La foto entra nelle viscere del Nuraghe Santu Antine. Le pareti sono fatte di blocchi di basalto posati a secco; ogni corso sporge appena verso l’interno finché la volta si chiude a tholos. La luce radente rivela il lavoro degli incastri e la pelle irregolare delle pietre, lucidata da secoli di passaggi.
Questi corridoi corrono nel bastione e collegano camere e scale elicoidali. La sezione è stretta e alta per scaricare il peso sui lati; l’andamento a mensole crea una copertura stabile senza bisogno di travi. Camminandoci dentro si sente l’inerzia termica del basalto: aria fresca d’estate, tiepida d’inverno, suolo asciutto dove il drenaggio funziona ancora.
La tecnica è antica e raffinata: grandi conci alla base, blocchi via via più piccoli salendo, cunei inseriti negli interstizi per bloccare le spinte. Il corridoio non è solo passaggio; è parte della macchina architettonica che rende il nuraghe resistente, articolato su più piani e sorprendentemente fruibile ancora oggi.
Guardando in avanti, la luce che invita a proseguire racconta l’idea di chi lo costruì: creare un luogo protetto dove muoversi, custodire e controllare. Pietra, buio e silenzio fanno il resto, trasformando il cammino in un incontro diretto con l’ingegneria della preistoria sarda.
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