Il giorno delle risaie: da Santhià a Vercelli sulla Via Francigena

Cartello “La Via Francigena a Vercelli” con mappa del centro storico, indicazioni per l’Hospitale Sancti Eusebi e percorso dei pellegrini da Santhià verso Roma.
Mappa della Via Francigena a Vercelli con indicazioni per il centro storico e l’Hospitale Sancti Eusebi.

Una lunga giornata verso Vercelli, tra cascine, risaie e cena pellegrina

Mi sveglio presto nell’ostello di Santhià e parto verso le 6.30. Mi aspetta una tappa lunga, quasi trenta chilometri fino a Vercelli, e preferisco guadagnare tempo nelle prime ore del mattino, quando il corpo è ancora fresco e la testa non ha cominciato a fare troppi calcoli.

Tengo apposta le due bottigliette da mezzo litro vuote. So che potrò fare rifornimento nel paese successivo e, soprattutto, non fa ancora così caldo da dover bere ogni cinque minuti. È un piccolo risparmio di peso, quasi ridicolo sulla carta, ma dopo molti chilometri anche mezzo chilo in meno nello zaino è una forma di saggezza.

Sagoma gialla del pellegrino lungo la Via Francigena tra Santhià e Vercelli, accanto a un segnavia nei campi della pianura vercellese.

L’uscita da Santhià è tranquilla. Si lascia il centro alle spalle, si supera la ferrovia e, poco alla volta, il paesaggio cambia. Dopo pochi chilometri cominciano le risaie, che accompagnano il pellegrino fino alle porte di Vercelli. In primavera la pianura vercellese ha un’aria particolare: campi larghi, canali, strade bianche, orizzonti bassi e pochissima ombra. È un paesaggio che può sembrare monotono solo a chi lo attraversa distrattamente. Camminandoci dentro, invece, si capisce quanto sia costruito, regolato, paziente.

Strada agricola della Via Francigena tra Santhià e Vercelli, con campi della pianura vercellese, Santhià in lontananza e il Mombarone sullo sfondo.
Uno sguardo indietro verso Santhià e il Mombarone lungo la Via Francigena per Vercelli.

Dopo un tratto piacevole raggiungo San Germano Vercellese. Qui mi fermo a fare colazione al bar: brioche e cappuccino, la piccola liturgia italiana del mattino, utile per tirare su lo spirito più di tante frasi motivazionali. Il barista mi chiede se sto andando a Roma. “Quella è l’idea”, gli rispondo. Detta così sembra una cosa enorme e insieme normale, come se Roma fosse dietro l’angolo e non molti giorni di cammino più avanti.

Torre campanaria di San Germano Vercellese, antico resto del castello medievale lungo la Via Francigena nella pianura vercellese.

Mi chiede anche se voglio il timbro sulla credenziale. Ci penso un attimo. In teoria, mi domando, non bisognerebbe ricevere il timbro soprattutto nei luoghi in cui si dorme? Poi mi dico che la credenziale è anche memoria del passaggio, non soltanto registro delle notti. Gli dico di sì, e così avrò un timbro che certifica il mio passaggio da San Germano Vercellese.

Murale a San Germano Vercellese lungo la Via Francigena, con risaie allagate, figure al lavoro nei campi e paesaggio agricolo della pianura vercellese.
Murale dedicato alle risaie a San Germano Vercellese, lungo la Via Francigena.

Da lì in poi la strada verso Vercelli attraversa soprattutto campi agricoli, risaie e strade campestri, con qualche attraversamento più delicato di strade provinciali. È una tappa piatta, ma la lunghezza si sente. La pianura non regala salite, però nemmeno variazioni: ti chiede pazienza, passo regolare e una certa capacità di stare dentro la ripetizione.

Chiesa di Santa Maria del Cammino tra San Germano Vercellese, Cascine Strà e Vercelli, piccola sosta per pellegrini lungo la Via Francigena nella pianura vercellese.
Chiesa di Santa Maria del Cammino tra San Germano Vercellese, Cascine Strà e Vercelli, piccola sosta per pellegrini lungo la Via Francigena nella pianura vercellese.

