Chi sono i “neorurali” e perché se ne parla dopo il caso della famiglia nel bosco a Chieti

Famiglia neorurale che raccoglie pomodori nell'orto davanti a una casa di campagna in collina, con bambino e animali da fattoria sullo sfondo.
In Italia il termine “neorurali” indica persone e famiglie che scelgono di lasciare le città per vivere in campagna, nei borghi o in aree boschive, puntando su autosufficienza, semplicità e un rapporto più stretto con la natura. È una parola che circola da anni in ambito sociologico, come mostrano studi sul neo ruralismo pubblicati su riviste accademiche italiane, ad esempio l’analisi di G. Carrosio sulle reti di neorurali nelle aree marginali piemontesi, disponibile sul sito della casa editrice universitaria Firenze University Press. Nelle ultime settimane il termine è entrato con forza nel linguaggio dei media dopo il caso della famiglia anglo australiana che vive nei boschi di Palmoli, in provincia di Chieti, i cui tre figli sono stati allontanati dal tribunale per i minorenni dell’Aquila per motivi legati a sicurezza, igiene e relazioni sociali.

Origini del concetto di neoruralità

Dal punto di vista degli studi sociali, il fenomeno è stato descritto con l’espressione “neo ruralismo” o “neoruralismo”, legata alla più ampia tendenza alla deurbanizzazione. In sociologia e urbanistica si parla di deurbanizzazione quando una parte della popolazione abbandona le grandi città per stabilirsi in comuni minori o aree rurali, spesso alla ricerca di una migliore qualità della vita, meno inquinamento, ritmi più lenti e costi minori. Il fenomeno è analizzato, tra gli altri, in saggi come Quale neo-ruralismo? di M. Corti, disponibile nell’archivio istituzionale dell’Università degli Studi di Milano (AIR Unimi), che ricostruisce la nascita del neo ruralismo in Europa tra anni sessanta e settanta.

Studi approfonditi hanno analizzato il ritorno alla terra confrontando i percorsi dei cosiddetti “neorurali” con quelli dei figli di agricoltori. È emerso che il contro esodo verso la campagna non è sufficiente a invertire lo spopolamento rurale degli ultimi decenni, ma introduce nuove figure sociali nelle campagne: persone con background urbani, spesso con titoli di studio medio alti, che portano nelle aree rurali nuove competenze, nuovi stili di consumo e nuove sensibilità ambientali. Una parte di questa letteratura è raccolta in tesi di dottorato e studi sulla trasformazione del rurale, come quelli disponibili su archivi universitari italiani, ad esempio l’IRIS di Sapienza Università di Roma e altre università, che documentano il ruolo dei neorurali nel ripopolamento selettivo di alcuni territori interni.

Famiglia neorurale che raccoglie pomodori nell'orto davanti a una casa di campagna in collina, con bambino e animali da fattoria sullo sfondo.

Valori, motivazioni e stili di vita dei neorurali

I neorurali si riconoscono di solito in alcuni valori comuni. Al centro c’è la critica a un modello urbano percepito come troppo frenetico, consumista e alienante. La scelta di tornare alla terra viene raccontata come tentativo di recuperare relazioni più dense, maggiore autonomia e un rapporto meno estrattivo con l’ambiente. Molti puntano sull’autoproduzione alimentare, su energie rinnovabili o comunque su un consumo ridotto, sull’uso di tecniche agricole agroecologiche e su forme di economia comunitaria, come il mutuo aiuto tra vicini e gruppi di acquisto solidale. Le pratiche descritte in questi contesti sono in parte ricostruite anche nell’editoriale di D. Poli su Scienze del territorio, dedicato alle “problematiche e strategie per il ritorno alla terra”, disponibile in open access sul portale di Firenze University Press.

Dal punto di vista familiare ed educativo, in diversi casi emergono anche esperienze alternative alla scuola tradizionale, come l’educazione parentale e forme più o meno strutturate di homeschooling e unschooling. Queste scelte vengono spesso giustificate come modi per garantire ai figli un’educazione più libera, creativa e legata alla vita concreta, anche se possono entrare in tensione con le norme su obbligo scolastico e tutela dei minori. Il dibattito su questi temi coinvolge fonti giuridiche e linee guida ministeriali, in particolare per quanto riguarda l’istruzione parentale e i controlli da parte degli uffici scolastici regionali.

I neorurali nell’Italia di oggi

Alcune inchieste giornalistiche recenti stimano in alcune migliaia le persone che in Italia potrebbero essere definite neorurali, un numero simbolico che fotografa un fenomeno di nicchia ma mediaticamente molto visibile. In questi reportage emergono storie di giovani coppie, famiglie con bambini, ma anche singoli over 40 che abbandonano lavori urbani qualificati per reinventarsi contadini, artigiani, operatori turistici, educatori in fattorie didattiche o gestori di agriturismi e progetti culturali rurali. In parallelo, dati ufficiali sull’agricoltura italiana mostrano un riavvicinamento parziale dei giovani al lavoro nei campi, come si legge in analisi realizzate da organizzazioni professionali come Coldiretti Giovani Impresa, basate su dati Infocamere e Unioncamere.

In molti casi i neorurali non sono “contadini tradizionali”, ma “nuovi contadini” che intrecciano lavoro agricolo con il digitale: vendita diretta tramite web, racconto della propria esperienza sui social, formazione online, o attività miste che combinano agricoltura, ospitalità, comunicazione e consulenza. Proprio questa dimensione connessa del ritorno alla terra è stata sottolineata da vari studiosi che parlano di una versione digitale del neo ruralismo. Alcuni rapporti sul sistema agricolo italiano, come il più recente rapporto sul mercato fondiario pubblicato dal Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (CREA), richiamano la presenza di giovani che intraprendono percorsi di ritorno alla terra, spesso provenendo da contesti non agricoli.

