Le motrici dei treni del Vietnam sono massicce, compatte. Sono musi rettangolari di acciaio. Somigliano a dei blindati su rotaia che trascinano carrozze esili e talvolta eleganti, dalla comune forma bombata. Associandoli al territorio ci si vedono dei bufali di metallo che corrono tumultuosi e irrefrenabili, facendo lunghe soste al riparo da una tabella di marcia per riposare.
Sulla motrice del treno arrivato da poco in stazione, si muoveva in equilibrio un ferroviere degli anni cinquanta del continente europeo, con tuta da lavoro ordinata e stinta, latta in mano e berretto con torcia. Svitata una manopola sul tetto, con un altro ferroviere a seguire l’operazione dai binari, versava quello che sembrava olio motore a poco a poco nella conduttura, con attenzione, viso duro e attento. Dalla banchina un turista riprendeva la scena con il cellulare, riportando il tempo al 2026.
Attraversare il Vietnam da nord a sud attraverso la Reunification line, che corre da Hanoi fino a Saigòn, ovvero Ho Chi Minh city. La linea ferroviaria unificata è stato uno dei simboli oltre che un segno evidente di un Paese che tornava un intero, che superava una violenta, tragica intromissione nelle sue decisioni interne, e di un processo di riconciliazione nazionale. L’idea mi è balenata un giorno mentre mi chiedevo come avrei potuto muovermi in modo sicuro verso sud, godendo del viaggio, scoprendo il territorio, avendo una direttiva che funzionasse da riferimento. In tanti arrivano in aereo nella capitale con il progetto di acquistare uno scooter per un centinaio di euro e lanciarsi in un coast to coast che equivale a un “from the top to the bottom”, dal capo ai piedi per la lunghissima spina dorsale del Vietnam. Io volevo un modo di spostarmi che lasciasse autonomia, permettesse un percorso a tappe, gradualità, e mi mettesse su un mezzo che mi piacesse per far sì che gli spostamenti stessi fossero un’occasione di relax e godimento oltre che una opportunità di incontro. Il treno era il mio mezzo.
Dopo aver letto di come era strutturata la linea ferroviaria, essermi fatto dei calcoli su tempi di percorrenza, giorni impiegabili e località preferibili, ho preso il primo biglietto per questo lungo scorrimento a lambire la costa da Hanoi, la capitale, caotica, inquinata, acquatica, magnetica, alla città di Ninh Binh, famosa per le splendide “baie interne” di Trang An e Tam Cuoc.
Sono popolarissimi i treni in Vietnam, nei diversi sensi del termine. I biglietti tendono a sparire in fretta perché in molti tra i locali ci si imbarcano in una lunga traversata verso sud, usando le poche carrozze a disposizione.
I treni della categoria SE si muovono lungo la costa orientale arrivando fino alla grande capitale meridionale, Saigòn come ancora la chiamano con affetto e orgoglio quelli del Paese. Il viaggio da un capo all’altro dura tra le trentadue e le trentasei ore, sfila per 1.700 chilometri circa, e anche se immagino che non siano masse di gente a farsi la tratta intera, molti restano a bordo anche oltre le dodici ore, per arrivare magari in una grande città come Da Nang o ancora oltre fino a Nha Trang, scegliendo quindi di dormire in una delle cuccette da quattro o da sei disponibili. Le carrozze della categoria con posti a sedere sono limitate, due, tre o quattro per mia esperienza a seconda del numero del treno, e vanno via in fretta.

Sono popolarissimi i treni in Vietnam perché è un mezzo economico. Molti dei passeggeri che utilizzano il servizio della Reunification line sono della classe che sarebbe definita proletaria, gente che effettua una piccola trasmigrazione e come accadeva negli anni cinquanta e sessanta da noi, porta con sé il necessario e tutto quello che ritiene tale: bagagli dal peso provante, sacchi legati con corde, buste, pacchi di cartone riempiono i vani e finiscono tra i sedili. Cala il sonno tra i passeggeri a volte già nel primo pomeriggio, vengono prese le coperte a disposizione, sono chiuse tutte le tendine e chi vuole più spazio stende sacchi di plastica tra i sedili e si stende lì. Le gambe sbucano in mezzo al corridoio, addetti di bordo e carrelli con cibo e bevande schivano o smuovono i dormienti, con assoluta comprensione e condivisione.
Sono i viaggi di “terza classe” di chi paga poco, come ho scelto in più occasioni di fare anche io, e arriva a destinazione a volte con un carico di ansia lasciato a bordo… Sto andando da Ninh Binh a Vinh, il controllore apre la porta della carrozza, entra e urla il nome di una stazione intermedia, un vecchio addormentato scatta dal sedile di soprassalto, sbottando qualcosa nel dormiveglia, e con un salto felino è sul bracciolo del sedile, afferra un sacco e lo lancia in mezzo al corridoio. Poi si rende conto di avere reagito di istinto ad un brivido ansioso nel torpore del sonno, si gratta la testa mentre i passeggeri della carrozza ridono, si rimette a sedere dato che non è la sua fermata, il nipote riprende il sacco e lo infila nuovamente sulla reticella.