A un certo punto si presenta una scelta: andare a destra verso Montonero oppure prendere a sinistra la direzione più rapida per Vercelli, risparmiando circa un chilometro. Montonero avrebbe meritato una deviazione. È una piccola frazione rurale con una storia più ricca di quanto la sua posizione isolata lasci immaginare: il Podere di Montonero conserva un nucleo fortificato, il Castello di Montonero, legato nei secoli alla vita agricola delle grange e alla coltivazione della pianura vercellese. C’è anche la chiesa di San Clemente, con tracce romaniche nel campanile, e per i pellegrini possono essere importanti la fontana, la sosta e la presenza di un punto di ristoro.

Quel giorno, però, sono già stanco. Il tratto è lungo, lo zaino pesa, Vercelli sembra ancora lontana nonostante la pianura la lasci intravedere. Decido quindi di accorciare e raggiungere Cascine Strà, dove trovo una fontana e la piccola chiesa di Santa Maria del Cammino, conosciuta anche dai pellegrini come un punto di sosta lungo la Via Francigena. Chi cammina per ragioni religiose può fermarsi a dire una preghiera. Chi cammina con motivazioni più confuse, come spesso capita, può comunque sedersi un attimo, bere, guardarsi intorno e ripartire con un po’ più di calma.

Grotta mariana davanti alla chiesa di San Giacomo Apostolo a Cascine Strà, vicino a Vercelli, luogo di devozione e sosta lungo la Via Francigena.

Dopo Cascine Strà succede qualcosa di strano. Seguo la segnaletica della Via Francigena, quella dei piccoli cartelli fisici che si trovano lungo la strada, e mi ritrovo in mezzo ai campi di riso, con erba alta dappertutto e il sentiero molto meno chiaro di quanto vorrei. Per fortuna un uomo su un trattore mi indica la direzione. Ha quell’aria pratica di chi conosce la campagna e capisce subito quando uno con lo zaino sta per complicarsi inutilmente la giornata.

Perdersi davvero, comunque, è difficile. Vercelli si vede in lontananza, con le sue chiese grandi e il profilo urbano che comincia a emergere dalla pianura. Però questo è uno di quei tratti in cui conviene usare anche l’app della Via Francigena o una traccia aggiornata. In certi punti la segnaletica fisica può portare su campi in cui l’erba non è stata tagliata o dove il percorso sembra temporaneamente compromesso. Quando si è stanchi, una piccola incertezza può diventare molto fastidiosa.

Il cammino prosegue avvicinandosi a vecchie cascine, alcune enormi, abbandonate o in rovina, altre ancora vive dentro la geometria della campagna. Quelle più consumate dal tempo hanno un fascino particolare: muri segnati, tetti stanchi, edera che sale sulle facciate, cortili chiusi che sembrano conservare storie di lavoro, animali, famiglie e stagioni agricole. La Via Francigena, qui, attraversa una pianura produttiva, antica e un po’ ruvida.

Cascina Gottesco vista dalla Via Francigena poco prima di Vercelli, edificio rurale isolato tra i campi della pianura vercellese.
Cascina Gottesco sulla Via Francigena prima di Vercelli

Vercelli

Poi si arriva alla periferia di Vercelli. La prima cosa che vedo è il distretto commerciale. C’è anche un Decathlon. Per un momento penso che potrei entrarci, magari controllare qualche accessorio, farmi tentare da qualcosa di “utile” per il cammino. Poi prevale la verità più semplice: sono troppo stanco. Il centro mi aspetta, l’ostello pure, e in quel momento il mio desiderio principale non è comprare attrezzatura, ma togliermi lo zaino.

