La mattina in cui lascio Vercelli è anche quella in cui comincio a soffrire davvero. Le vesciche si fanno sentire, i calli pure, e in più compare un’infiammazione fastidiosa alla gamba destra, nella parte frontale sopra la caviglia. Non è un dolore drammatico, ma è continuo, insistente, abbastanza presente da farmi capire che il corpo sta iniziando a presentare il conto.
Luigi parte prima di me, verso le sette. Da quel momento non lo incontrerò più sul cammino. Procede troppo spedito, senza pause, come se la pianura gli avesse consegnato una marcia tutta sua. Io invece mi muovo più lentamente, con quella prudenza un po’ obbligata che arriva quando ogni passo va negoziato con i piedi.
La destinazione finale della giornata è Nicorvo. Sulla carta è una tappa più breve di quella precedente, ma dopo i quasi trenta chilometri tra Santhià e Vercelli anche una giornata “facile” può diventare impegnativa. Il percorso esce da Vercelli, attraversa il Sesia e poi segue la pianura verso Palestro, Robbio e la Lomellina, tra argini, campi, risaie e strade agricole.
Il primo paese importante è Palestro.
Ci arrivo dopo un tratto abbastanza tranquillo, con il fiume Sesia non lontano e quel paesaggio di pianura che alterna aperture vaste e dettagli minuti: canali, filari, campi lavorati, aironi che si alzano da qualche fosso. A Palestro mi fermo al bar per riposare e fare colazione. In quei giorni brioche e cappuccino non sono più soltanto una colazione: diventano una piccola riparazione morale.
Palestro è uno di quei luoghi che il pellegrino rischia di attraversare in fretta, pensando solo alla tappa. In realtà meriterebbe più attenzione. È legata alla Via Francigena, conserva la memoria della battaglia del 1859 durante la Seconda guerra d’indipendenza e ha ancora la sua Torre merlata, traccia medievale di un antico castello. Io però quel giorno ho soprattutto bisogno di sedermi, mangiare qualcosa e rimettermi in strada.
Poco dopo Palestro mi raggiunge Faustine, la giovane professoressa francese di greco antico conosciuta a Vercelli. Ha un passo leggero, curioso, molto diverso dal mio in quel momento. Camminiamo insieme per un tratto e parliamo di varie cose.
“Così giovane e già insegni?”, le chiedo.
“Sì, e ho un po’ paura a insegnare ai ragazzi. Non so se mi rispetteranno”, mi dice.
Mi colpisce la sincerità con cui lo ammette. Da fuori, certe persone sembrano già collocate nel loro ruolo: insegnante, pellegrina, adulta, credente. Poi basta una frase e si vede la parte più fragile, quella che sta ancora cercando il proprio modo di stare nel mondo.
Mi racconta della sua famiglia: sette fratelli e sorelle, la più piccola di pochi mesi. Mi dice anche di essere cattolica, in modo convinto e sereno, senza ostentazione. A un certo punto mi chiede se anch’io sono cattolico e se credo in Dio.
Le rispondo di no. Sono stato battezzato da piccolo, ma non sono credente.
“Perché?”, mi chiede.
Le dico che è difficile da spiegare in una lingua che non è la mia. Lei annuisce. E forse, in quel momento, capisco che non ho nemmeno molta voglia di spiegarlo.
Mi passano per la testa molte cose. Non sono ateo in senso combattivo; direi piuttosto agnostico, e soprattutto non ho nessun interesse a convincere qualcuno della mia posizione. Anche assumendo, per assurdo, di riuscire a convincerla che Dio non esista, mi sembrerebbe un gesto scorretto. Togliere a una persona una speranza, un ordine spirituale, una fiducia nell’aldilà e nelle cose buone che la religione può insegnare, senza avere nulla di equivalente da offrire, mi parrebbe brutto, quasi arrogante.
Io cammino per l’avventura, per la bellezza della natura, per il piacere di attraversare i luoghi lentamente. Non cammino per arrivare a Dio, compiacerlo o mondarmi dai peccati. Ma accanto a me, sulla stessa strada, c’è qualcuno per cui il cammino può avere un significato molto diverso. Questa è una delle cose più interessanti della Via Francigena: persone con motivazioni lontane finiscono per condividere lo stesso sentiero, lo stesso fango, la stessa fame, la stessa ricerca di un letto a fine giornata.
Dopo quella domanda segue un lungo silenzio. Non un silenzio imbarazzato, piuttosto uno di quei silenzi che il cammino sa assorbire bene. Poco dopo qualcuno la chiama al telefono. Faustine si ferma, io continuo a camminare. Non saprò più nulla di lei direttamente, se non attraverso i messaggi che lascerà nei guestbook degli ostelli per pellegrini nelle tappe successive.

Robbio
Raggiungo Robbio. Visito brevemente la chiesa di San Pietro, come un buon pellegrino dovrebbe fare quando passa davanti a un luogo così antico. La chiesa romanica è documentata già nell’XI secolo e conserva ancora un fascino sobrio, con affreschi e tracce di una storia lunga. È una di quelle soste che non richiedono molto tempo, ma aiutano a ricordare che la Via Francigena non è fatta soltanto di chilometri.
Mi sarei fermato volentieri a Robbio per dormire, anche perché l’idea di chiudere lì la giornata avrebbe fatto molto piacere ai miei piedi. L’ostello comunale dei pellegrini però è pieno. Non resta che continuare verso Nicorvo.

