Siamo a Punta Favaloro, banchina simbolica degli arrivi e dei soccorsi. Qui, tra pescherecci e vento di maestrale, una frase dipinta sul cemento riassume la tensione dell’isola: “Proteggere le persone, non i confini”. È un promemoria quotidiano per chi vive e lavora al porto e per chi approda dopo giorni in mare. Lampedusa è crocevia di rotte, ma anche luogo di incontri e contraddizioni: diffidenze, accoglienza, lavoro dei pescatori, turismo estivo e memoria delle vite perdute.
Punta Favaloro è una delle aree portuali di Lampedusa. Si trova a pochi minuti dal centro abitato, su un tratto di costa esposto a sud. Non è un porto turistico: viene usata soprattutto per le operazioni della Guardia Costiera e per la gestione degli sbarchi di emergenza.
Negli ultimi decenni questo molo è diventato un luogo simbolico della frontiera sud d’Europa. Qui arrivano molte delle persone soccorse nel Mediterraneo, qui si svolgono le prime procedure di accoglienza e assistenza, e qui spesso si concentrano cronache e racconti sull’isola.
Col tempo Punta Favaloro è anche divenuta uno spazio di memoria. Murales e scritte — come “Proteggere le persone, non i confini” — ricordano che Lampedusa è un punto di passaggio dove si intrecciano salvataggi, tensioni, lavoro dei pescatori e gesti di solidarietà.
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