Viaggiatori disconnessi: un weekend a Roma senza l’uso della tecnologia

viaggiare senza telefono

Venerdì mattina, non un giorno come gli altri. Oggi infatti non lavoro. Mi sono presa un giorno di ferie per partire a Roma il weekend e vedere la mostra Van Gogh Alive, prima che migri verso nuove città. Mi alzo e prendo il cellulare; è spento anche se è stato in carica tutta la notte ma, dato che ultimamente il mio Smartphone si accende quando vuole, non ci faccio molto caso.

Provo ad accenderlo e non funziona. Riprovo. Due/cinque/dieci minuti ma senza esito: è morto. Dopo il primo attimo di panico e una ricerca disperata su rivenditori di batterie che possano risolvere il mio problema istantaneamente (per vostra info non ne esistono, Amazon rimane comunque il più rapido) mi rassegno all’idea di partire per Roma senza tecnologia. O meglio. Ho in casa un vecchio Nokia, lontano parente del 3310 e perfettamente funzionante che avevo comprato l’ultima volta che il mio Smartphone precedente era defunto. Lo accendo con l’adattatore di scheda e, dopo essere stato spento per anni, ha metà della batteria. Il che implica che posso campare quattro giorni. Estasi allo stato puro.

Rincuorata dal mio essere comunque raggiungibile, non mi precipito a scegliere un nuovo cellulare. Non sono mai stata particolarmente tecnologica e mi basta essere raggiungibile. Respiro e decido che, un po’ per gioco un po’ per risparmiare, mi prendo qualche giorno di libertà da questa vita sempre iper-connessa, rinunciando a partire dietro con il Tablet (che risulta inutile se non connesso a un wifi).

viaggiare senza tecnologiaE li prendo atto di due cose. La prima: tutto ciò che è racchiuso nel mio cellulare (foto, rubrica, messaggi, chat, banche, password, social feed) è andato perso. Da impazzire solo a pensarci perché ormai i backup non li faccio più. La seconda: come faccio a viaggiare in una città che non conosco senza Google Maps e Tripadvisor? Tra l’altro avendo sia il riepilogo della prenotazione dell’hotel e della mostra sia i biglietti del treno in app. Dopo i primi attimi di panico guardo le lancette scorrere e decido che affronterò questa esperienza con positività.

Per prima cosa scendo in copisteria a stampare i biglietti e una mini cartina di Roma che mi guidi al Bed and Breakfast. Mi guardano strano all’inizio quando chiedo di poter accedere dal loro PC alla mia mail per stampare (grazie a dio è l’unica password che ricordo) ma capiscono il problema e cercano di aiutarmi il più in fretta possibile. Esco dieci minuti dopo con un plico di fogli in mano, piccola Indiana Jones del 2017. Ho salvato qualsiasi numero, compreso quello del customer care di Trenitalia, in caso ci fossero ritardi.

Salgo in treno con il pensiero di aver scelto un buon libro per questo viaggio di tre ore e di avere invece dimenticato la macchina fotografica che ormai lascio in bella mostra sulla libreria per mancato utilizzo, avendola sostituita con il cellulare. Ma una nota positiva c’è: le mail di lavoro non possono raggiungermi.  Guardo fuori dal finestrino e mi sento già più libera. Intorno a me sono tutti avvolti in telefoni e computer, non passano un secondo ad osservare il panorama, dedicando invece l’attenzione alle serie tv, al lavoro o al feed di Facebook.

Scendo dal treno e sono a Termini. Avevo letto che per raggiungere il Bed & Breakfast in zona San Pietro potevo direttamente prendere un treno regionale per arrivare in tempi record.  Oggi non posso arrivare in ritardo e rischiare che non mi aspettino, spazientiti, anche se ho avvisato che rispetto ai tempi previsti non sarò comunque puntuale. I taxi non li considero neanche. Chiunque li abbia presi a Roma sa quanto sia difficile predirne i tempi di percorrenza. Grazie al cielo i romani sono adorabili e gentilissimi e trovo subito le indicazioni necessarie per prendere questo treno e arrivare sul posto. Li, dopo le routine di registrazione, mi regalano una mappa di Roma completa di segni a penna sulla dislocazione del più vicino passaggio pedonale per superare il Tevere e raggiungere il centro (ho infatti scoperto dopo che la zona di San Pietro non è considerabile centro di Roma, come erroneamente avevo prima pensato e che risulta collegata con il resto della città tramite tunnel, ferrovia e metro).

