L’articolo riflette sui lati luminosi e sui lati oscuri degli stili di vita alternativi, partendo dal caso della “famiglia del bosco” e dal vecchio concetto di ego-villaggi. Da una parte, ecovillaggi e comunità intenzionali nascono come risposta a un sistema percepito come stressante, inquinante e poco umano. Offrono più natura, relazioni, autosufficienza e sperimentazione. Il sistema spesso li guarda con sospetto, applicando leggi pensate per città e condomìni a chi vive in casette leggere o in comunità rurali.
Dall’altra parte, l’articolo ricorda che esistono anche comunità chiuse e psicosette che usano il linguaggio dell’ecologia e della spiritualità per esercitare controllo, manipolazione e sfruttamento, soprattutto verso persone vulnerabili e bambini. Propone una “bussola” per distinguere i progetti sani da quelli tossici: trasparenza, rotazione del potere, dialogo con il mondo esterno, rispetto dei diritti dei minori, possibilità reale di andarsene senza ricatti.
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