La mia prima tappa sulla Via Francigena è cominciata la mattina del 12 aprile 2026, poco dopo le otto, con un’idea molto semplice in testa: camminare da solo per due settimane circa, magari anche di più. Partire da Casa Codibugnolo, un luogo in cui di solito sono io ad accogliere i pellegrini, ha reso tutto ancora più particolare. Per una volta non ero dall’altra parte della porta, non aspettavo qualcuno con lo zaino sulle spalle: ero io a mettermi in cammino.
Perché partire da Bollengo e fermarsi a Cavaglià?
Chi conosce le tappe della Via Francigena potrebbe chiedersi perché partire da Bollengo, invece che da Ivrea, e perché fermarsi a Cavaglià, quando molte guide considerano questo tratto dentro la lunga direttrice Ivrea-Santhià, spesso divisa anche in Ivrea-Viverone e Viverone-Santhià.
La risposta è semplice: sono partito da casa mia, come vuole la tradizione più concreta del pellegrinaggio. Il cammino comincia dalla soglia che si attraversa, dal luogo in cui si vive, non per forza da un punto stabilito da una guida. Ho scelto poi di fermarmi a Cavaglià perché all’inizio è saggio fare meno chilometri, ascoltare il corpo e prendere il ritmo senza trasformare subito il cammino in una prova di resistenza.
In più, a me non interessa solo arrivare. Mi interessa visitare i luoghi più affascinanti, per la loro storia, per la loro cultura o per la presenza di ospitalità pellegrina, che è una parte importante del fascino della Via Francigena. Chi attraversa queste tappe di fretta rischia di perdere moltissimo. E non lo dico perché siamo su ViaggiareConLentezza.it: lungo questo tratto è proprio vero.

L’idea della solitudine, però, è durata pochissimo. Una signora, vedendomi partire con lo zaino, si è fermata con il suo fuoristrada per chiedermi se volessi un passaggio. Ho sorriso e ho rifiutato. È stato un gesto gentile, ma anche un piccolo paradosso: avevo appena iniziato il mio pellegrinaggio e farmi accompagnare in auto avrebbe tolto senso a quel primo passo. “Magari fra qualche giorno ne avrò bisogno, sì”, ho pensato fra me e me, immaginando il male ai piedi, la stanchezza o la noia di una tappa troppo lunga.
Poco dopo ho raggiunto uno dei luoghi simbolici di Bollengo, la chiesa romanica dei Santi Pietro e Paolo di Pessano. La chiesa, unico edificio rimasto dell’antico villaggio scomparso di Pessano, conserva ancora oggi il suo campanile centrale ed è uno dei punti più memorabili di questo tratto.

Qui, con molta sorpresa, ho incontrato Clare, una pellegrina francese più o meno della mia età, insegnante di fisica all’università di Saint-Étienne. Da quel momento l’idea di una tappa solitaria ha lasciato spazio a una delle cose più normali e più belle del cammino: condividere un tratto di strada con qualcuno che fino a cinque minuti prima era uno sconosciuto. Abbiamo camminato insieme fino a Cavaglià, dove io mi sarei fermato per la notte. Lei sarebbe andata più lontano, verso Santhià, ma per diverse ore abbiamo semplicemente camminato e parlato, come succede spesso tra pellegrini che si incrociano sulla stessa strada.
È forse questo uno degli aspetti più veri della Via Francigena: si parte con un progetto mentale molto preciso, poi il cammino lo modifica quasi subito. Da Bollengo verso Viverone il paesaggio è tra i più belli del tratto piemontese, con borghi, vigneti e scorci aperti verso il lago di Viverone, sul bordo dell’Anfiteatro Morenico di Ivrea.

Il paesaggio è stato uno degli elementi che mi sono rimasti più impressi. Tra Bollengo e Viverone il cammino si apre su un Piemonte collinare che alterna vigne, strade secondarie e punti in cui lo sguardo corre fino al lago. Conosco la zona e continuo a trovarla affascinante per quel suo equilibrio tra natura coltivata, piccoli paesi e cielo incerto di aprile, capace di minacciare pioggia senza rovinare davvero la giornata. Anche questo fa parte dell’esperienza del pellegrino in primavera: partire sapendo che il tempo può cambiare e continuare comunque a camminare.
Prima di arrivare a Cavaglià, memorabile è stato anche il passaggio da Roppolo. È uno di quei paesi che, attraversati a piedi, acquistano un valore diverso rispetto a quando li si vede soltanto passando in auto. Poi arriva il tratto di bosco e campagna, piacevole e silenzioso, che accompagna il pellegrino verso la destinazione del giorno.

L’arrivo verso Cavaglià aggiunge al cammino un elemento inatteso: l’area dei menhir, con grandi pietre megalitiche disposte nel prato. È uno di quei luoghi che si incontrano quasi di lato, mentre si sta andando altrove. La Via Francigena, in questa parte del Piemonte, funziona anche così: collega borghi e paesaggi, ma lascia affiorare anche tracce storiche meno note.
Lungo la strada io e Clare abbiamo incontrato anche un pellegrino olandese, Wim, che si era fermato in un curioso bar di Viverone con una targa divertente: “Ospedale psichiatrico”. La strada è un luogo di attraversamento continuo, fatto di itinerari che si sfiorano e poi si separano. Lascio i due pellegrini e m’incammino verso il lungomare di Viverone per una breve sosta.
Più tardi, arrivato a Cavaglià, sono rimasto piacevolmente colpito dall’accoglienza dell’organizzazione che supporta i pellegrini della Via Francigena. Dopo aver lasciato i miei dati, fatto una donazione e ricevuto il timbro sulla credenziale a Villa Salino, mi è stata affidata la chiave per entrare nell’ostello. È un momento tipico, che durante il cammino può ripetersi quasi ogni giorno, ma per chi arriva a fine tappa con lo zaino sulle spalle ha un valore molto concreto.
Quel giorno sarei stato l’unico ospite: sette letti a disposizione e una stanza tutta per me. Dopo ore passate a condividere passi e parole, la serata si chiude in uno spazio silenzioso, quasi sospeso.

Cavaglià, poi, si è rivelata più comoda di quanto si potrebbe temere in una domenica di aprile. Molte cose erano chiuse, è vero, ma non tutto: tra bar e pizzerie aperte, un pellegrino riesce comunque a mangiare senza problemi.
Quando si cammina per un’intera giornata, anche la disponibilità di un pasto caldo entra nel giudizio complessivo su una tappa.

Ripensando a questa prima giornata, la cosa che mi resta di più è il modo in cui il cammino ha corretto subito le mie aspettative. Pensavo a una partenza solitaria e ho trovato quasi immediatamente relazioni, conversazioni e piccoli gesti di accoglienza. Pensavo soprattutto al tragitto, poi mi sono accorto che una tappa della Via Francigena è fatta anche di persone, di tempi condivisi e di leggere deviazioni interiori che il cammino sa creare quasi senza farsi notare. Forse è anche per questo che la prima giornata sulla Via Francigena si ricorda così bene: segna l’inizio di un percorso geografico e il momento in cui si comincia davvero a entrare nella logica del pellegrinaggio.




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