Case sospese, ospitalità e una storia di resistenza
Questo testo nasce da un ricordo personale (2011 o 2012) e da fonti pubbliche. Bilston Glen non è un’attrazione turistica: trattatelo come un luogo con una storia complessa, e non come una tappa “da spuntare”.
Bilston Glen Treehouses, una comunità di case sugli alberi vicino a Edimburgo. Raggiungerla è stato un incontro tanto onirico quanto imprevisto, arrivato dopo una giornata in cui l’unico piano realistico era trovare un angolo di terra asciutta e montare la tenda senza farci notare.
In quel periodo avevo deciso di prendere tempo per imparare l’inglese. Prima un mese in Irlanda, poi l’Inghilterra, puntando sul wwoofing: lavoro in fattoria in cambio di vitto e alloggio. Non ero interessato alle attività agricole in sé, ma amavo la campagna e l’idea di imparare la lingua senza dissanguarmi. Tra una fattoria e l’altra viaggiavo spesso in autostop. A volte capitavano anche lavori pagati, strani e brevi, come una comparsa in una serie tv nei dintorni di Bath. Il filo conduttore, però, era sempre quello: muovermi leggero, spendere poco, restare disponibile a ciò che succede.
Bilston Glen Treehouses, una notte in cui il bosco aveva un indirizzo
Quando decisi di vedere la Scozia lo feci nello stesso modo: autostop. Fu un viaggio lungo e stancante, ma ero con mio fratello. Due ventenni semi barbuti, zaino e faccia pulita, che inaspettatamente trovavano passaggi anche in città enormi come Birmingham e Manchester. A Edimburgo, invece, ci trovammo senza appoggi e senza soldi. Provammo con Couchsurfing, senza fortuna. La prima sera dormimmo in tenda su un’altura, in una radura nascosta.
Faceva un po’ freddo e non era esattamente allegro, ma la vista era ampia, quasi teatrale: la città in basso, lontana e luminosa.

Il giorno dopo facemmo il giro classico, quello che fate anche voi quando avete poche ore e tante cose da vedere: Old Town, New Town, il castello, le strade più note. Poi di nuovo al computer, a cercare qualcuno disposto a ospitarci. Fu lì che arrivò il messaggio più strano: “Andate in un bosco. C’è una comunità che vive sugli alberi. Accolgono i viaggiatori”.
Seguimmo le indicazioni online e ci inoltrammo nel verde. Camminammo più del previsto. A un certo punto stavamo per arrenderci: ok, anche stanotte tenda. Il bosco, almeno, offriva privacy. Poi, dietro un tratto di alberi più fitti, apparvero strutture che non avevano nulla di “casuale”: passerelle, piattaforme, teli, legno lavorato. E soprattutto case, case vere, incastrate tra i rami.
Alcune così alte da far venire le vertigini solo guardandole.

