Che cosa succede quando, nello spazio, un guasto non può essere semplicemente risolto tornando indietro?
La domanda diventa particolarmente inquietante pensando ad Apollo 11: se il modulo lunare Eagle non fosse riuscito a decollare dalla Luna, Neil Armstrong e Buzz Aldrin avevano una procedura per porre fine alla propria vita? E che cosa avrebbe dovuto fare Michael Collins, rimasto da solo in orbita lunare?
La risposta è meno cinematografica e più interessante. Nei documenti pubblici consultati per questo articolo non emerge una procedura NASA che ordinasse agli astronauti di suicidarsi. Esisteva invece un insieme molto articolato di procedure di emergenza, aborti di missione, manovre di soccorso e criteri per interrompere un’attività prima che la situazione diventasse irrecuperabile. Per Apollo 11 la Casa Bianca aveva persino preparato un discorso da usare nel caso in cui Armstrong e Aldrin fossero rimasti bloccati sulla Luna, ma quel testo riguardava la comunicazione pubblica di una tragedia, non una procedura di volo.
In breve: le emergenze spaziali vengono gestite per fasi e per veicolo. Si cerca prima di prevenire la perdita di opzioni, poi di mettere l’equipaggio in sicurezza, interrompere la missione, isolare il problema, usare un veicolo come rifugio o rientrare sulla Terra. Quando la distanza e la meccanica orbitale rendono impossibile un soccorso, il margine può però ridursi fino a scomparire.
Apollo 11: se Eagle non fosse riuscito a ripartire dalla Luna?
Il 21 luglio 1969 Armstrong e Aldrin dovevano lasciare la superficie lunare usando lo stadio di risalita di Eagle. Il suo sistema propulsivo aveva un compito essenziale: portare i due astronauti dalla Luna a un’orbita nella quale potessero ricongiungersi con il modulo di comando Columbia, pilotato da Michael Collins.
Il rapporto tecnico NASA sul sistema di propulsione di risalita del modulo lunare spiega che una ridondanza completa del sottosistema sarebbe stata proibitiva. In pratica non esisteva un secondo motore di risalita completo pronto a sostituire il primo. Per questo il progetto puntava in modo particolare sull’affidabilità, sui test a terra e sulla ridondanza di diversi componenti e comandi dove era tecnicamente possibile.
Questo non significa che qualsiasi anomalia avrebbe condannato immediatamente l’equipaggio. Le Mission Rules di Apollo 11 imponevano criteri severi prima di proseguire con la discesa. Prima della Powered Descent Initiation, per esempio, il modulo lunare doveva conservare la capacità di atterrare, risalire, effettuare un rendez-vous e attraccare senza violare i limiti stabiliti. Se si perdevano capacità critiche, la missione poteva essere interrotta prima dell’allunaggio.
Anche il rendez-vous aveva piani alternativi. Nel Flight Plan di Apollo 11 compaiono specifiche schede per il CSM rescue: se il modulo lunare fosse riuscito a raggiungere l’orbita ma non a completare autonomamente l’incontro, Collins avrebbe potuto usare Columbia come veicolo attivo per tentare il soccorso.

Il caso peggiore: nessun decollo dalla superficie
Lo scenario davvero senza uscita sarebbe stato un guasto che avesse impedito allo stadio di risalita di lasciare la superficie lunare. In quel caso Armstrong e Aldrin non avrebbero potuto raggiungere Collins. Columbia era un veicolo orbitale: non poteva scendere sulla Luna per recuperarli e poi ripartire.
Non esisteva inoltre un secondo lander già disponibile per un soccorso rapido. Preparare e lanciare un’altra missione Apollo avrebbe richiesto tempi incompatibili con i consumabili del modulo lunare. Armstrong e Aldrin avrebbero potuto continuare a usare le risorse e le comunicazioni disponibili mentre a Houston si cercavano eventuali soluzioni tecniche, ma una mancata partenza totale di Eagle avrebbe lasciato pochissime possibilità reali.
