Lo sai che a Zimone … ❓

Lo sai che a Zimone … ❓

Pannello informativo “Lo sai che a Zimone…” lungo l’Alta Via dell’Anfiteatro Morenico

Un pannello informativo installato lungo il percorso dell’Alta Via dell’Anfiteatro Morenico racconta aneddoti e particolarità del borgo di Zimone, tra storia, agricoltura, dialetto e cultura popolare. Si scopre, ad esempio, che nel 1704 il paese era quasi disabitato a causa della guerra con i Francesi, che la collina è coltivata con terrazze di pietre a secco, e che la tradizione consiglia di bere sempre vino locale durante le feste. Il testo, corredato da una fotografia aerea, invita a rallentare e osservare con occhi nuovi questo piccolo ma ricco paese del Canavese.

Lo sai che a ZIMONE…

…è un paese agricolarmente ergonomico: i fabbricati – un tempo un tutt’uno con le stalle – gli orti, gli animali da cortile, le vigne e gli alberi da frutta erano disposti in modo razionale, vicino e funzionale alle esigenze del lavoro agricolo e domestico.

…nel 1704 non c’era quasi più nessuno, perché la guerra con i Francesi aveva costretto gli abitanti alla fuga.

…è una bellezza da cogliere nella propria lentezza: per la “complessità” della sua visione, l’insieme e la linea armonica dei tetti e della collina su cui si distende. Tranne la parte nord, Zimone è coltivato a vigneti con muretti di pietrame a secco, un terrazzamento artificiale che permette di lavorare in piano e impedisce l’erosione del suolo.

…l’antica coltura della vite (che produce uva adatta a vinificare vini “capitati” e robusti) fu introdotta dai monaci del convento di San Guglielmo (XVII secolo). I nobili locali si facevano mandare a Torino questo vino rustico. Ancora oggi molti dei sociali della cantina collaborativa di Maglione sono zimonesi.

…ogni cosa aveva un nome proprio: la cavalla si chiamava “la rosa”, il maiale era “il cinghialetto”, la mucca “la rossa”. In stalla non c’era un asino, il gallo, i gatti (che si vedono a volte…) ma l’asino, il gallo, i gatti propri e ben distinti.

…la festa si celebrava “a primavera inoltrata”, in maggio: rievocava la fine della guerra e la ripopolazione del paese. Piatti e usanze di un tempo, passeggiate sui sentieri collinari, canti popolari.

…è d’obbligo mangiare “del posto” bevendo il vino del posto.

Grafia (mezzo di scrivere) e pronuncia del dialetto:
eco: sempre in italiano, ma con tono dolce (pote)
fóra: accento sulla prima “o”, timbro chiaro
vàita: la “v” si pronuncia blanda, simile alla “w” inglese
éi: suono largo, non chiuso, da emettere in due tempi

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