Donne in Iran oggi: cosa sta succedendo dopo “Donna, vita, libertà”

Manifestazione a Vancouver cartello con la scritta “Killed recently” e cinque ritratti femminili, usato per denunciare la repressione contro le donne in Iran.

Header photo: Vancouver, manifestazione di solidarietà con le proteste delle donne in Iran. Foto di Sima Ghaffarzadeh (Pexels).

Donne in Iran oggi, viste da Vancouver

La foto che abbiamo scelto come header per questo post è stata scattata a Vancouver, in Canada, ma il messaggio punta dritto all’Iran. Un cartello di protesta, con parole dure, e volti femminili. Non è necessario conoscere i nomi per capire la sostanza: da molto tempo la violenza politica è entrata nella vita delle donne e sta provando a renderla “normale”. Parlare di donne in Iran significa guardare oltre il singolo episodio e leggere un conflitto più ampio: chi controlla lo spazio pubblico, il corpo, la voce, la libertà di scegliere.

Dopo l’ondata di proteste esplosa nel 2022 con lo slogan “Woman, Life, Freedom”, molte donne hanno continuato a sfidare l’obbligo dell’hijab e la logica dell’obbedienza. In parallelo, lo Stato ha risposto con nuove strette, più sorveglianza e punizioni più pesanti.

La protesta non è sparita. Ha solo cambiato forma, spesso costretta a farlo.

Il movimento “Donna, vita, libertà” ha aperto una frattura culturale profonda. Da allora, la resistenza quotidiana continua, e la repressione si è fatta più sistematica e “tecnologica”.

Oltre l’hijab: perché il controllo colpisce così duramente le donne

In Iran l’hijab obbligatorio è un meccanismo politico, oltre che un simbolo religioso. È una regola visibile, quotidiana, facile da far rispettare con umiliazioni pubbliche, multe, arresti. Se lo Stato può imporre questo, può imporre anche molto altro. Per questo il conflitto attorno al velo è diventato il punto in cui si concentrano potere, paura, disciplina sociale.

La posizione di molte donne iraniane è chiara: non è una discussione su “quanto velo” si debba indossare, ma su chi decide. Ed è anche per questo che la reazione statale ha puntato a rendere il dissenso costoso, isolato, rischioso.

Repressione più dura e nuove leggi

Le organizzazioni internazionali hanno descritto un quadro netto. La Missione indipendente di accertamento dei fatti delle Nazioni Unite ha avvertito che, a due anni dall’inizio delle proteste, le autorità iraniane hanno intensificato la repressione dei diritti di donne e ragazze e cercato di soffocare le iniziative dell’attivismo femminile. (Cliccate qui per leggere la pagina ufficiale della Fact-Finding Mission on Iran.)

La Human Rights Watch ha inoltre analizzato una nuova legge sull’hijab, descrivendo l’aumento di restrizioni e pene molto severe per chi non rispetta le regole sull’abbigliamento obbligatorio.  A dicembre 2024, esperti ONU hanno espresso preoccupazione per la legge spesso indicata come “Hijab and Chastity”, sottolineando che introduce nuove penalità per donne e ragazze e chiedendo che venga ritirata.

Sorveglianza, pressione sociale, punizioni “distribuite”

Oltre alla presenza intensificata della polizia per le strade, una parte decisiva della fase attuale è la rete di controllo che può arrivare ovunque. Controlli digitali, segnalazioni, telecamere, pressioni su attività commerciali, chiusure e procedimenti giudiziari. Il risultato è un clima in cui molte persone imparano a pesare ogni gesto, perché non sanno da dove arriverà la conseguenza. Il Center for Human Rights in Iran ha descritto questa evoluzione come un cambio di tattiche: meno pattuglie visibili, più incursioni, più sorveglianza, più procedimenti per colpire la resistenza all’hijab obbligatorio.

La resistenza quotidiana non fa notizia ma cambia il paese

Quando una mobilitazione di massa viene repressa, resta spesso una resistenza fatta di continuità. Uscire scoperte. Non abbassare lo sguardo. Proteggere un’amica fermata. Rifiutare la narrazione che riduce tutto a “ordine pubblico”. È una resistenza che non sembra epica, ma è concreta. E purtroppo ha un costo.

UN Women, già nel 2022, ha parlato esplicitamente di autonomia corporea e del diritto delle donne iraniane a protestare senza rappresaglie. Riletto oggi, quel testo suona come un promemoria, una richiesta che non è per nulla radicale, ma piuttosto basilare.  Anche Amnesty International, nel bilancio del 2024 sul secondo anniversario dell’uprising, ha denunciato l’impunità per le violazioni e il peso della repressione sulla popolazione.

Internet come campo di battaglia

Ogni movimento contemporaneo vive anche sulla possibilità di raccontarsi. Per questo le interruzioni della rete, i rallentamenti e i blackout sono diventati strumenti politici: isolano, impediscono di verificare, riducono la documentazione. La coalizione #KeepItOn di Access Now monitora queste pratiche a livello globale e mostra quanto siano diventate frequenti.

All’inizio del 2026, la Fact-Finding Mission ONU ha persino chiesto il ripristino immediato dell’accesso a internet in Iran, segnalando un blackout totale nel contesto di nuove violenze riportate. È un dettaglio che aiuta a leggere il presente: la repressione è anche informativa.

Le donne in Iran, oggi, non stanno solamente combattendo una battaglia, quanto una somma di battaglie: sul corpo, sullo spazio pubblico, sulla parola, e persino sulla connessione.

Cosa potete fare voi (senza retorica)

  • Scegliete fonti che citano documenti, testimonianze verificate, report di organismi credibili. In contesti repressivi, la disinformazione ferisce due volte: confonde e delegittima chi rischia.
  • Sostenere organizzazioni per i diritti umani, redazioni in esilio, reti che assistono famiglie e detenuti: sono infrastrutture di verità. Anche piccole donazioni, se continuative, contano.
  • Amplificare le voci iraniane e della diaspora. Lasciate che siano loro a definire priorità e linguaggio. La solidarietà funziona quando non diventa sostituzione.
  • Seguite il lavoro delle Nazioni Unite e delle ONG, e quando ne avete occasione chiedete a rappresentanti e istituzioni di sostenere meccanismi di indagine, tutela e responsabilità internazionale. Non è “politica lontana” ma l’unico modo per ridurre l’impunità.

Pagine web per approfondire

Manifestazione a Vancouver cartello con la scritta “Killed recently” e cinque ritratti femminili, usato per denunciare la repressione contro le donne in Iran.

Se questa foto vi resta addosso, è perché tocca una cosa molto quotidiana: la libertà di uscire di casa senza chiedere permesso al potere.

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Cinque anni fa, grazie al wwoof, ho fatto un corso di Permacultura nel sud Italia e da allora curo il mio orto personale, nella mia piccola fattoria. Cerco di autoprodurre il più possibile e mi piace scambiare il surplus di prodotti con i miei vicini. Il mio sogno è ottenere presto gli spazi necessari per ospitare viaggiatori, nomadi e contadini da tutte le parti del mondo.

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