Parto da Nicorvo con i piedi già doloranti. Le vesciche continuano a farsi sentire e ogni mattina, prima ancora di mettermi in cammino, devo fare una piccola trattativa con il corpo: vediamo fin dove arriviamo oggi, vediamo quanto dolore si può sopportare, vediamo se il passo torna a sciogliersi dopo i primi chilometri.
La destinazione della giornata è Tromello. Non è una tappa lunghissima se confrontata con certe giornate della Via Francigena, ma per me arriva in un momento delicato. Dopo i giorni precedenti, anche una distanza ragionevole può sembrare più severa. Da Nicorvo si cammina verso Mortara, poi si prosegue ancora nella pianura della Lomellina, tra campi, cascine, canali e lunghi rettilinei.
Il primo tratto, da Nicorvo verso Mortara, è bello e molto evocativo. Si attraversano campi agricoli, strade bianche, spazi aperti e quel paesaggio d’acqua e terra che in primavera sembra quasi un mare pavese. Le risaie, quando sono allagate o in preparazione, cambiano completamente il volto della pianura. Il cielo si riflette nei campi, gli argini diventano linee sottili, gli uccelli si muovono tra acqua e fango.
Vedo anche diversi ibis sacri, ormai presenza abbastanza riconoscibile in queste campagne.

A un certo punto, nel tratto tra Nicorvo e Mortara, poco dopo Cascina Afficiati, il percorso è ostacolato da un enorme macchinario agricolo per l’irrigazione. Uno di quei grandi rotoloni con tubi, ruote, acqua che viene sparata sui campi e una presenza fisica abbastanza ingombrante per chi dovrebbe passare a piedi. Non capisco bene se stia distribuendo acqua o aspirandola da qualche canale, ma una cosa è chiara: è esattamente in mezzo al mio cammino.
Provo in vari modi ad aggirarlo. Studio la situazione da destra, da sinistra, guardo il fango, misuro lo spazio, mi chiedo se valga la pena tornare indietro. Alla fine scelgo la soluzione più ridicola e più efficace: tiro lo zaino dall’altra parte del trattore e passo a quattro zampe sotto uno dei tubi. Non è una grande scena epica da pellegrinaggio medievale, ma funziona. Ce l’ho fatta.
Anche questa, in fondo, è Via Francigena: contemplazione e silenzio, ma anche, a volte, ginnastica goffa in mezzo ai campi.
Continuo verso Madonna del Campo con molta fatica. Il percorso è semplice e piatto, ma le vesciche trasformano ogni chilometro in qualcosa di più lento. Quando arrivo davanti al Santuario di Santa Maria del Campo, mi fermo. C’è una fontana, e in quel momento la fontana conta quasi quanto il santuario. Bevo, riempio, mi riposo.
Il Santuario della Madonna del Campo si trova poco prima di Mortara, lungo la Via Francigena, e custodisce un’immagine della Madonna del Latte molto venerata. Per un pellegrino religioso può essere una sosta di preghiera. Per me, in quel momento, è soprattutto un luogo di pausa, ombra, acqua.
Dopo un paio di chilometri entro a Mortara. Mi fermo in un bar per la colazione davanti alla stazione ferroviaria (alla stazione è possibile ottenere il timbro sulla credenziale). Ormai il timbro è diventato una piccola abitudine del cammino: per alcuni può essere “una prova” del proprio passaggio, per altri, semplicemente, un modo per fissare una tappa nella memoria.
L’Abbazia di Sant’Albino
Riprendo a camminare lentamente verso l’Abbazia di Sant’Albino. Prima di arrivarci mi imbatto in un posto chiamato Oasi del Cinghios, dove i pellegrini possono fermarsi e ottenere il timbro. Quel giorno però non c’è nessuno. Proseguo ancora pochi minuti e raggiungo Sant’Albino.