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Il caso della famiglia nel bosco a Chieti e la visibilità mediatica dei neorurali

Il recente caso della famiglia che vive in un casolare nei boschi di Palmoli, in Abruzzo, ha portato la parola “neorurali” al centro del dibattito pubblico. La coppia, di origine anglo australiana, da anni ha scelto una vita di autosufficienza in un’area isolata, con limitato accesso a servizi essenziali. Dopo servizi televisivi e articoli che mostravano i bambini in un contesto privo di acqua corrente, elettricità e servizi igienici adeguati, il tribunale per i minorenni dell’Aquila ha disposto l’allontanamento dei tre figli, trasferiti con la madre in una comunità educativa per un periodo di osservazione. La dinamica del provvedimento e le successive reazioni di governo e magistratura sono ricostruite da testate nazionali come TGCOM24, dal Corriere della Sera e dalla stampa locale abruzzese, ad esempio Il Centro.

Intorno a questa vicenda è emersa l’esistenza, nella stessa zona, di una più ampia comunità di famiglie neorurali e simpatizzanti che si riconoscono in quel modello di vita, parlano di “tribù pre moderne”, si incontrano e collaborano nella coltivazione della terra e in progetti comuni. Interviste e reportage hanno dato voce sia a queste famiglie, che rivendicano il diritto a uno stile di vita alternativo nel rispetto delle leggi, sia alle istituzioni locali e nazionali che richiamano alla necessità di garantire ai minori condizioni minime di sicurezza, igiene, istruzione e socializzazione. Il confronto pubblico ha coinvolto anche il Ministero della Giustizia, che ha avviato accertamenti ispettivi, come riferito ad esempio da Sky TG24.

La mediatizzazione del caso ha finito per associare, in modo spesso semplificato, l’etichetta “neorurali” a immagini di vita estrema nei boschi, di totale autosufficienza e di conflitto frontale con servizi sociali, scuola e autorità giudiziaria. In realtà, la galassia neorurale è molto più varia e comprende anche esperienze pienamente integrate nella vita dei paesi, in dialogo con istituzioni scolastiche, sanitarie e amministrative, oltre che con le comunità locali. Questa pluralità emerge sia dalle ricerche accademiche sulla nuova ruralità, sia dalle storie di giovani agricoltori raccontate su portali istituzionali dedicati ai giovani e al lavoro in agricoltura, come Giovani2030 e il sito del Consiglio Nazionale Giovani.

Tra ideale di ritorno alla terra e difficoltà concrete

Oltre all’idealizzazione romantica del vivere in campagna, non mancano narrazioni critiche, anche da parte di chi si definisce neorurale.

Libri, testimonianze e ricerche mettono in luce le difficoltà quotidiane legate al lavoro agricolo, alla burocrazia, alla precarietà economica, all’isolamento e ai conflitti con i vicini o con le stesse comunità rurali, che non sempre accolgono positivamente i nuovi arrivati. L’immagine idilliaca della fuga dalla città si scontra con la fatica fisica, con l’incertezza dei redditi agricoli e con la complessità di conciliare un modello di vita radicale con le esigenze e i diritti dei bambini. Alcuni studi di sociologia rurale, reperibili su riviste specialistiche come EtnoAntropologia (Riviste Clueb), insistono proprio sull’ambivalenza del neo ruralismo tra vocazione ideale e fragilità materiali.

Il caso della famiglia nel bosco a Chieti evidenzia in modo drammatico questo nodo: fino a che punto la libertà di scegliere uno stile di vita alternativo può spingersi quando coinvolge minori? Quali condizioni minime devono essere garantite in termini di istruzione, salute, igiene e relazioni sociali? E in che modo le istituzioni possono vigilare senza trasformare ogni esperienza neorurale in un caso di sospetto o di criminalizzazione?

Le risposte non possono prescindere dai dati sulle trasformazioni territoriali e demografiche italiane, documentate ad esempio dai rapporti ufficiali dell’ISTAT sulle migrazioni interne e internazionali, come il più recente rapporto “Migrazioni interne e internazionali della popolazione residente 2023–2024”.

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Un’etichetta ampia e controversa

Alla luce delle ricerche e delle cronache recenti, “neorurali” appare come un’etichetta ampia, che raggruppa fenomeni molto diversi tra loro: dal giovane agricoltore che apre un’azienda biologica con fondi europei, al professionista che si trasferisce in un borgo pur continuando a lavorare online, fino alle comunità più radicali che sperimentano vita collettiva e forte autosufficienza in aree boschive o periferiche. Il rischio, soprattutto nel dibattito mediatico, è di appiattire questa complessità su poche immagini forti: la casetta nei boschi, i bambini scalzi, l’orto che garantisce cibo per tutto l’anno.

Per capire davvero chi sono i neorurali in Italia bisogna guardare insieme alle loro idee, a come vivono ogni giorno e alle condizioni reali in cui si muovono, ricordando che le esperienze sono molto diverse tra loro e che serve un confronto continuo tra libertà di scelta, diritti dei bambini e responsabilità delle istituzioni.


Stili di vita alternativi 🌻



 

About Alice 50 Articles
Cinque anni fa, grazie al wwoof, ho fatto un corso di Permacultura nel sud Italia e da allora curo il mio orto personale, nella mia piccola fattoria. Cerco di autoprodurre il più possibile e mi piace scambiare il surplus di prodotti con i miei vicini. Il mio sogno è ottenere presto gli spazi necessari per ospitare viaggiatori, nomadi e contadini da tutte le parti del mondo.

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