Mi studio la cartina, prendendo nota del Museo da raggiungere ed esco alla volta di Trastevere. Essere senza Google Maps mi permette di scegliere l’itinerario che preferisco, perdendomi nelle viuzze e scoprendo magicamente angoli nascosti e piazzette che, anche se deviano dal percorso ottimale, meritano di essere viste. Riscopro la bellezza dell’andare a caso, senza fretta e senza meta, senza un cronometro che ti dica esattamente quanti minuti devi impiegare per arrivare a destinazione e che scelga la via da percorrere per me. Anche se fuori è buio la città è vitale e questo allontana un po’ il senso di smarrimento che provo quando mi rendo conto di sbagliare la direzione. L’uso dello Smartphone ha peggiorato il mio senso di orientamento e, mentre a dieci anni trottavo per Parigi con cartina alla mano e giocavo a vedere chi era maggiormente bravo a guidare la famiglia, ora sono un po’ spaesata nel cercare i nomi delle vie e non trovarle, capendo che sto andando dalla parte sbagliata rispetto a quella suggeritami dal sesto senso.Viaggiare senza tecnologia

Dunque mi ritrovo a chiedere ai passanti e scopro due cose. La prima, positiva, è che Roma è diventata una città internazionale dove si parla inglese ad ogni angolo (mi scambiano infatti per turista prima di capire che sono Italiana come loro). La seconda è che i più giovani sono diventati diffidenti. Mostrano titubanza nell’essere fermati e quando gli chiedi una informazione scappano via con un “non so aiutarti, scusami”. I pochi che si fermano per capire un secondo quale sia l’informazione che mi serve inorridiscono all’idea di usare il loro cellulare (e Maps) per paura che possa rubarglielo o scaricare i dati. I più disponibili sono signori di mezza età e mamme che, comprendendo il problema, mi offrono addirittura il telefono per fare le chiamate e mi accompagnano agli incroci, usando punti di riferimento chiari: farmacia, banca, fermata del tram.

La nota dolente accade quando mi rendo conto che le osterie che mi sono state consigliate sono in un quartiere (Piramide) che è fuori dalla mia cartina di Roma. Senza navigatore (e senza voglia di prendere un taxi) devo rinunciare e ripiegare su osterie storiche a conduzione familiare che sono maggiormente turistiche, godendo di una esperienza gastronomica “mass market” romana. Ovviamente andando a caso. O meglio, chiedendo aiuto da casa agli amici connessi perché mi trovino una bettola carina dove mangiare bene in centro a Roma. Grazie a dio, un po’ per fortuna, un po’ per vicinanza, riesco a mangiare in due posti buoni per rapporto qualità/prezzo.

Dunque, alla luce di questa recente esperienza, mi sento di condividere con voi che la vita senza cellulare non è impossibile. È semplicemente un modo diverso e dimenticato di vivere che rende gli scambi personali sicuramente più difficili (impossibilità di trovarsi in zone sconosciute) ma più vividi ed emozionali (stringere nuovi legami di solidarietà con sconosciuti). Con il retrogusto della memoria, dato che i ricordi resteranno nella mente e non scanditi nel tempo da una foto.

E da questa esperienza sono emersa con una consapevolezza in più: non ho bisogno di tenere in mano un dispositivo per sentirmi più sicura delle scelte che prendo e più protetta. Posso spegnerlo e godermi ciò a cui di solito non presto attenzione.

PS: Ovviamente di questa vacanza non ci sono foto ma solo tanti bei ricordi. 

A voi è mai capitato di essere costretti a viaggiare senza tecnologia? Raccontateci le vostre esperienze!!!

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About Michela Guicciardi 2 Articles

Nata a Udine nel 1991. Sarda di acquisizione e di accento, risiedente a Milano per necessità.
Fin dai primi anni ho amato la lettura, la buona musica e il perder tempo. Dopo 26 anni non è cambiato nulla, ma si è aggiunta qualche passione in più.
Adoro viaggiare, fotografare e guardare film e serie tv. Lotto quotidianamente contro la pigrizia e mi metto sempre in discussione.

Laureata in Discipline Economiche e Sociali alla Bocconi, ho collaborato come Research Assistant prima all’UNIDO poi all’Università Bocconi. Attualmente gestisco il marketing e le comunicazioni di AIFO – Associazione Italiana Family Officer – e collaboro con lavoce.info per la parte di lead generation e fund raising.
Autrice di un blog di Econometria sull’uso di Stata.

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