Questa pagina disegnata è un modo perfetto per capire che la Canzone del Carnevale di Ivrea non è un semplice “brano tradizionale”, ma una sintesi in versi di ciò che la festa vuole ricordare ogni anno: la città come comunità che rifiuta la tirannide e celebra una libertà conquistata insieme. Non a caso viene chiamata anche Inno del Carnevale ed è legata all’assetto ottocentesco del cerimoniale: nasce nel 1858, in occasione dell’introduzione della figura della Mugnaia, con testo di Ferdinando Bosio e musica di Lorenzo Olivieri, poi ridotta per canto e pianoforte da Angelo Burbatti.
Le strofe citano il Castellazzo, identificato dalla tradizione con l’antico Castello di San Maurizio. È importante perché rappresenta il “luogo del potere” contro cui si costruisce la leggenda, e il ritornello “il Castello non c’è più” diventa una frase politica prima ancora che narrativa. Nel racconto carnevalesco, la figlia del mugnaio si ribella, spezza l’arbitrio del Barone e la città si riconosce in quel gesto come segno di riscatto collettivo.
I disegni aiutano a mettere a fuoco anche gli altri simboli: pifferi e tamburi come voce della festa, e i riti del fuoco (gli Scarli) come chiusura e rinnovamento. La canzone funziona proprio così: collega personaggi, luoghi e gesti rituali in un’unica narrazione facilmente condivisibile, cantata e riconoscibile, che fa da “collante” emotivo tra chi sfila, chi partecipa e chi osserva.
Pagine web per approfondire: Fondazione dello Storico Carnevale di Ivrea, dalla leggenda ai giorni nostri; Cerimoniale dello Storico Carnevale di Ivrea (PDF); Corteo storico e riferimento al Castellazzo.
Una volta anticamente egli è certo che un Barone ci trattava duramente con la corda e col bastone; d’in sull’alto Castellazzo, dove avea covile e possa, sghignazzando a mo’ di pazzo ci mangiava polpa ed ossa.
Ma la figlia d’un mugnaro gli ha insegnato la creanza, che rapita all’uom più caro volea farne la sua ganza. Ma quell’altra prese impegno di trattarlo a tu per tu: quello è stato il nostro segno, e il Castello non c’è più.
E sui ruderi ammucchiati, dame e prodi in bella mostra. sotto scarli inalberati noi veniamo a far la giostra: su quei greppi, tra quei muri, che alla belva furon tana, suonan pifferi e tamburi la vittoria popolana.
Non v’è povero quartiere che non sfoggi un po’ di gale, che non canti con piacere la Canzon del Carnevale. Con la Sposa e col Garzone che ad Abbà prescelto fu, va cantando ogni rione: il Castello non c’è più.
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