Gli uccelli possono attaccare un drone? 🦅

Drone in volo sopra un paesaggio naturale con uccelli migratori sullo sfondo, simbolo dell’interazione tra tecnologia e fauna selvatica

La letteratura scientifica, le cronache e le linee guida regolamentari concordano: alcune specie di uccelli reagiscono ai droni come a un intruso, soprattutto durante la stagione riproduttiva, nelle aree di nidificazione e in prossimità di colonie o nidi. Studi di campo hanno documentato risposte aggressive in specie territoriali e raptor, fino al contatto fisico e all’abbattimento del velivolo. Un lavoro ampio su interazioni tra droni e uccelli segnala che gli attacchi sono più probabili con droni a ala fissa e in periodo riproduttivo, mentre i multirotori a quote e distanze prudenti riducono il rischio ma non lo azzerano.

Alcuni episodi sono diventati virali: in Australia, l’aquila codabianca (wedge-tailed eagle) è stata ripresa mentre colpiva e danneggiava un drone agricolo; si tratta di un comportamento coerente con l’indole territoriale e predatoria dei grandi rapaci che possono scambiare l’UAS per una minaccia o una preda. Il caso è stato riportato dai media locali e internazionali, mostrando come gli attacchi possano provocare la caduta del drone, con rischi per l’animale e per chi si trova al suolo.

Persino i tentativi di “addestrare” uccelli contro i droni hanno confermato quanto siano imprevedibili queste interazioni. In Olanda e poi a Ginevra furono avviati progetti sperimentali con aquile per intercettare UAS ostili; le iniziative sono state abbandonate per costi, complessità e dubbi sulla sicurezza degli animali e sull’affidabilità operativa. Oltre ad essere curiose, queste vicende sottolineano come i rapaci siano perfettamente in grado di impattare un drone in volo.

Quando e perché accadono gli attacchi

La stagione riproduttiva è il momento più sensibile.

Metanalisi e revisioni indicano che molte specie mostrano soglie di tolleranza più basse in prossimità del nido; il disturbo può indurre comportamenti di fuga o aggressione, con effetti cumulativi sul successo riproduttivo. L’altitudine di volo, la distanza laterale, la velocità d’avvicinamento e la rumorosità del drone sono variabili operative che modulano le risposte. In studi su colonie e su specie urbane come i gabbiani, le reazioni aggressive aumentano vicino ai siti di nidificazione e in aree ricreative non urbanizzate.

I rapaci diurni e alcune specie notoriamente territoriali (corvidi, stercorari, gabbiani reali) risultano più inclini a “scacciare” l’intruso, soprattutto se il drone vola a bassa quota e in traiettorie dirette verso il nido. L’evidenza sperimentale riporta anche attacchi a droni ad ala fissa, verosimilmente perché il profilo di volo ricorda quello di un uccello. Non mancano, tuttavia, grandi colonie monitorate con successo quando si rispettano altitudini maggiori e si evitano sorvoli verticali di nidi e posatoi.

Rischi per la fauna…

Il rischio non riguarda solo l’attrezzatura.

Per la fauna, i droni possono comportare stress, abbandono temporaneo del nido, spreco energetico e, nei casi peggiori, fallimenti riproduttivi o ferimenti da contatto con le eliche.

…e per l’operatore

Per l’operatore, un attacco in volo può causare perdita di controllo e caduta del mezzo con danni a cose o persone. Organismi come la FAA ricordano che le concentrazioni di avifauna costituiscono un pericolo aeronautico e raccomandano di evitare il volo a bassa quota in aree di migrazione o rifugi faunistici.

Il tema interessa anche gli aeroporti, dove la gestione del rischio “wildlife strike” è consolidata: l’esperienza maturata nel mondo dell’aviazione con uccelli e fauna selvatica conferma che il fattore chiave è prevenire l’attrazione e il disturbo, e mantenere separazione spaziale dai siti sensibili. In Italia, ENAC pubblica linee guida per la mitigazione del rischio fauna in ambito aeroportuale, utili per comprendere dinamiche e misure preventive, sebbene riferite all’aviazione con equipaggio.

Regole e buone pratiche

Nei parchi nazionali USA è vietato dal 2014 l’uso ricreativo dei droni all’interno dei confini gestiti dal National Park Service, con poche eccezioni autorizzate. La ratio del divieto cita esplicitamente la tutela della fauna e l’evitamento di disturbi ai visitatori; il NPS ribadisce il divieto e pubblica materiali informativi aggiornati. Anche l’US Forest Service invita a non volare sopra o vicino alla fauna. Questi orientamenti, pur statunitensi, sono spesso presi a modello in ambito conservazionistico.