E Michael Collins?
Collins aveva un ruolo diverso. Durante la permanenza dei compagni sulla superficie rimase solo in orbita lunare a bordo di Columbia. Le procedure di rendez-vous prevedevano che potesse modificare la propria orbita per soccorrere il modulo lunare se questo fosse riuscito almeno a raggiungere lo spazio attorno alla Luna.
Se invece Eagle fosse rimasto definitivamente a terra, Collins non avrebbe avuto un mezzo per raggiungerlo. Una volta esaurite le possibilità di soccorso, l’architettura della missione lasciava a Columbia la capacità di effettuare la manovra di Trans-Earth Injection e tornare sulla Terra. In sostanza, il terzo astronauta avrebbe dovuto affrontare il rientro da solo.
Questa non era una soluzione improvvisata all’ultimo minuto: Collins disponeva di istruzioni e contingencies specifiche per le fasi in cui gestiva da solo il modulo di comando. Ciò che non esisteva era una manovra capace di trasformare un veicolo orbitale in un mezzo di recupero dalla superficie.

Il famoso discorso di Nixon: un piano per la tragedia, non per il suicidio
Una parte della confusione nasce da un documento autentico. Il 18 luglio 1969, mentre Apollo 11 era già in viaggio verso la Luna, lo speechwriter della Casa Bianca William Safire preparò un testo intitolato In Event of Moon Disaster.
Il discorso, conservato dai National Archives statunitensi, era destinato al presidente Richard Nixon nel caso in cui Armstrong e Aldrin fossero rimasti sulla Luna senza possibilità di ritorno. Il memorandum prevedeva anche che il presidente telefonasse alle loro mogli prima dell’annuncio pubblico. Dopo il discorso, nel momento in cui NASA avesse terminato le comunicazioni con gli astronauti, un religioso avrebbe adottato una formula ispirata alla sepoltura in mare.
È un documento duro da leggere, ma va interpretato per quello che era: un piano politico e cerimoniale per comunicare una perdita già considerata inevitabile. Non indicava agli astronauti come morire, non prescriveva un suicidio e non era una checklist operativa NASA.
Le “pillole suicide” degli astronauti: che cosa sappiamo davvero
La storia secondo cui gli equipaggi Apollo avrebbero portato con sé pillole da usare in caso di missione senza ritorno compare periodicamente in racconti e discussioni online. Nelle fonti pubbliche esaminate per questo articolo non abbiamo trovato una procedura NASA di questo tipo.
Un riferimento particolarmente utile viene da James Lovell, comandante di Apollo 13. Nel volume storico NASA Apollo Expeditions to the Moon (NASA SP-350), Lovell ricordò di essere stato spesso interrogato proprio sulle presunte “suicide pills” e spiegò che l’equipaggio non le aveva e che, negli anni trascorsi come astronauta e dirigente NASA, non aveva mai sentito parlare di una simile dotazione.
Questo non significa che ogni agenzia spaziale, in ogni epoca e per ogni missione, abbia pubblicato integralmente tutti i propri protocolli. Significa più semplicemente che non ci sono basi solide per presentare il suicidio come una normale procedura di emergenza degli astronauti.
Non esiste una sola “procedura d’emergenza degli astronauti”
Le procedure cambiano con il veicolo, la fase di volo, la distanza dalla Terra e il tipo di guasto. Un’emergenza sulla rampa di lancio richiede strumenti completamente diversi da una perdita di pressione sulla Stazione Spaziale Internazionale o da un problema durante una passeggiata spaziale.
