Mi aspetta una giornata di pioggia. E pioggia sarà.
Esco piano piano da Cavaglià tutto imbaccuccato, cercando di proteggermi come posso. Diluvia abbastanza forte e l’acqua sembra appesantire ogni cosa: lo zaino, i pantaloni, i pensieri, perfino il ritmo dei passi. Sono quei momenti in cui il cammino perde subito ogni immagine romantica e torna a essere una cosa molto concreta: scarpe bagnate, cappuccio tirato su, occhiali appannati, mani fredde e il desiderio abbastanza umano di arrivare presto.
Appena fuori dal paese osservo molte cascine. Alcune sono vecchie, trascurate o abbandonate; altre hanno ancora un loro fascino rurale, fatto di cortili, muri segnati dal tempo e tetti che sembrano resistere per abitudine. La campagna tra Cavaglià e Santhià, sotto la pioggia, non ha la luminosità dei giorni sereni, ma proprio per questo mostra un volto più severo. È un paesaggio basso, agricolo, silenzioso, attraversato da strade secondarie e campi che in una giornata così sembrano più larghi del solito.
A un certo punto arrivo a un bivio e prendo la direzione sbagliata. Me ne accorgo non subito, ma abbastanza presto da capire che sto deviando verso il cimitero monumentale di Cavaglià e il Santuario di Nostra Signora del Babilone. In un altro giorno l’avrei presa con più filosofia. Con quella pioggia, invece, il primo pensiero è stato molto meno poetico: ritrovare la strada giusta e arrivare a Santhià senza allungare troppo.
Eppure sono contento di aver sbagliato. Il santuario merita una sosta, anche breve, e in fondo il cammino funziona spesso così: un errore di percorso può diventare una piccola scoperta. Certo, quando l’acqua scende fitta e hai ancora strada davanti, la voglia di visitare tutto con calma si riduce parecchio. Guardo la chiesa, mi oriento di nuovo e riprendo il filo della Via Francigena.
Pellegrini
Poco dopo incontro i primi pellegrini. Sono due.
Più avanti ne incontro un terzo. Sono tre.
Poi altri ancora. Due, cinque, dieci. A un certo punto smetto di contarli. Saranno stati in tutto più di cinquanta, tutti ben coperti da mantelle, poncho e giacche impermeabili, avanzando nella direzione opposta alla mia. Ragazze con il cane. Uomini con la barba e il bastone. Coppie, piccoli gruppi, persone sole. Tutti camminano sotto la stessa pioggia, ma con un’energia diversa dalla mia, come se fossero appena partiti e io fossi già dentro la fatica della giornata.
La cosa curiosa è proprio questa: vanno tutti nella direzione contraria. Io sto andando verso Santhià, loro vengono da Santhià e puntano verso Roppolo, la Serra e poi Oropa. Dopo l’ennesimo gruppo non resisto. Fermo due pellegrine, giovanissime e sorridenti, e chiedo: “Scusate, ma Roma è di là. Dove vanno tutti oggi?”
Loro ridono e, mentre si allontanano, mi rispondono: “Stiamo facendo il Cammino di Oropa”.
Ecco spiegato il mistero. Santhià, che per chi percorre la Via Francigena è una tappa storica verso Roma, è anche il punto di partenza del Cammino di Oropa della Serra. Da qui molti pellegrini arrivano in treno e iniziano un cammino breve ma molto frequentato, diretto al Santuario di Oropa. Per qualche chilometro, quindi, io mi trovo in mezzo a un curioso incrocio di direzioni: io vado verso la pianura e verso Vercelli, loro salgono lentamente verso il Biellese.