Una figura di Sigerico incoraggia il pellegrino ormai provato, mentre numerose scritte indicano la direzione verso il centro. È un ingresso urbano abbastanza guidato, e dopo tanti campi fa quasi impressione tornare tra strade, vetrine, incroci e palazzi. Il cammino cambia ritmo di colpo: dalla linea dritta della campagna alla trama più fitta della città.

Raggiungo finalmente il centro di Vercelli. La prima impressione è forte. Piazza Cavour, i portici, le torri, gli edifici storici, quel misto di severità piemontese e memoria medievale: tutto mi colpisce più di quanto mi aspettassi. Penso che Vercelli potrebbe diventare una delle mie città medievali preferite.

Chiostro dell’Abbazia di Sant’Andrea a Vercelli, con portico ad archi, pozzo centrale e vista sulla basilica gotico-romanica lungo la Via Francigena.
Chiostro dell’Abbazia di Sant’Andrea a Vercelli

Hospitale Sancti Eusebi

Arrivo all’ostello che sono ormai le 14, l’orario di apertura. L’Hospitale Sancti Eusebi si trova in centro, in Vicolo degli Alciati, ed è uno di quei luoghi che per un pellegrino contano moltissimo: non soltanto perché offrono un letto, una doccia e un riparo, ma perché fanno sentire che il cammino è ancora sostenuto da persone reali, non solo da mappe, timbri e indicazioni.

Cortile interno dell’Hospitale Sancti Eusebi a Vercelli, ostello per pellegrini lungo la Via Francigena, con porticato, edifici storici e spazi dell’accoglienza.
Cortile interno dell’Hospitale Sancti Eusebi a Vercelli

Lì incontro Luigi, il signore sardo con cui avevo condiviso la stanza all’ostello di Santhià. È già arrivato prima di me. Lui non fa pause. Hanno una bella energia, questi sardi. O almeno Luigi ce l’ha di sicuro.

All’ostello ci accoglie Tiziana, volontaria degli Amici della Via Francigena di Vercelli. Ci fa togliere le scarpe e indossare delle pantofole apposite, poi ci vengono chiesti i documenti, viene messo il timbro sulla credenziale e ci viene mostrata la stanza. Io e Luigi saremo di nuovo compagni di camera. Ormai comincia a sembrare una piccola trama parallela del cammino.

Dopo la doccia, nonostante la stanchezza, esco senza zaino per fare un giro nel centro. Vercelli merita almeno una prima esplorazione, anche quando le gambe chiederebbero soltanto riposo. La prima chiesa da non perdere è la Basilica di Sant’Andrea, uno dei grandi monumenti della città, fondata nel XIII secolo e considerata tra gli esempi più precoci di gotico italiano. Da fuori colpiscono la facciata, le torri e l’equilibrio tra mattoni, pietra e forme slanciate. Dentro, dopo una giornata di risaie e strade bianche, lo spazio appare quasi improvvisamente verticale.

Basilica di Sant’Andrea a Vercelli vista dal lato del complesso abbaziale, capolavoro gotico-romanico in mattoni e tappa storica della Via Francigena.
Basilica di Sant’Andrea a Vercelli
Chiostro dell’Abbazia di Sant’Andrea a Vercelli, con portico ad archi, pozzo centrale e vista sulla basilica gotico-romanica lungo la Via Francigena.
Chiostro dell’Abbazia di Sant’Andrea a Vercelli

L’altra tappa fondamentale è la Cattedrale di Sant’Eusebio, il Duomo di Vercelli. Sorge su un luogo di culto molto antico, legato alla figura di Sant’Eusebio, primo vescovo della città e patrono del Piemonte. L’edificio attuale è il risultato di molte trasformazioni, ma conserva un peso storico evidente. Per un pellegrino della Via Francigena, entrare qui significa ritrovare il legame tra cammino, città e antiche sedi episcopali. Se si ha ancora tempo, vale la pena allargare il giro verso Piazza Cavour, la Torre dell’Angelo e le vie del centro storico. Vercelli non va consumata in fretta, anche se spesso il pellegrino la visita con i piedi già doloranti.

