Da Garlasco a Pavia sulla Via Francigena: il Ticino, il Ponte Coperto e l’arrivo in città

Ponte Coperto di Pavia sul fiume Ticino, raggiunto dai pellegrini lungo la Via Francigena verso Roma dopo la tappa da Garlasco.
Il Ponte Coperto di Pavia, raggiunto lungo la Via Francigena verso Roma.

Verso Pavia lungo la Via Francigena, tra canali, boschi e piedi doloranti

È arrivato il momento di lasciare Garlasco. Dopo sei giornate di cammino, anche se alcune volutamente ridotte rispetto ai trenta chilometri che molti pellegrini percorrono senza troppi pensieri, continuo ad avere male ai piedi. Le vesciche non sono guarite, i calli si fanno sentire e l’infiammazione alla gamba destra resta lì, presente, come una voce bassa ma insistente. Eppure parto, per testardaggine, e per quella curiosa fiducia che il cammino riesce ancora a darti anche quando il corpo non collabora del tutto.

Esco presto dalla Casa del Pellegrino. Come ormai succede quasi ogni mattina, tra le 6.30 e le 7.00 sono già fuori, con lo zaino sistemato, le scarpe allacciate e la speranza che i primi passi siano migliori dei successivi. A volte funziona davvero così: all’inizio zoppichi, poi il corpo si scalda e trovi un ritmo. Altre volte il dolore resta, e allora non resta che rallentare.

Il paesaggio, almeno nella prima parte della tappa, non cambia molto rispetto ai giorni precedenti. Campi agricoli, canali, strade bianche, rettilinei, acqua che scorre lenta accanto al sentiero. È la pianura pavese nella sua forma più semplice e continua. In certi momenti sembra quasi che il cammino voglia svuotarti la testa attraverso la ripetizione: un passo, un canale, un campo, un altro passo.

Il percorso da Garlasco a Pavia non è breve. Sulla carta sono circa venticinque chilometri, una distanza normale per molti pellegrini, ma per me, in quel momento, abbastanza impegnativa. Dopo la tappa ridotta del giorno prima, mi rendo conto che la fatica non è sparita: si è solo nascosta per qualche ora.

Raggiungo Gropello Cairoli, dove mi fermo per il mio rituale ormai consolidato: cappuccino e brioche. Il paese è attraversato dalla Via Francigena e ha una sua storia interessante. Il nome “Cairoli” fu aggiunto nel 1888 in onore della famiglia dei patrioti risorgimentali, legata a questo territorio. Io però, quella mattina, non ho grandi energie da storico. Entro in uno dei bar del paese, mi siedo, ordino, tolgo per un attimo il peso dalle spalle e mi godo la pausa.

Guardo fuori, controllo mentalmente il percorso, ripenso ai chilometri che mancano e mi dico che, tutto sommato, Pavia è raggiungibile.

Dopo Gropello Cairoli la tappa torna a immergersi nella campagna.

Ticino

A un certo punto si raggiunge il fiume Ticino, e la tappa cambia tono. Il Ticino è uno dei grandi fiumi dell’Italia settentrionale: nasce in Svizzera, attraversa il Lago Maggiore e arriva fino al Po, segnando e nutrendo una valle di enorme importanza naturalistica. Nei pressi di Pavia è una presenza storica, ecologica e simbolica. Quando il cammino si avvicina alle sue acque, la pianura diventa più verde, più fresca, più viva.

La Via Francigena si incurva seguendo il fiume e regala finalmente alcuni tratti boschivi. Dopo giorni di campi aperti e rettilinei, entrare tra alberi, ombra e sentieri più morbidi alleggerisce il passo. È il tipo di ambiente che molti immaginano quando pensano a un cammino: terra sotto i piedi, vegetazione ai lati, luce filtrata dalle foglie, rumori d’acqua e piccoli movimenti nel sottobosco.