Questa sovrapposizione di cammini è una delle cose più interessanti della giornata. La Via Francigena ha un andamento lungo, europeo, quasi smisurato: Canterbury, Roma, il Mediterraneo. Il Cammino di Oropa ha invece un respiro più raccolto, regionale, ma evidentemente fortissimo. Sotto la pioggia, in mezzo ai campi, questa differenza si vede nei corpi dei pellegrini: alcuni sono all’inizio, pieni di entusiasmo; altri, come me, stanno già facendo i conti con i chilometri accumulati.
Santhià
Quando finalmente raggiungo Santhià, la pioggia mi ha accompagnato per quasi tutta la tappa. Anche Mario, il volontario e oste pellegrino ormai sempre più conosciuto lungo la Via Francigena per la sua accoglienza, mi conferma che negli ultimi anni sono sempre di più le persone che arrivano a Santhià da tutta Italia, spesso direttamente dalla stazione, per intraprendere il Cammino di Oropa.
Mario è famoso perché sa fare una cosa che sul cammino conta moltissimo: accogliere bene. Avrà incontrato ormai migliaia di pellegrini, e molti lasciano parole di gratitudine nel guestbook dell’ostello. Anche con me si dimostra subito disponibile. Mi spiega di tutto e di più su Santhià: quali ristoranti sono aperti, dove trovare negozi e servizi, come funziona l’ostello, dove dormirò, quali spazi posso usare. È una di quelle accoglienze pratiche e umane insieme, senza troppi giri di parole, ma con grande attenzione per chi arriva bagnato, stanco e un po’ spaesato.
Quel giorno l’ostello dei pellegrini di Santhià, gestito dagli Amici della Via Francigena, ospiterà cinque pellegrini. Io però ne conoscerò solo uno, in quanto unico compagno di stanza: Luigi, un signore sardo di 62 anni che scoprirò presto essere di gambe veloci. Gli altri li incrocerò davvero soltanto più avanti, nell’ostello successivo, a Vercelli.

Dopo essermi fatto la doccia, esco a visitare alcuni luoghi notevoli di Santhià. La pioggia rende tutto più lento, ma il centro storico è abbastanza raccolto e vale la pena fare almeno un giro. Il punto principale è la Chiesa Collegiata di Sant’Agata, affacciata su Piazza Roma, una chiesa ottocentesca dall’aspetto solenne, costruita tra il 1836 e il 1839 su progetto dell’architetto Giuseppe Talucchi. La facciata neoclassica, con il grande pronao sorretto da colonne, ha un’aria molto diversa dalle piccole chiese incontrate nei giorni precedenti.
La parte più interessante, però, si trova sotto: la cripta romanica di Santo Stefano, risalente al XII secolo. È uno spazio basso, antico, diviso da colonne in piccole navate, con volte a crociera e un’atmosfera raccolta. Dopo una giornata di pioggia e campi, scendere in una cripta del genere fa uno strano effetto. Il cammino ti porta spesso in luoghi dove la storia non è spiegata con grandi pannelli o scenografie, ma è semplicemente lì, sotto i piedi, nelle pietre, negli spazi rimasti.
Santhià ha anche un valore particolare per la Via Francigena: il nome antico legato a Sant’Agata compare nell’itinerario di Sigerico, l’arcivescovo di Canterbury che nel 990 annotò le tappe del suo viaggio di ritorno da Roma. Pensarci mentre si è lì, bagnati e stanchi, cambia un po’ la percezione del paese. Uno dei luoghi che danno profondità storica a tutto il percorso.
Dopo la visita torno verso l’ostello. La giornata si chiude senza grandi imprese, ma con quella soddisfazione particolare che arriva quando hai camminato anche se il tempo non invitava affatto a farlo. La pioggia ha tolto leggerezza alla tappa, ma le ha dato carattere. Le cascine, il santuario incontrato per errore, i pellegrini del Cammino di Oropa, l’accoglienza di Mario, la cripta di Santo Stefano: tutto ha contribuito a rendere questo tratto più ricco di quanto sembrasse al mattino.
Vado a dormire presto. Il giorno dopo mi aspetta la tappa verso Vercelli, una delle più lunghe della Via Francigena piemontese: circa 27 chilometri di pianura, risaie, strade campestri e pochi punti di rifornimento. Meglio riposare bene. Dopo la pioggia di oggi, il cammino non promette sconti.




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