L’Abbazia di Sant’Albino è uno dei luoghi più importanti della Via Francigena in Lomellina. La sua storia è antichissima e si lega alla memoria della battaglia di Pulchra Silva del 773, combattuta tra i Longobardi e l’esercito franco di Carlo Magno. La tradizione la collega anche ai paladini Amico e Amelio, figure sospese tra storia e leggenda, che rendono questo luogo ancora più carico di suggestione.
Io ci ero già stato anni fa come pellegrino. Allora ci avevano offerto una cena comunitaria preparata da Franca, una volontaria del posto, e avevamo dormito su brandine in una grande stanza comune. Era stata un’esperienza semplice, umile, molto vicina allo spirito del pellegrinaggio più essenziale. Oggi l’accoglienza non funziona più esattamente come donativo libero e viene richiesto un contributo fisso di 25 euro. Questa volta non mi fermo a dormire, ma mi siedo lì per riposare un po’. A Sant’Albino c’è un’aria di pace, storia e sospensione che invita a rallentare.

Dopo Sant’Albino il percorso costeggia per un tratto la provinciale, poi torna a immergersi nella pianura. Di nuovo campi, rettilinei, strade piatte, canali. “Noiosi”, si potrebbe dire, se si ha bisogno continuo di stimoli. Ma la pianura ha un altro modo di parlare. Ti mette davanti la misura reale del passo. Ti costringe a fare i conti con la distanza senza troppe distrazioni.
Cammino lungo il Cavo Cascina Nuova. La parola “cavo” in questa parte della Lombardia e del Piemonte ricorre spesso nei nomi dei corsi d’acqua. Non indica un fiume naturale nel senso classico, ma di solito un canale artificiale, scavato e regolato per l’irrigazione o la bonifica dei campi. La Lomellina è anche una rete di acque guidate, deviate, distribuite, indispensabili per la coltivazione del riso e per l’equilibrio agricolo della pianura.
Più avanti incontro anche il Cavo Distretto Secondo di Mortara, un altro nome che suona tecnico e rurale insieme. Per chi cammina, questi canali diventano presenze discrete: accompagnano la strada, segnano confini, portano acqua, interrompono i campi con una linea più scura. Non fanno spettacolo, ma spiegano molto del territorio.
Il percorso prosegue verso l’area del Parco Lombardo della Valle del Ticino e passa da Remondò, piccola frazione del comune di Gambolò. È un nucleo rurale minuscolo, di quelli che lungo il cammino si attraversano quasi senza accorgersene, ma che hanno il valore di segnare una progressione. Dopo Mortara, Remondò è uno dei nomi che accompagnano il pellegrino verso Tromello e poi, per chi prosegue, verso Garlasco.
C’è un attraversamento di provinciale, poi arrivano gli ultimi chilometri del giorno. Sono difficili non per il dislivello, che praticamente non esiste, ma per la stanchezza accumulata. Incontro altri canaletti, altre strade di campagna, altri punti in cui il paese sembra vicino e poi invece resta ancora un po’ più avanti. Alla fine entro a Tromello.
Tromello (Tremel)
Molti pellegrini saltano Tromello e da Mortara puntano direttamente a Garlasco o, con molta energia, proseguono ancora oltre. Io però sono contento di fermarmi qui. Tromello è una tappa originale dell’itinerario di Sigerico: nel diario dell’arcivescovo di Canterbury compare come “Tremel”, la quarantaduesima sosta del viaggio di ritorno da Roma. Fermarsi qui ha quindi un senso particolare, soprattutto se si vuole seguire con un po’ di fedeltà la traccia storica del cammino.
Raggiungo l’ostello. Funziona con un codice che la volontaria del posto mi invia tramite WhatsApp. Inserisco il codice, prendo la chiave ed entro. Si tratta di un alloggio molto semplice, con arredamento datato e pulizia essenziale, forse da migliorare. Lo dico senza spirito di protesta. Da pellegrino si impara a essere grati, ma anche a guardare le cose per quello che sono. Il posto offre un tetto, un letto, un bagno e una possibilità di fermarsi. Dopo una giornata così, c’è moltissimo per cui essere grati.