In quel tratto, però, conviene prestare attenzione. A causa della rottura di un ponte in legno nel Parco del Ticino, il percorso può subire variazioni e non sempre la traccia più intuitiva è quella migliore. In questi casi è bene affidarsi all’app ufficiale o a una traccia aggiornata, perché la deviazione sicura evita di ritrovarsi davanti a passaggi interrotti o difficili. Quando si è stanchi, e magari si cammina già con i piedi doloranti, una deviazione sbagliata può diventare molto più pesante di quanto sembri.

I sentieri lungo il Ticino mi rallegrano anche se non cancellano la fatica. Ogni tanto mi fermo, guardo il fiume, riparto.

Il ponte coperto dopo la pianura: arrivo a Pavia sulla Via Francigena

La tappa si conclude idealmente al Ponte Coperto di Pavia, uno dei simboli della città. Per chi arriva a piedi, è il segno visibile che la giornata sta finendo. Sotto passa il Ticino, davanti comincia il centro storico, alle spalle restano i chilometri della pianura. Il ponte attuale fu ricostruito nel dopoguerra riprendendo le forme dell’antico ponte medievale, distrutto durante la Seconda guerra mondiale.

Anche per questo ha un valore particolare: unisce le due rive, ma anche la memoria della città con la sua ricostruzione.

Ponte Coperto di Pavia sul fiume Ticino, raggiunto dai pellegrini lungo la Via Francigena verso Roma dopo la tappa da Garlasco.
Il Ponte Coperto di Pavia, raggiunto lungo la Via Francigena verso Roma.

Molti pellegrini, però, si fermano poco prima di attraversarlo, nel quartiere di Borgo Ticino, dove si trova l’Ostello Santa Maria in Betlem. È una delle accoglienze più conosciute di Pavia per chi percorre la Via Francigena. Si trova accanto alla chiesa omonima, in una zona che ha un legame antico con il fiume, con il passaggio dei viandanti e con l’ospitalità. La stessa Santa Maria in Betlem, secondo la tradizione locale, era legata già nel Medioevo all’accoglienza di pellegrini diretti verso la Terrasanta.

L’ostello

L’ostello è frequentato da pellegrini di provenienze diverse. Ci arrivano camminatori della Via Francigena, viaggiatori che hanno percorso la Via Francisca del Lucomagno e persone che stanno unendo più itinerari. In un luogo così, Pavia è un piccolo crocevia di cammini, racconti e direzioni.

Entro all’ostello insieme a un altro pellegrino, un uomo abruzzese di circa sessant’anni. Mi dice di essere già stato lì e di aver appena terminato la Via di San Francesco. Ha quell’aria soddisfatta e un po’ consumata di chi ha appena chiuso un percorso importante e non ha ancora del tutto smesso di camminare dentro di sé.

Quel giorno entrambi abbiamo prenotato un posto in dormitorio. La stanza però è stretta, fa caldo, c’è odore di sigaretta e l’organizzazione dei posti letto mi sembra poco adatta alle condizioni fisiche di chi arriva dopo una lunga tappa. A me viene assegnato il secondo piano di un letto a castello, ma con il dolore alla gamba destra salire e scendere diventa difficile.

Decido allora di andare a parlare con la suora. Le mostro la gamba gonfia e le chiedo se sia possibile spostarmi in una stanza privata, pagando naturalmente la differenza. Non voglio fare storie, né lamentarmi più del necessario, ma ho bisogno di riposare davvero. Dopo sei giorni di cammino, con piedi e gamba in quelle condizioni, una notte fatta male potrebbe compromettere la tappa successiva.

La suora accetta. Mi sposta in una stanza privata e quella sera riesco finalmente a riposare come si deve. A volte basta poco per cambiare una giornata: un letto più accessibile, un po’ di silenzio, una porta che si chiude, la possibilità di non doversi arrampicare su una cuccetta mentre la gamba protesta.

All’ostello arriva anche Renata, la pellegrina svizzera conosciuta alla Casa del Pellegrino di Garlasco. Ci scambiamo qualche parola sul tratto appena percorso, contenti di esserci ritrovati. Lei, naturalmente, andrà nella stanza riservata alle donne pellegrine. Renata è una di quelle viaggiatrici che sembrano sorridere prima ancora di parlare. Con persone così si diventa amici in fretta, almeno per il tempo del cammino.

