo. La nave ha iniziato immediatamente a imbarcare acqua e ad affondare, ma per fortuna era sufficientemente vicina alla costa e ha finito per incagliarsi. Sono rimasti fermi in Canada un mese per trainare la nave in porto e fare le riparazioni.
Ci racconta anche degli attacchi pirati in mare, a lui è successo solo una volta di dover respingere un abbordaggio, ma ci spiega che è un fenomeno molto frequente. Le modalità e la violenza dei pirati cambiano da regione a regione, in alcuni tratti di mare è obbligatorio avere personale armato a bordo, in altre zone i pirati salgono educatamente fino al ponte di comando e si fanno pagare un “dazio” dal capitano per poi andarsene. Durante l’oretta che passiamo con lui sul ponte di comando trova anche il tempo di mostrarci il funzionamento dei radar e di alcune apparecchiature. Una delle leve è coperta da una teca di vetro: “Quella è la leva della velocità e può toccarla solo il capitano”, solo lui infatti può decidere se fermare la nave o cambiare la velocità di crociera. Sempre sul ponte di comando conosciamo anche Daniele, è sardo e ha da poco superato i 40. Ci conferma che è molto dura stare a bordo, ma lui non sta mai via più di 3 o 4 mesi. A casa lo aspetta la moglie, un cane, 10 gatti e la sua racchetta da tennis. Forse per sentirsi un po’ più a casa prova a parlare con noi di calcio, di programmi tv e di Sanremo, ma ci trova impreparati su tutti i fronti. Finiamo allora a parlare di viaggi e si appassiona al racconto del nostro anno sabbatico.
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Zero nodi

Le giornate possono essere molto lunghe soprattutto quando, in attesa di uno slot nel porto, la nave rimane ferma in mezzo al niente per giorni interi. A Freetown, per esempio, rimaniamo fermi a 60 chilometri dalla costa per 48 ore perché il porto, troppo piccolo per il suo scopo, è occupato da un’altra nave. Un’altra giornata la trascorriamo in pieno oceano a 5 nodi orari. A 500 chilometri da Rio de Janeiro poi, siamo rimasti fermi 24 ore in rada a Vitoria: di nuovo, lo slot per attraccare non era disponibile. In questa occasione, immobili, vedendo la terraferma così vicina abbiamo iniziato a sentirci un po’ in trappola. L’equipaggio invece non ha battuto ciglio, continuando impassibilmente a darsi da fare. I ritmi degli incessanti lavori di manutenzione sono diventati un po’ più rilassati ed è stata ritagliata un’oretta nel pomeriggio per fare un’esercitazione di emergenza alla quale abbiamo preso parte anche io e Rita. Per il resto la vita a bordo è proseguita come se fossimo in alto mare. Ci ha aiutato ad arrivare a fine giornata una consapevolezza: è domenica e Pasquale avrà fatto anche il dessert.
Alla sera, oltre alle prelibatezze del nostro cuoco di bordo, un’altra cosa ci ha ripagati delle lunghe giornate: il cielo stellato in mezzo all’oceano. Centinaia di chilometri privi di luci artificiali che nelle notti di luna nuova rivelano una volta celeste unica. Uno spettacolo così magico che ci si scorda di sbattere le palpebre.
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Terra, terra!

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L’arrivo nel porto di Rio de Janeiro è stato uno spettacolo unico, trovarsi la città sdraiata davanti con il Pao Azucar e il Cristo Redentor che la sovrastavano ci ha fatto letteralmente iniziare a scalpitare. Anche l’arrivo nel porto di Vitoria era stato mozzafiato, ma la gioia di essere arrivati rendeva la città carioca una visione celestiale. Non appena il pilota del porto è salito a bordo per far attraccare la Grande San Paolo abbiamo iniziato a contare nervosamente i minuti: infatti, se fossimo arrivati dopo le 18:00, non ci sarebbe stato il personale della dogana e avremmo dovuto attendere la mattina. Con gli zaini pronti abbiamo atteso qualche notizia. Intanto Spencer iniziava a preparare la sala mensa e Pasquale era pronto per impiattare. Mancavano pochi minuti alle 18:00 quando il capitano Francesco ci è venuto a restituire i passaporti e con il sorriso ci ha detto:”Siete liberi di andare”. Abbiamo sceso i 13 decks (piani) della Grande San Paolo contenti, ma già un po’ nostalgici. Quando siamo scesi sul ponte mobile, Paolo e Daniele erano di sorveglianza. Si tenevano al limite del ponte e non avevano messo piede a terra, chissà se lo facevano per non rischiare di attaccarsi ad una gioia così effimera. Noi invece siamo arrivati sul molo e ci siamo uniti allo staff che ci avrebbe accompagnato fuori dal porto. Ci siamo girati più volte a salutare con lo sguardo quella che era stata la nostra casa galleggiante per 15 giorni. La nostra nave cargo stava lì, imponente, immobile e indifferente. Era incatenata alla terra ferma da enormi cime, ma per lei un porto valeva l’altro e probabilmente pensava già al mare aperto e alle prossime infinite e lentissime miglia, proprio come il suo equipaggio.
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In questa foto Stefano e Rita stanno per salpare su una nave merci verso l’America del sud

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Aggiornamenti

Seguite gli aggiornamenti e le avventure di Stefano e Rita su viaggiareconlentezza oppure sulla loro pagina facebook personale “Io volevo solo andare in Marocco”.
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Interviste di Stefano e Rita sulla Radio VCL:

In questo breve estratto audio, tagliato dal relativo episodio podcast, Stefano e Rita ci raccontano la loro idea di lentezza:
 Qui sotto invece puoi ASCOLTARE L’INTERVISTA INTEGRALE di 10 minuti a Stefano e Rita che ci parlano del loro giro del mondo utilizzando la sharing economy:
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About Rita e Stefano BonaVera 7 Articles
Stefano: fiorentino, laureato in lingue e ora iscritto ad antropologia, receptionist in hotel da più di 10 anni. A novembre 2016 sono partito per un anno di viaggio con la mia ragazza. Rita: calabrese di nascita e crescita, fiorentina d'adozione. Fra pochi giorni parto per un anno sabbatico col mio ragazzo in giro per il mondo. Prima tappa e ultima previste: Francia e Iran. Mi appassionano le lingue straniere, ma conosco bene solo l'inglese e francese. E anche la lingua dei segni italiana. Whatelse?

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