Esco dal paese con una certa fatica. Poco più avanti mi fermo a riposare per terra, esausto e dolorante. In quei momenti non si cerca una panchina, un panorama, un luogo adatto: ci si siede dove capita. La strada diventa semplicemente il posto in cui provare a recuperare qualche minuto di forza.
Arriva un altro pellegrino, alto, con passo deciso. Si ferma e mi saluta urlando: “Hey you!”. È il suo modo allegro, un po’ teatrale, di farsi riconoscere.
Lo guardo, lo saluto e gli chiedo: “Vai a Roma?”.
“Non mi riconosci?”, mi dice.
Per la verità no.
“Sono Wim, ci siamo incontrati a Viverone.”
Allora ricostruisco: Clare, Wim, il bar di Viverone con la scritta “Ospedale psichiatrico”. Il cammino funziona anche così: le persone ricompaiono quando meno te lo aspetti, in un altro paese, in un altro tratto, con un’altra luce addosso.
Camminiamo insieme fino a Nicorvo. Mi racconta la sua vita, la sua famiglia, qualche frammento del suo viaggio. Io ascolto volentieri, anche perché la compagnia aiuta a dimenticare per un po’ il dolore alla gamba. Quando si cammina con qualcuno, il passo cambia. Non sempre diventa più facile, ma diventa meno solitario.
A Nicorvo lui continua. Ha ancora energia e probabilmente un’altra meta in testa. Io invece mi fermo. Sono sfinito. Mi siedo su una panchina e aspetto che succeda qualcosa. Non sembra esserci nessuno. Il paese è silenzioso, piccolo, quasi immobile.
Sono contento di aver programmato una tappa corta, almeno rispetto alla possibilità di proseguire fino a Mortara. Quel giorno arrivare a Nicorvo basta e avanza. Il corpo ha bisogno di tregua.
L’Ospitale di San Terenziano e della Madonna del Patrocinio
Dopo un po’ arriva una signora che conosce chi si occupa dell’accoglienza pellegrina. Mi sembra sia la barista di un locale lì vicino. Chiama la persona giusta e in poco tempo riesco a entrare nell’ospitale. Mi mostrano la casa, l’ingresso, il bagno, le stanze. Sarò l’unico pellegrino per la notte. L’Ospitale di San Terenziano e della Madonna del Patrocinio è semplice, ricavato nella casa parrocchiale, con cucina, bagno, doccia e letti pronti. Il posto è un po’ impolverato, datato, con arredi d’altri tempi e un’aria molto alla buona.

Le lenzuola e le federe però sono pulite. Il bagno c’è. La cucina pure, anche lei piuttosto datata, ma perfettamente funzionante. Cosa può chiedere di meglio un pellegrino stanco? A volte l’accoglienza ideale non è quella più bella: è quella che ti permette di lavarti, cucinare qualcosa, distendere le gambe e sentire che per quella sera non devi più andare da nessuna parte.
Nicorvo
A Nicorvo non c’è molto, ed è bene saperlo prima di arrivare. I pellegrini possono trovare spesso il bar aperto e, per la cena, lo Sherwood Pub, che ha una convenzione con l’ospitale e offre un menu serale per chi cammina sulla Via Francigena. In paese non ci sono veri negozi alimentari, quindi conviene comprare qualcosa prima, soprattutto se si pensa di usare la cucina. L’ostello, comunque, fa anche trovare degli ingredienti pronti per essere cucinati.
Vado anche alla chiesa di San Terenziano, dove ho la possibilità di ottenere il timbro sulla credenziale. Mi chiedo chi fosse esattamente questo santo, perché il nome non è tra quelli che si incontrano più spesso. La chiesa attuale risale al Seicento, con una facciata poi rimodellata in gusto tardo barocco. Dentro conserva opere e decorazioni che raccontano una devozione locale molto radicata. Non sono in condizioni fisiche tali da visitarla con grande attenzione, ma entro, guardo, prendo il timbro e mi godo quel piccolo senso di arrivo che ogni credenziale sa dare al pellegrino, anche a quello meno religioso.
Nel guestbook trovo i messaggi di Luigi e Faustine. Sono già passati da qui e sono andati ben oltre, probabilmente fino a Garlasco. Mi fa un certo effetto leggere le loro firme. Le persone incontrate nei giorni precedenti non sono più accanto a me, ma lasciano tracce: una frase, un nome, una data, una calligrafia. Il cammino è una lunga conversazione interrotta e ripresa a distanza.
Quella sera Nicorvo mi sembra un luogo fuori tempo. Pochi rumori, poche persone, un ospitale un po’ polveroso ma accogliente, una cucina vecchia che funziona, un letto pulito e il corpo finalmente fermo. Dopo una giornata di vesciche, dolori e incontri inattesi, non serve molto altro. La Via Francigena, a volte, si riduce a questo: arrivare, togliersi le scarpe, lavarsi, mangiare qualcosa e sperare che il giorno dopo la gamba faccia meno male.

*San Terenziano è ricordato come vescovo di Todi e, secondo la tradizione, martire nel II secolo. A Nicorvo la parrocchiale porta il suo nome e la storia dell’accoglienza pellegrina è legata proprio agli spazi parrocchiali, in continuità con una tradizione antica di ospitalità lungo la Via Francigena.



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