A chi appartiene il mare? – Può sembrare una domanda assurda. Il mare, con la sua immensità, le sue onde che si infrangono senza chiedere permesso, con le correnti che attraversano oceani senza passaporto… può davvero appartenere a qualcuno? Eppure oggi ci sono confini anche nell’acqua. Linee invisibili che separano, delimitano, escludono. Navi che possono passare, altre che devono fermarsi. Pescatori che non possono più gettare le reti dove lo facevano da generazioni.
Come siamo arrivati a tutto questo?
Quando il mare smise di essere di tutti
Per secoli, il mare è stato considerato una terra di nessuno. O meglio, una terra di tutti. Uno spazio libero dove le barche potevano navigare e i pescatori potevano sopravvivere.
Poi sono arrivati nuovi interessi. Le flotte commerciali. La pesca industriale. Il petrolio, il gas, i minerali nascosti sotto il fondale. Così, gli Stati hanno iniziato a tracciare confini e a rivendicare porzioni di mare “vicino” alle proprie coste. A metà del Novecento nacquero le Zone Economiche Esclusive (ZEE), che si estendono fino a 200 miglia nautiche (circa 370 km) dalla costa.
E tutto ciò che resta oltre, l’alto mare?
In teoria è un bene comune dell’umanità.
Ma nei fatti, chi ha più potere economico e militare lo sfrutta più degli altri.
Un bene fragile, non una torta da dividere
Il mare non è una miniera da scavare, né una torta da spartire. È un ecosistema fragile, un equilibrio sottile tra esseri viventi, correnti, salinità, temperature.
Eppure spesso lo trattiamo solo come risorsa: da sfruttare, da proteggere (quando conviene), da chiudere a chi “non è autorizzato”.
In questi tempi in cui viviamo, dove i cambiamenti climatici alterano correnti, mari e coste, forse è il momento di riformulare la domanda.
Non più “a chi appartiene il mare?”, ma:
“Noi, apparteniamo ancora al mare?”
📎 Per approfondire: Le Nazioni Unite e la Convenzione sul diritto del mare (UNCLOS)
📌 Leggi anche:
L’uomo che viaggiò con lentezza sfidando l’oceano con il suo kayak – Aleksander Doba


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