Proteste delle donne in Iran, viste da un cartello

Proteste delle donne in Iran, viste da un cartello

In questa foto scattata da Sima Ghaffarzadeh c’è un cartello tenuto durante una manifestazione. In alto, in rosso, si legge “KILLED RECENTLY”. Sotto, cinque ritratti con nomi, età e città. In basso, un’accusa netta: “BY IRAN ISLAMIC POLICE”. È un modo brutale ma efficace per trasformare una notizia lontana in qualcosa che colpisce qui e ora: non numeri, ma volti.

Però i cartelli, per loro natura, stringono la realtà in poche righe. Se volete capire davvero cosa sta succedendo, vale la pena fare un passaggio in più: distinguere tra ciò che viene affermato, e ciò che risulta verificabile da fonti indipendenti. Una differenza che non vuole raffreddare l’indignazione,  ma renderla più precisa.

Cosa afferma il cartello: 
Tutte e cinque sono state uccise dalla “polizia islamica”.

Cosa sappiamo con più precisione:
Mahsa (Jina) Amini muore dopo l’arresto della morality police. Le altre quattro risultano uccise durante la repressione delle proteste da parte delle forze di sicurezza. (Lo specifichiamo non per “fare le pulci”, ma per nominare correttamente le responsabilità).


Cinque nomi, cinque storie 👩🏻‍🦰👩🏻‍🦱👩🏻‍🦳🧕🏼👱🏽‍♀️


Mahsa (Jina) Amini

È la vicenda che accende la miccia nel settembre 2022. Arrestata a Teheran dalla Guidance Patrol per una presunta violazione delle regole sull’hijab, muore dopo la detenzione. L’ONU ha chiesto un’indagine imparziale e ha riportato accuse di maltrattamenti, mentre le autorità iraniane hanno parlato di cause naturali. Il fatto decisivo, comunque, resta: una giovane donna fermata per un pezzo di stoffa non torna più a casa.

Ghazaleh Chalabi

Nel cartello appare come “Chalavi”, ma le fonti la riportano spesso come Chalabi. Viene uccisa ad Amol durante le proteste del 21 settembre 2022. La sua storia è diventata simbolica anche per un altro motivo: le pressioni sulle famiglie, i divieti di commemorazione, il tentativo di spegnere il lutto prima ancora della rabbia.

Hadis Najafi

Uccisa a Karaj durante le manifestazioni. Attorno alla sua età circolano numeri diversi a seconda delle fonti, ma la dinamica ricorrente è la stessa: colpi d’arma da fuoco durante la repressione. La sua immagine, e il modo in cui è stata raccontata online, mostrano un elemento centrale di queste proteste: la memoria passa anche dai telefoni, dai video, dai social, finché la rete regge.

Mahsa Mogouei

Nel cartello si legge “Mogoie”, in altri report “Mogouei”. Viene indicata come diciottenne uccisa a Fuladshahr, nell’area di Isfahan, durante le prime settimane di proteste. È uno dei casi che ricordano quanto sia difficile, in contesti repressivi, ottenere informazioni complete e immediate. Proprio per questo, quando un nome emerge in più elenchi indipendenti, merita attenzione e cura nel racconto.

Hananeh Kia

Uccisa a Nowshahr. Alcune ricostruzioni dicono che stesse tornando a casa dopo una visita dal dentista. Anche qui, oltre all’omicidio, pesa ciò che viene dopo: arresti, intimidazioni, sorveglianza sui familiari. È una tattica nota: isolare chi resta, per rendere la perdita ancora più silenziosa.

Perché l’oppressione colpisce così duramente le donne?

In Iran la questione dell’hijab non è solo “morale”: è politica. Il controllo del corpo femminile funziona come un segnale pubblico di obbedienza. Se lo Stato riesce a imporre una regola visibile e quotidiana a metà della popolazione, rafforza l’idea che tutto il resto sia negoziabile solo a suo favore.

La Guidance Patrol (Gasht-e Ershad) nasce nel 2005 per far rispettare codici di abbigliamento e comportamento. Negli anni, la repressione ha alternato fasi di “tolleranza” e fasi di stretta, ma senza mai rinunciare al principio della coercizione. Negli ultimi anni, inoltre, organizzazioni come Human Rights Watch hanno descritto nuove misure e punizioni più dure legate alle regole di abbigliamento e alla sorveglianza. Non è un ritorno all’ordine, è un tentativo di riprendersi il controllo sociale.

Parola chiave da ricordare
Woman, Life, Freedom”.

Riassume tre cose molto concrete: libertà del corpo, libertà di scegliere la propria vita, libertà di immaginare un futuro senza paura.

Una rivoluzione lenta e silenziosa

Chiamarla “lenta” ha senso se guardate ai gesti quotidiani: uscire senza velo, rifiutare l’umiliazione pubblica, continuare a studiare e lavorare nonostante la minaccia di essere fermate, filmare ciò che accade quando la rete viene tagliata. Sono azioni piccole solo in apparenza, perché hanno un costo reale.

Chiamarla “silenziosa”, invece, è rischioso. Il silenzio spesso lo impone la repressione: internet oscurato, funerali controllati, commemorazioni vietate, famiglie sorvegliate. Quello che vediamo da fuori è solo la parte che riesce a passare. Eppure, anche in questo spazio ridotto, la disobbedienza continua a farsi vedere.

Cosa potete fare voi, ovunque siate

Tenere alta l’attenzione

Condividete fonti affidabili e nomi verificati. Nei contesti repressivi, la disinformazione è un’arma: non regalatele terreno.

Sostenere chi documenta

Organizzazioni e redazioni che raccolgono testimonianze, verificano i casi e proteggono le fonti hanno bisogno di supporto, economico e culturale.

Proteggere le voci, non sostituirle

Evitate di parlare “al posto di”. Amplificate chi è iraniana o iraniano, e chi lavora su diritti umani con metodi trasparenti.

Chiedere coerenza politica

Quando se ne presenta l’occasione, sollecitate istituzioni e rappresentanti a sostenere meccanismi internazionali di indagine e tutela. Le parole contano, ma contano di più i procedimenti.

Pagine web per approfondire 🔍

La domanda da porsi alla luce di tutto questo è: quante volte, nella vostra vita di tutti i giorni, date per scontato di poter uscire di casa senza chiedere il permesso al potere?

Immagine tratta da:

Donne in Iran oggi: cosa sta succedendo dopo “Donna, vita, libertà”

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