Nel lato ponente dell’isola si trova il cosiddetto “cimitero delle barche”, un ammasso di scafi colorati dismessi dopo gli sbarchi.
Guardarli da vicino significa intuire le storie che hanno trasportato: su molte prue compaiono numeri e date, tracce minime di viaggi riusciti e di altri finiti nel silenzio del mare. In questo luogo la memoria è concreta, fatta di legno scheggiato, corde e vernice scolorita.
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Il “cimitero delle barche” di Lampedusa
Il “cimitero delle barche” di Lampedusa non è un luogo formale come un museo: è un’area di stoccaggio dove vengono accatastate le imbarcazioni utilizzate per la traversata e poi sequestrate o dismesse dopo gli sbarchi. La posizione può cambiare nel tempo e l’accesso non è sempre consentito, perché molte barche restano sotto sequestro giudiziario o vengono destinate alla demolizione per ragioni sanitarie e ambientali. Per questo non va considerato un’attrazione turistica: si osserva dall’esterno, con rispetto.
Passeggiando lungo il perimetro si notano scafi in legno e vetroresina, numeri e date dipinti sulle prue, tracce di equipaggiamenti di fortuna. Quelle sigle servono a registrare arrivi e interventi; a volte indicano la data in cui l’imbarcazione è stata recuperata. Guardare da vicino significa intuire la densità di storie che ogni barca ha trasportato: famiglie, progetti, paure, speranze.
Intorno a queste barche è nato anche un lavoro culturale: associazioni e collettivi lampedusani hanno raccolto oggetti recuperati dai relitti e li hanno trasformati in archivio di testimonianze e in percorsi espositivi temporanei, per restituire identità alle persone e non solo ai numeri.
Periodicamente, per motivi ambientali e di spazio, una parte degli scafi viene rimossa o smaltita; per questo l’aspetto del “cimitero” cambia di anno in anno.
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