Il principio comune è conservare il maggior numero possibile di opzioni. Le regole di missione possono imporre di interrompere un’attività prima che venga persa una ridondanza importante; i sistemi di fuga allontanano la capsula da un razzo in avaria; i moduli pressurizzati possono essere isolati; i veicoli attraccati possono diventare una via di evacuazione; le squadre a Terra preparano traiettorie, recuperi e assistenza medica.
| Fase o situazione | Rischio | Risposta possibile | Esempio |
|---|---|---|---|
| Rampa e lancio | Guasto grave del vettore | Evacuazione della rampa o sistema di abort che separa la capsula dal razzo | Crew Dragon, Orion, Soyuz |
| Orbita / stazione | Incendio, depressurizzazione, atmosfera contaminata | Protezione respiratoria, localizzazione del problema, isolamento dei compartimenti, rifugio o evacuazione | Addestramento di emergenza ISS |
| EVA | Perdita del collegamento fisico al veicolo | Tether di sicurezza e, sulle EVA ISS, dispositivo SAFER per l’autorientamento e il rientro verso la struttura | Passeggiate spaziali dalla ISS |
| Emergenza medica | Malattia o trauma oltre le capacità disponibili a bordo | Stabilizzazione, supporto medico da Terra ed eventuale evacuazione o rientro anticipato | Standard NASA per la medical evacuation |
| Rientro | Traiettoria o atterraggio fuori nominale | Modalità di rientro alternative, aree di recupero e squadre di soccorso | Soyuz MS-10 nel 2018 |
| Spazio profondo | Guasto lontano da un rifugio o da una possibilità di ritorno rapido | Abort, riconfigurazione dei sistemi, uso di un altro modulo come rifugio, conservazione dei consumabili; il soccorso può essere fisicamente impossibile | Apollo 13 e, nel caso limite, lo scenario Apollo 11 sulla superficie lunare |
Durante il lancio: allontanarsi dal razzo prima che sia troppo tardi
Il lancio concentra molta energia in pochi minuti e per questo i veicoli con equipaggio prevedono sistemi dedicati alla fuga. La Crew Dragon, per esempio, utilizza otto motori SuperDraco integrati nella capsula. In caso di emergenza sulla rampa o durante la salita possono separarla dal Falcon 9 e portarla verso una traiettoria di discesa sotto paracadute. NASA e le squadre di recupero pianificano anche possibili ammaraggi lungo la traiettoria di ascesa.
Il sistema di abort di Orion usa invece una torre sopra la capsula. Un motore la allontana dal razzo, un sistema di controllo ne governa l’orientamento e un terzo motore separa la torre prima dell’apertura dei paracadute. Quando la torre non serve più, gli scenari di abort successivi vengono gestiti con altri sistemi del veicolo.
Queste non sono capacità puramente teoriche. L’11 ottobre 2018 un’anomalia del vettore Soyuz che trasportava Nick Hague e Alexey Ovchinin portò all’interruzione della salita. La capsula effettuò un rientro balistico dopo l’abort e i due membri dell’equipaggio furono recuperati in buone condizioni.

Incendio, perdita di pressione e contaminazione a bordo
Sulla Stazione Spaziale Internazionale le emergenze più temute comprendono incendio, depressurizzazione rapida e atmosfera tossica. Gli equipaggi si addestrano a questi scenari prima del volo e continuano a esercitarsi in orbita insieme ai centri di controllo.
Le azioni dipendono da ciò che sta accadendo. Possono comprendere l’uso di protezioni respiratorie, l’identificazione della zona coinvolta, la chiusura di portelli per isolare una perdita o un incendio, il controllo della pressione e la preparazione del veicolo di rientro. L’obiettivo iniziale è capire rapidamente se sia possibile mantenere una zona abitabile e se la stazione possa continuare a essere utilizzata in sicurezza.
Un addestramento NASA dell’Expedition 68, per esempio, includeva scenari di depressurizzazione, perdita di ammoniaca e incendio. Nell’agosto 2026 l’Expedition 75 ha svolto un’esercitazione analoga coordinandosi con le squadre a Terra.

