Osservare il mare da soli, in silenzio, ci ricorda che certi confini esistono solo sulle carte.
Per secoli, nessuno si è posto la domanda: “Di chi è il mare?” Finché serviva solo per navigare e pescare, il suo uso sembrava libero e condiviso. Ma le cose sono cambiate.
Con l’arrivo della pesca industriale, gli stock ittici si sono ridotti. E quando si è scoperto che il fondo del mare nascondeva tesori come petrolio e gas, alcuni Paesi hanno cominciato a tracciare confini invisibili nelle acque vicine alle proprie coste. La spartizione era iniziata.
L’idea di un mare “di tutti” non è nuova. Nel Seicento, il giurista olandese Ugo Grozio parlò per la prima volta di mare liberum – mare libero – sostenendo che nessuno poteva vantare un possesso esclusivo su di esso. Ma già nel XX secolo, con l’aumento dell’interesse per le risorse marine, quella visione cominciò a scricchiolare.
Nel tempo, gli Stati costieri hanno preteso diritti esclusivi su ampie porzioni di mare, istituendo le cosiddette zone economiche esclusive, che si estendono fino a 200 miglia nautiche (circa 370 km) dalla costa. Oltre quella soglia c’è l’alto mare – o mare aperto – che dovrebbe rimanere un bene comune dell’umanità.
In teoria.
In pratica, le dispute sono frequenti. I pescatori si trovano improvvisamente esclusi da zone dove avevano sempre gettato le reti. Gli interessi economici spingono Paesi e multinazionali a cercare nuove concessioni, nuovi pozzi, nuove rotte.
Esiste il sogno di un’istituzione sovranazionale capace di regolamentare in modo equo lo sfruttamento delle risorse marine. Ma per ora, ogni proposta sembra… naufragare.
Nel frattempo, il mare continua a essere conteso, sfruttato, diviso. Eppure, resta sempre lì: immenso, fragile, e più che mai bisognoso di rispetto.
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