E sul cammino, a volte, quel tempo basta.

Ingresso e camerata dell’Ostello Santa Maria in Betlem a Pavia, alloggio per pellegrini della Via Francigena nel quartiere Borgo Ticino.

Pavia

Dopo essermi sistemato, esco a fare un giro per Pavia. La città merita, anche quando le gambe vorrebbero restare ferme. Pavia è una città storica e universitaria, piena di studenti, biciclette, portici, chiese, cortili e palazzi che conservano ancora un’aria medievale. L’Università ha radici antichissime: la tradizione ricorda la scuola istituita nell’825 dall’imperatore Lotario e lo Studium Generale fondato nel 1361.

Questa presenza universitaria si sente ancora oggi, nelle strade, nei gruppi di ragazzi, nei locali, nell’energia giovane che attraversa il centro.

Raggiungo Piazza del Duomo e la Cattedrale di Santo Stefano e Santa Maria Assunta. Il Duomo di Pavia è imponente, con una cupola che domina il centro storico e una lunga storia costruttiva iniziata nel 1488 sulle antiche cattedrali romaniche della città. Non ho la freschezza mentale per una visita accurata, ma anche uno sguardo rapido basta per capire che Pavia meriterebbe molto più tempo di quello che un pellegrino stanco riesce a darle.

Duomo di Pavia visto dal centro storico con la grande cupola, palazzi porticati e tavolini all’aperto nella piazza

Passeggio poi lungo Corso Cavour, pieno di negozi, persone, vetrine e movimento. Dopo giorni di paesi piccoli e silenzi rurali, la città sembra quasi troppo piena. Anche se è bello ritrovare questa energia. Pavia ha una vita urbana densa, con spazi in cui il passato resta leggibile, fra torri, piazze, chiese, pietra, mattoni, scorci improvvisi.

Compro qualcosa di già pronto da mangiare e torno verso il Ticino. Mi siedo su una panchina affacciata al Ponte Coperto.

La mia giornata da pellegrino finisce così: guardando il passaggio continuo di giovani, anziani, studenti, viaggiatori, famiglie, persone arrivate da lontano e persone che forse a Pavia sono nate.

Mi viene da pensare a chi arriva in Italia soprattutto per necessità, per lavoro, per mandare soldi alla famiglia, per cercare una possibilità più stabile. Non c’è nulla di sbagliato in questo. Anzi, è una delle forme più concrete di coraggio. Però mi auguro che, un giorno, anche chi oggi attraversa il nostro paese per bisogno possa permettersi di attraversarlo per piacere, per curiosità, per lentezza. Che possa guardare un fiume senza fretta, entrare in una chiesa senza dover correre, sedersi su una panchina e sentire che la vita non è soltanto sopravvivenza, lavoro e obblighi.

Statua della Lavandaia a Pavia, nel Borgo Ticino vicino al Ponte Coperto, monumento dedicato alle donne che lavavano i panni nel fiume Ticino.
Statua della Lavandaia a Pavia, nel Borgo Ticino vicino al Ponte Coperto.

Forse è anche per questo che camminare insegna qualcosa, riduce i bisogni all’essenziale: acqua, cibo, sonno, un letto, un piede davanti all’altro. Fa emergere il valore delle cose che non sono strettamente necessarie e che rendono la vita più larga: una città bella, una conversazione, un ponte al tramonto, un organo che suona quando entri in un santuario, una persona ritrovata in ostello.

Resto ancora un po’ sulla panchina, con il pensiero già rivolto al giorno dopo. La tappa successiva non so bene cosa porterà. Non lo sai mai, in fondo. Puoi guardare la mappa, prenotare un letto, controllare il meteo, ma il cammino trova sempre il modo di aggiungere qualcosa di suo.

Ed è proprio questa, forse, la magia del viaggio.

Ponte Coperto di Pavia sul fiume Ticino con arcate in muratura, copertura porticata e cupola del Duomo sullo sfondo al tramonto
Ponte Coperto di Pavia: il simbolo della città sul Ticino
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