Imponderabilia di Marina Abramović e Ulay: quasi 49 anni dopo, una performance che continua a far discutere

Fotografia in bianco e nero di Marina Abramović e Ulay nudi uno di fronte all’altra in una stretta porta durante la performance Imponderabilia del 1977 a Bologna

Quasi 49 anni sono passati da quando gli artisti Marina Abramović e Ulay, nome d’arte del tedesco Frank Uwe Laysiepen, trasformarono una semplice porta in una delle immagini più note della performance art del Novecento. Il 6 giugno 1977, alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna, i due si disposero nudi uno di fronte all’altra in un ingresso molto stretto, obbligando il pubblico a passare tra i loro corpi per entrare nello spazio espositivo.

Fotografia in bianco e nero di Marina Abramović e Ulay nudi uno di fronte all’altra in una stretta porta durante la performance Imponderabilia del 1977 a Bologna

Per capire perché Imponderabilia sia ancora così presente nei libri di storia dell’arte, nei musei e nelle discussioni online, bisogna partire soprattutto da Marina Abramović. Nata a Belgrado nel 1946, Abramović è una delle figure più importanti della performance art internazionale. Fin dagli anni Settanta ha usato il proprio corpo come strumento artistico, mettendo al centro resistenza fisica, tempo, dolore, vulnerabilità e rapporto con il pubblico. In molte sue opere non c’è una distanza rassicurante tra artista e spettatore. C’è piuttosto una situazione reale, spesso intensa, in cui chi guarda viene coinvolto in modo diretto.

Tra i lavori che l’hanno resa famosa c’è Rhythm 0 del 1974, presentato a Napoli, in cui si offrì completamente all’azione del pubblico accanto a una serie di oggetti, alcuni innocui e altri pericolosi. È un’opera ancora oggi molto citata perché mostra quanto possa cambiare il comportamento collettivo quando una persona rinuncia temporaneamente al controllo. Un altro lavoro decisivo è Balkan Baroque, presentato alla Biennale di Venezia del 1997, dove Abramović affrontò il trauma della guerra nei Balcani con una performance durissima, che contribuì a consolidare la sua fama internazionale. Più tardi arrivarono anche opere come The House with the Ocean View e soprattutto The Artist Is Present, la lunga performance al Museum of Modern Art di New York che nel 2010 la rese ancora più nota al grande pubblico.

Ulay, cioè Frank Uwe Laysiepen, fu a sua volta un artista di grande rilievo. La sua ricerca passava dalla fotografia alla performance, e il dialogo con Abramović produsse alcune delle opere più radicali della loro epoca. Insieme lavorarono spesso sul rapporto tra identità, fiducia, energia, equilibrio e differenza tra maschile e femminile. Imponderabilia nasce proprio dentro questa fase comune, in cui i due artisti usavano il proprio corpo come materiale vivo e come luogo di tensione.

Che cosa accade in Imponderabilia

L’idea dell’opera è molto semplice, ma il suo effetto impatta ancora oggi. Abramović e Ulay si collocano ai lati di una porta strettissima, completamente nudi e faccia a faccia. Il visitatore che vuole entrare deve inevitabilmente sfiorarli e, nello stesso tempo, scegliere verso chi voltarsi. È una scelta rapida, quasi automatica, ma proprio per questo interessante: rivela infatti imbarazzo, educazione, disagio, curiosità, rapporto con il corpo, rapporto con lo spazio e perfino il modo in cui ciascuno reagisce alla presenza del corpo maschile o femminile.

Il titolo Imponderabilia rimanda a ciò che non si può pesare o misurare con precisione. Le emozioni, l’esitazione, il senso di invasione dello spazio personale e la decisione istintiva del visitatore diventano il centro dell’opera. L’azione dura poco rispetto alla sua fama, ma lascia una traccia molto lunga perché mette il pubblico in una condizione concreta, senza filtri.

Nessuno resta davvero esterno alla scena.

Dove e quando l’opera è stata ripresa

L’azione originale fu realizzata a Bologna nel 1977, ma Imponderabilia ha continuato a vivere attraverso documentazioni, studi, fotografie e riprese performative. Il passaggio più importante, in questo senso, è arrivato nel 2010 al Museum of Modern Art di New York, nella grande retrospettiva Marina Abramović: The Artist Is Present. In quella mostra il museo presentò per la prima volta, in ambito museale, delle re-performance dal vivo delle opere storiche di Abramović eseguite da altri performer. Anche Imponderabilia rientrava in questo discorso più ampio sulla possibilità di far rivivere una performance oltre il suo momento originario.

Questo è un punto cruciale, perché la performance art ha sempre avuto un rapporto difficile con la conservazione. Un quadro o una scultura restano visibili nel tempo come oggetti. Una performance, invece, nasce da una presenza, da un’azione e da un contatto reale con il pubblico. Per questo ogni nuova riproposizione di Imponderabilia riapre una domanda: che cosa cambia quando il contesto, il museo e la sensibilità del pubblico sono diversi?

Si continua a parlare di Imponderabilia ancora oggi perché l’opera tocca temi che non hanno perso forza. Parla del corpo come confine e come linguaggio. Parla dello sguardo, della vicinanza fisica, delle convenzioni sociali e del ruolo dello spettatore. Parla anche del museo, che da luogo di osservazione tranquilla diventa uno spazio in cui il visitatore deve prendere posizione con il proprio corpo.

Oggi questa performance viene riletta anche alla luce di questioni molto attuali, come la gestione dello spazio personale, la percezione del corpo nello spazio pubblico e il rapporto tra libertà artistica e disagio dello spettatore. È proprio questa capacità di restare aperta a letture diverse che la mantiene viva. Imponderabilia non offre una risposta semplice. Costringe a entrare, letteralmente e mentalmente, dentro una situazione che mette in moto pensieri immediati e spesso scomodi.


Per approfondire, potete consultare la scheda di Encyclopaedia Britannica dedicata a Imponderabilia, la biografia di Marina Abramović su Britannica, le pagine del MoMA su Rhythm 0, su Balkan Baroque, su The Artist Is Present e il riferimento istituzionale alla performance del 1977 pubblicato dalla Galleria d’Arte Moderna.

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Silvia è laureata in Scienze Biologiche con un'innata passione per la natura e la biologia. Profondamente coinvolta nell'esplorazione del vivente, ama condividere le sue conoscenze e scoperte, credendo fermamente nel potere della condivisione e dell'educazione.

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