In Europa, è l’EASA a disciplinare le categorie operative e la sicurezza aeronautica; la tutela della fauna e le restrizioni in aree protette dipendono poi da normative nazionali e locali. In Italia, oltre alle regole EASA/ENAC per l’uso dei droni, enti parco, riserve naturali e regioni possono stabilire divieti o limiti specifici per evitare disturbo alla fauna. Prima di ogni volo conviene verificare i regolamenti dell’area e, in caso di attività scientifiche o professionali in siti sensibili, valutare permessi e protocolli con autorità competenti.

Le buone pratiche suggerite da studi e linee guida convergono su alcuni punti:

  • pianificare in modo da evitare colonie e nidi;
  • mantenere ampio margine verticale e laterale dagli animali;
  • preferire altitudini maggiori quando si effettua monitoraggio;
  • ridurre la permanenza in quota; evitare rotte ripetute sopra gli stessi gruppi;
  • sospendere il volo al primo segnale di allarme (vocalizzazioni insistite, voli d’intimidazione, tuffi in picchiata).

In Australia, un caso reale ha portato perfino alla sospensione temporanea di consegne via drone dopo l’attacco di un corvo a un velivolo di servizio, evidenziando l’importanza di protocolli adattivi.

Come ridurre il rischio di attacchi

La prevenzione inizia prima del decollo.

Un sorvolo preliminare dell’area a quota elevata, con traiettoria ampia, aiuta a individuare posatoi, nidi e stormi. Evitare l’alba e il tramonto, momenti di massima attività alimentare, è utile in molte situazioni; durante la stagione riproduttiva è prudente rinunciare a missioni non essenziali nelle aree note per la presenza di nidi. L’uso di protezioni per le eliche può limitare i danni in caso di contatto involontario, ma non deve diventare un alibi per avvicinarsi agli animali. Anche piccoli accorgimenti operativi, come evitare accelerazioni improvvise e ridurre la rumorosità scegliendo eliche a bassa emissione sonora, contribuiscono a diminuire gli stimoli che scatenano le risposte aggressive.

Non esistono “trucchetti” infallibili e i dissuasori acustici o visivi montati sul drone rischiano di aumentare il disturbo. Molto più efficace è la gestione della distanza e del profilo di volo. L’esperienza dei biologi che adottano UAS (Uncrewed/Unmanned Aircraft System) per censimenti e telerilevamento suggerisce che, con protocolli conservativi e addestramento specifico, è possibile lavorare riducendo i rischi. Molti progetti naturalistici usano i droni come strumento utile alla protezione degli uccelli, proprio perché, se ben impiegati, permettono dati di qualità con meno impatto rispetto alle incursioni a piedi in aree sensibili.

Cosa fare se un uccello si avvicina ❓

Se si notano voli d’intimidazione o avvicinamenti ripetuti, la manovra consigliata non è accelerare per “scappare” rasoterra, ma guadagnare rapidamente quota moderata e allontanarsi con traiettoria ampia e non diretta verso l’animale, quindi rientrare e interrompere l’operazione. In presenza di raptor in termica (rapace che sta volando sfruttando una corrente termica ascensionale) o di specie note per tuffi difensivi, è preferibile evitare del tutto la missione. Alcuni enti aeronautici ricordano inoltre che le aree con elevata concentrazione di avifauna dovrebbero essere evitate, perché costituiscono un rischio anche per l’aviazione generale.

Insomma, gli uccelli possono attaccare un drone e, in certe condizioni, lo fanno.

La probabilità cresce con vicinanza a nidi e colonie, bassa quota, approcci diretti e in stagione riproduttiva. La risposta corretta non è “insegnare una lezione” alla fauna, ma prevenire e rispettare. Norme e buone pratiche chiedono di evitare il disturbo, informarsi sui regolamenti locali, pianificare missioni conservative, interrompere i voli ai primi segnali di allarme e privilegiare l’interesse della fauna e la sicurezza pubblica. Così i droni possono restare strumenti utili anche alla conservazione, invece che trasformarsi in una minaccia per gli uccelli che condividono il nostro cielo.

Drone in volo sopra un paesaggio naturale con uccelli migratori sullo sfondo, simbolo dell’interazione tra tecnologia e fauna selvatica


Fonti principali e approfondimenti


Esplora la sezione Etologia 🦍


About Silvia S. 44 Articles
Silvia è laureata in Scienze Biologiche con un'innata passione per la natura e la biologia. Profondamente coinvolta nell'esplorazione del vivente, ama condividere le sue conoscenze e scoperte, credendo fermamente nel potere della condivisione e dell'educazione.

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*