La depressurizzazione e la lezione di Soyuz 11
La perdita di pressione è uno degli esempi più chiari di come gli incidenti abbiano modificato le procedure e il progetto dei veicoli.
Nel 1971 i tre cosmonauti di Soyuz 11 morirono dopo una depressurizzazione improvvisa della capsula durante il rientro. Non indossavano tute pressurizzate. NASA ricorda che, dopo l’incidente, il programma sovietico sospese temporaneamente i voli con equipaggio, ridisegnò il veicolo e introdusse l’uso delle tute durante lancio e atterraggio. La ricostruzione storica di NASA mostra quanto una barriera individuale di pressione possa diventare decisiva quando il volume abitabile viene perso troppo rapidamente per essere riparato.
Gli attuali standard NASA per le tute richiedono infatti capacità di protezione dalla depressurizzazione nelle fasi considerate ad alto rischio, tra cui lancio, ingresso e discesa, con requisiti adattati al veicolo e alla missione.
Fuori dal veicolo: tether e SAFER nelle passeggiate spaziali
Durante una EVA la prima protezione contro l’allontanamento incontrollato è il collegamento fisico al veicolo. Gli astronauti utilizzano tether di sicurezza e assicurano anche gli strumenti per evitare che si perdano nello spazio.
Sulle passeggiate spaziali della ISS viene inoltre indossato il SAFER, Simplified Aid for EVA Rescue, un piccolo sistema propulsivo autonomo. È pensato come dispositivo di emergenza: se un astronauta si separasse dalla struttura e non potesse recuperare il contatto con altri mezzi, SAFER offrirebbe una capacità limitata di manovra per tornare verso la stazione.
Anche qui la parola chiave è stratificazione: una procedura di sicurezza efficace non dipende da un unico gesto, ma da più barriere che cercano di impedire al problema iniziale di diventare irreversibile.
Che cosa succede in caso di emergenza medica?
Le missioni spaziali prevedono addestramento medico, farmaci e attrezzature a bordo, oltre al supporto dei medici a Terra. Se una malattia o un trauma superano le capacità disponibili, il problema diventa anche logistico: quanto tempo serve per raggiungere cure più avanzate?
Lo standard NASA dedicato a Health and Medical Care stabilisce che debba essere disponibile una possibilità di evacuazione medica per condizioni oltre le capacità locali, quando lo scenario e la missione lo consentono. La stessa documentazione precisa un limite importante: in alcune missioni la meccanica orbitale può rendere il ritorno impossibile o così lento da non essere utile.
È una differenza fondamentale tra un’emergenza in orbita terrestre bassa e una futura missione lontana dalla Terra. Sulla ISS un veicolo attraccato offre una via di ritorno relativamente rapida; nello spazio profondo non esiste necessariamente un mezzo di soccorso che possa essere inviato in tempo.
Apollo 13: quando le procedure devono adattarsi a un guasto imprevisto
Apollo 13 resta uno dei casi più istruttivi. Dopo il guasto a un serbatoio di ossigeno nel modulo di servizio, l’allunaggio fu cancellato e il modulo lunare Aquarius venne usato come rifugio per mantenere in vita l’equipaggio durante gran parte del viaggio di ritorno.
La missione mostra che le procedure non sono copioni capaci di prevedere ogni combinazione di guasti. Esistono checklist, limiti, sistemi ridondanti e scenari preparati in anticipo; quando l’incidente supera ciò che era stato previsto, equipaggio e controllo missione devono usare quelle conoscenze per costruire una soluzione compatibile con le risorse rimaste. La pagina NASA dedicata ad Apollo 13 ricostruisce questo passaggio dal tentativo di salvare la missione alla priorità assoluta del rientro dell’equipaggio.
Quando il soccorso è impossibile: il limite fisico delle procedure
Nello spazio la sicurezza è legata alla distanza in modo molto concreto. Sulla Terra un mezzo di soccorso può partire da un’altra città o da un altro Paese. In orbita, sulla Luna o più lontano bisogna invece rispettare traiettorie, finestre di lancio, quantità di propellente, capacità di attracco e tempi di viaggio.