Faccio un giro in paese. Da buon pellegrino vado a vedere le chiese. Ce n’è una che sembra aperta. Anzi no, è chiusa. Mi allontano di qualche passo, ormai rassegnato, quando sento qualcuno chiamarmi quasi urlando: “Ehi, volevi entrare?”.
Mi volto. È il sacrestano.
“Sì, ma non importa”, rispondo.
Lui insiste perché io entri. Si chiama Matteo, è molto giovane, forse diciotto anni, e ha un entusiasmo raro. Mi accompagna dentro la chiesa e comincia a spiegarmi i dipinti alle pareti, la loro età, ciò che rappresentano, le parti più interessanti. La chiesa è San Martino, la parrocchiale di Tromello, un luogo legato anche alla devozione della Madonna della Donzellina, affresco quattrocentesco molto caro alla tradizione locale.
Matteo mi mostra anche altri affreschi che, a suo dire, sono stati restaurati in modo maldestro da semplici imbianchini e ne sono usciti deturpati. È un peccato, e anche una piccola mortificazione dell’arte. In casi del genere, verrebbe da dire, la segnalazione dovrebbe arrivare alla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio competente, l’ente pubblico che si occupa della tutela del patrimonio storico, artistico e archeologico. Io ascolto Matteo, guardo le pareti, e penso che in un paese piccolo la cura dei luoghi dipende spesso da persone così: giovani, appassionate, magari un po’ indignate, ma attente.
Saluto Matteo e vado a fare la spesa al vicino supermercato Gulliver, praticamente il punto più comodo per i pellegrini che devono procurarsi qualcosa da mangiare. Da questo punto di vista Tromello è una buona sosta: non offre moltissimo, ma permette di comprare il necessario e riposare senza dover continuare per forza fino a Garlasco.
Torno in ostello. Più tardi arrivano altri due pellegrini: Mariano e Paolo, che avevo già conosciuto all’Hospitale Sancti Eusebi di Vercelli. Anche loro sono stanchi, segnati dai chilometri, ma decisi a non mollare.

Più tardi passa una volontaria a trovarci. Si fa qualche battuta su alcune uova che ci siamo ritrovati ad avere senza però una cucina adatta per cucinarle. La situazione è quasi comica: pellegrini affamati, uova disponibili, nessun modo pratico per trasformarle in cena. La volontaria ascolta, sorride, poi più tardi torna con le uova già cucinate. A volte un’ospitalità si ricorda proprio per questo: qualcuno che vede un piccolo problema e lo risolve senza farne una cerimonia.
Arriva il momento di riposare. Domani mi aspetta una tappa breve, anche se la maggior parte dei camminatori da Tromello va direttamente a Pavia. Io no. Io continuo a prenderla con calma. Dopo i dolori ai piedi, il passaggio goffo sotto il macchinario agricolo, Sant’Albino, i canali, Matteo il giovane sacrestano e le uova salvate dalla volontaria, sento che per oggi basta così.
La destinazione di domani sarà Garlasco. Pochi chilometri, almeno sulla carta. Ma ormai l’ho capito: sulla Via Francigena non è mai soltanto una questione di chilometri.
Leggete anche gli altri racconti della Via Francigena
Cliccate qui sotto per leggere le tappe precedenti o successive 👇🏻
- Prima tappa: da Bollengo a Cavaglià
- Seconda tappa: da Cavaglià a Santhià
- Terza tappa: da Santhià a Vercelli, il giorno delle risaie
- Quarta tappa: da Vercelli a Nicorvo, tra Palestro, Robbio e ospitalità pellegrina
- Quinta tappa: da Nicorvo a Tromello
- Sesta tappa: da Tromello a Garlasco
- La Via Francigena da Lucca a Roma (di Stefania)

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