La sera ceniamo tutti insieme all’ostello. È uno dei momenti più belli di questa tappa. Ci sono due volontari, ex medici chirurghi, Tiziana, che ci ha accolti e che in passato è stata infermiera, e poi la star della serata: Maria, la cuoca, una signora di origine sarda.

Ci sono anche i pellegrini. Mariano e Paolo, pensionati, arrivano da Torino. Faustine, giovanissima professoressa di latino e greco antico, viene dalla Francia. Poi ci siamo io e Luigi. Una piccola tavolata come se ne formano solo sul cammino: persone che fino a poche ore prima non si conoscevano, sedute insieme a raccontare chilometri, provenienze, progetti, dolori ai piedi e intenzioni più o meno chiare.

Si mangia pasta al sugo con le melanzane, frittate con gli asparagi, peperonata, pane, vino bianco e vino rosso. Poi arriva una crema di uova che ricorda lo zabaione, anche se zabaione non è, accompagnata da fette di panettone. I volontari ci vogliono trattare bene e tirano fuori anche mirto, limoncello e un altro distillato forte, chiamato scherzosamente “sakè” in onore di una pellegrina giapponese passata da loro tempo prima.

La cena diventa presto più di una cena. I volontari raccontano, ascoltano, chiedono, ricordano. Ci dicono che dopo il Covid sono arrivati meno pellegrini rispetto agli anni precedenti. Forse, ipotizzano, molti preferiscono prenotare camere indipendenti per evitare il contatto con altri pellegrini. Forse cercano più comodità, più privacy, un sonno migliore. Negli ostelli, in fondo, c’è sempre qualcuno che russa. È quasi una legge della fisica.

L’Hospitale Sancti Eusebi è un’accoglienza a donativo che ospita pellegrini da molti anni. Quella sera, da ospite, ho avuto la sensazione di vivere una delle esperienze più piene della Via Francigena. Non sempre lungo il cammino si trova un’ospitalità così completa, calorosa e conviviale. Un letto è importante, una doccia ancora di più, ma una cena condivisa con altri pellegrini e la gente del posto può cambiare il ricordo di un’intera giornata.

A fine serata i pellegrini se ne vanno a letto felici, con la pancia piena e i pensieri leggeri, o forse appena annebbiati dal vino. Luigi mi chiede: “Simone, ma come funzionano le donazioni? Quanto gli lasciamo a questi?”

Gli spiego che la donazione è qualcosa di personale. Non c’è una tariffa, e proprio per questo bisogna ragionarci con attenzione. Bisogna considerare che i volontari ci hanno accolti, ci hanno dato un letto, una doccia, spazi puliti, informazioni, una cena abbondante e tempo. Ogni giorno c’è qualcuno che apre, pulisce, sistema, cucina, risponde al telefono, accoglie chi arriva stanco. Ci sono consumi, manutenzione, lavoro invisibile.

Da questo pensiero ognuno può farsi un’idea.

La cosa bella del donativo, quando funziona davvero, è che tiene insieme libertà e responsabilità. Chi può dona di più e, in qualche modo, copre anche chi ha meno possibilità economiche. Chi ha poco non viene escluso. Chi ha di più può aiutare a mantenere viva l’accoglienza per i pellegrini che arriveranno dopo. È una forma fragile, certo, ma molto bella. E quella sera, a Vercelli, mi è sembrata una delle espressioni più autentiche del cammino.

Facciata della Sinagoga di Vercelli in via Elia Emanuele Foà, edificio in stile moresco dell’Ottocento nell’antico ghetto ebraico della città.
La Sinagoga di Vercelli, in via Elia Emanuele Foà, nel cuore dell’antico ghetto ebraico.
Facciata decorata di Palazzo Avogadro di Quinto a Vercelli, edificio storico di via Duomo con ornamenti in cotto, medaglioni e cornici ottocentesche.
Palazzo Avogadro di Quinto a Vercelli
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