Per questo un piano di emergenza serio comprende anche la possibilità che il soccorso non sia disponibile. Lo standard medico NASA citato sopra lo riconosce esplicitamente quando osserva che, in funzione della missione e della dinamica orbitale, un ritorno sulla Terra può diventare impossibile o troppo lento.
È proprio qui che torna utile il caso Apollo 11. NASA aveva preparato aborti e manovre di rescue per molte anomalie. Ma se Eagle non fosse riuscito in alcun modo a lasciare la superficie, la geometria della missione avrebbe oltrepassato il confine entro il quale una procedura poteva ancora creare una via di salvezza.
Esiste dunque un “piano finale” per gli astronauti?
Non nel senso spesso suggerito dai racconti più macabri. Le fonti pubbliche esaminate descrivono sistemi di fuga, procedure di abort, rifugi, isolamento dei guasti, rientri anticipati, soccorso orbitale, assistenza medica e protocolli di comunicazione. Nei documenti consultati non compare una normale procedura NASA che prescriva all’equipaggio di porre fine alla propria vita quando il recupero diventa impossibile.
Esistono invece piani per affrontare la perdita di un veicolo o di un equipaggio dal punto di vista operativo e istituzionale. Il memorandum di Safire per Apollo 11 ne è un esempio storico: la Casa Bianca aveva pensato in anticipo a che cosa dire al pubblico e alle famiglie se una missione senza precedenti si fosse conclusa sulla Luna.
La distinzione è importante. Prepararsi alla possibilità di una morte non equivale a prescriverla. La logica operativa delle missioni con equipaggio è conservare la vita finché esiste una possibilità tecnicamente praticabile, anche a costo di rinunciare agli obiettivi scientifici o esplorativi.
Guardare l’esplorazione spaziale con più calma
Le missioni spaziali vengono spesso raccontate attraverso il momento del lancio, l’allunaggio o le immagini spettacolari della Terra. Le procedure d’emergenza mostrano un lato meno visibile dell’esplorazione: anni di prove, simulazioni, ridondanze, limiti scritti e decisioni prese per evitare che un singolo problema diventi una catastrofe.
È un tema che si lega bene allo spirito di Astronomia Slow: fermarsi a capire che cosa significa davvero “viaggiare” nello spazio, dove una distanza di poche decine di chilometri può essere irraggiungibile se si è nel veicolo sbagliato e dove tornare a casa dipende dalla fisica prima ancora che dalla volontà.
Per continuare a esplorare questi temi su Viaggiare con Lentezza si possono leggere anche Cosa c’è fuori dall’universo se continua a espandersi?, l’approfondimento sulla gravità del Sole e la sua influenza a grandi distanze e la sezione Slow Science.
Fonti e approfondimenti
- U.S. National Archives – In Event of Moon Disaster
- NASA Technical Reports Server – Apollo Experience Report: Ascent Propulsion System
- NASA – Apollo 11 Mission Rules
- NASA – Apollo 11 Flight Plan
- NASA – Apollo 11 Mission Overview
- NASA NTRS – Apollo Expeditions to the Moon, NASA SP-350
- NASA – SpaceX Crew Rescue and Recovery
- NASA – Orion Spacecraft Components / Launch Abort System
- NASA – ISS emergency training: depressurization, ammonia leak and fire
- NASA – Health and Medical Care, Medical Evacuation
- NASA – EVA Systems and SAFER
- NASA – Remembering the Crew of Soyuz 11
- NASA – Soyuz MS-10 Launch Abort
Ultimo controllo redazionale: 3 settembre 2026. Procedure, veicoli e configurazioni operative possono cambiare. Per informazioni tecniche attuali è sempre preferibile ricontrollare le pagine dell’agenzia o del gestore della missione.
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