Case sugli alberi come forma di protesta
Solo dopo capii perché quelle case fossero così in alto.
Bilston Glen Treehouses non nasce come villaggio alternativo per hobby. Nasce come presidio di protesta legato a progetti e ipotesi di nuove infrastrutture viarie nell’area a sud di Edimburgo. In quel contesto, vivere sugli alberi è una mossa tipica dell’azione diretta: rende più difficile intervenire sul bosco e rende visibile, ogni giorno, un conflitto che altrimenti resterebbe su carta. In quel contesto, salire sugli alberi è una mossa tipica degli attivisti più agguerriti: rende difficile la rimozione del bosco e rende visibile, ogni giorno, un conflitto che altrimenti resterebbe su carta.
Il bosco di Bilston Burn è inoltre associato a un’area tutelata come SSSI (Site of Special Scientific Interest), una designazione scozzese per luoghi di interesse naturale. (Chi volesse approfondire trova documentazione pubblica su NatureScot, inclusi i “site management statement” legati alle aree protette locali).
NdR
Evitate l’idea di “andare a cercare” strutture nel bosco. Possono essere instabili, pericolose, su proprietà private o in aree dove il passaggio non è appropriato. Questo racconto serve a capire una storia, non a trasformarla in caccia al tesoro.
Se vi interessa la Scozia delle realtà alternative, scegliete sentieri ufficiali, spazi pubblici e progetti che dichiarano chiaramente accesso e responsabilità.
Com’era la vita nel bosco
La prima cosa che notai fu la varietà. Alcuni rifugi erano essenziali, quasi “da bivacco”. Altri avevano dettagli domestici: tappeti, piccoli scaffali, oggetti recuperati e rimessi in funzione. L’autocostruzione non è improvvisazione, ma manutenzione continua. La sensazione era quella di un luogo vivo, dove ogni cosa richiede tempo, braccia e una forma di accordo tra persone diverse.
Ci spiegarono, senza formalità, la regola implicita: tutti sono benvenuti se contribuiscono. Qualcuno cucina per tutti, qualcuno ripara, qualcuno cura l’orto. Un nucleo di residenti stabili tiene in piedi l’insieme; i viaggiatori passano, aiutano, dormono dove c’è posto. Le case più alte, spesso, sono quelle “da visita”: non perché siano migliori, ma perché richiedono più adattamento e un minimo di coraggio.
Ricordo anche il freddo della sera, e l’ospitalità concreta: del cibo offerto senza grandi domande, la luce che cala tra i tronchi, il rumore del legno che scricchiola. In quel momento, in mezzo a persone alternative mi sentivo un pesce fuori dall’acqua, eppure non ero fuori posto.
C’erano altri viaggiatori come noi, e bastava questo a creare un piccolo senso di casa.
Polemiche, fragilità e un fatto che pesa
In luoghi così, le polemiche arrivano quasi sempre.
C’è chi vede un presidio necessario per difendere un bosco, e chi lo legge come occupazione, rischio e disturbo. A Bilston Glen c’è stato anche un episodio tragico: nel 2011 un incendio al campo ha provocato la morte di un attivista. È un dettaglio che cambia il tono di qualsiasi racconto, perché ricorda una cosa semplice: vivere in modo precario, anche per una causa, non è un gioco.
Aggiornamento 2025-2026
Cosa resta di questa comunità oggi?
Non esiste un “canale ufficiale” attivo che presenti Bilston Glen Treehouses come comunità visitabile oggi. Quello che si vede, a distanza di anni, è una traccia culturale più che un luogo da raggiungere. Nel frattempo, il tema stradale nella zona continua a tornare nella discussione pubblica: Midlothian Council ha portato avanti consultazioni recenti su A701 Relief Road e A702 Link Road, segno che il rapporto tra mobilità e territorio, lì, resta sensibile. Se qualcuno ha informazioni aggiornate, ricordi personali, foto, link o testimonianze su cosa sia rimasto davvero di Bilston Glen, mi farebbe piacere: scrivetemi e proviamo ad aggiungere a questa storia un altro pezzo.
Per ora sembra che la comunità che viveva sulle case sugli alberi a Edimburgo sia scomparsa, improvvisamente, così come improvvisamente era comparsa nel bosco.
📍 Dove si trova(va) Bilston Glen
Se volete orientarvi sulla mappa senza trasformare il tutto in un inseguimento sul campo, questo punto è un riferimento utile per inquadrare l’area: 55.87140, -3.17297 Apri su Google Maps
Pagine web per approfondire
- Racconto fotografico (2012): Midlothian Artist, Bilston Glen Treehouses.
- Testimonianza (2012): Sustainable Alternatives, memories from Bilston Glen.
- Contesto ambientale (SSSI): Bilston Burn SSSI, site management statement (PDF).
- Consultazione infrastrutture (2025): Midlothian Council, A701 Relief Road & A702 Link Road.
La sera dopo, per noi, le cose migliorarono.
In un McDonald’s usato come ufficio improvvisato, solo per il Wi-Fi, incontrammo una ragazza che ci offrì ospitalità per le notti successive. Mio fratello tornò a Londra; io proseguii verso un’altra comunità intenzionale chiamata Culdees, vicino Aberfeldy. Ma Bilston Glen mi rimase addosso per un motivo preciso: non mi aveva mostrato un posto “bello”, mi aveva mostrato un’idea abitata.
Quando ripenso a questa comunità di artisti, viaggiatori e attivisti, non mi torna in mente un panorama ma il suono di una corda in tensione, e qualcuno che vi dice, come fosse la cosa più normale del mondo: “Sedetevi, c’è del tè”.

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