Ho preso il treno nove volte in Vietnam, quattro volte è partito in ritardo, due volte è partito in orario e arrivato in ritardo, le altre volte è andata come da tabellone.
Le carrozze sono generalmente pulite, spesso i ferrovieri danno un colpo di scopa o passano lo straccio per i corridoi e altri addetti con sacco di plastica in mano raccolgono fila per fila cartacce e contenitori dei cibi consumati dai passeggeri. Nel caso della tratta pomeridiana su SE verso Hue la carrozza era invece sporchissima e scarafaggi vagavano tra i sedili e le gambe dei passeggeri. Ogni spazio era occupato, la luce era scarsa e c’era un’aria abbastanza stantìa.
Nelle pubblicità delle ferrovie dello stato, che vengono proiettate con luccichii nelle sale d’attesa delle stazioni, si vedono carrozze linde e luminose, con i sedili in pelle e i tavolinetti con lampade a led. A bordo artisti ingaggiati eseguono musiche e danze tradizionali vietnamite per i passeggeri e nella carrozza ristorante vengono servite le tipicità gastronomiche. Non è fantascienza. Pensavo si trattasse di treni executive riservati a chi è disposto a spendere cifre non comuni e ai turisti in stile di vacanza deluxe, ma non è così. Sono i treni del servizio HD, che seguono un percorso diverso rispetto ai più “ordinari” SE.
Mancando il treno da Hue a Da Nang, perché i biglietti erano finiti e non avevo acquistato in anticipo online, ci sono capitato sopra per fortunata alternativa sei ore dopo. Colore lilla e bianco all’esterno, motrice sempre massiccia e rettangolare ma dai colori più accesi, interni con sedili in pelle marrone chiaro comodi e accoglienti. E tutto si svolge come da copione. Le voci negli altoparlanti fanno continuamente marketing culturale su quello che succede a bordo e fuori dai finestrini. Poco dopo la partenza due belle signore vestite con eleganti abiti lunghi hanno invitato tutti i passeggeri, anche se parlando esclusivamente in vietnamita, a recarsi nella carrozza comune per assistere a un concertino di musica tradizionale. Così, più della metà della carrozza in cui ero si è riversata in quella centrale, e dopo alcuni minuti di esitazione, l’ho fatto anche io.
Di fronte ad un muro di spettatori le due donne, una con delle percussioni simili a nacchere l’altra con un đàn bầu, tradizionale monocorde, diffondevano una musica lenta e suadente.
Se la performance artistica a mio parere somiglia più a un laccato biglietto da visita che a una genuina espressione di passione e abilità, il cibo servito nella carrozza di ristorazione è di una qualità che sorprende: su strada ferrata il nutrimento del corpo batte quello dello spirito.
In viaggio ho conosciuto Sam, canadese di origine vietnamita, con cui avrei passato poi una serata in giro per mercati notturni e quartieri di Da Nang. Mentre chiacchieravamo a bordo, al di là del finestrino si apriva la visuale sulla costa ai piedi del Hai Van Pass, sul mare e su una lussureggiante vegetazione addossata ai fianchi delle montagne per chilometri e chilometri, tagliata sulla trequarti da decine di cavi elettrici che sfilano come cancellature da un traliccio all’altro. Gli Heritage Trains sono due, l’HD2 e l’HD4, e collegano Hue a Da Nang in un servizio che è una valorizzazione culturale e territoriale tanto quanto una promozione turistica chiassosa, se si considera che viene enfatizzato nel corso delle due ore di percorrenza che la Lonely Planet ha definito la tratta il più bel percorso panoramico su linea ferroviaria al mondo. Prima in classifica. Ha senso?

L’esperienza è piacevole, ha prezzi accessibilissimi e lascia il ricordo di una ammaliante bellezza.
Arrivato quasi in fondo alla lunga scivolata via costa, da Nha Trang, una località balneare popolarissima tra i russi e molto orientata ad accogliere turisti stranieri, scelgo di fare l’ultima lunga tratta fino a Ho Chi Minh city di notte, viaggiando in una cuccetta da quattro posti.
Non ho mai viaggiato di notte sui binari del Vietnam e tanto per variare mi piace l’idea di dormire correndo tra le pianure e le città e svegliarmi nel primo giorno lì dove devo arrivare.
Nello scompartimento con me si sistema una donna giapponese con due bambini. Acrobazie di questi ultimi tra i ferri delle cuccette fino a una certa ora, scherzi, videogiochi al cellulare, sfottò reciproci e risatine con lo straniero, premura di tutti nel non intralciare i movimenti dei temporanei coinquilini, poi luci spente e rumore delle carrozze che sfrecciano, metalliche e cigolanti, col piacevole pensiero che per alcune ore la conduzione del viaggio si può lasciare nelle mani di altri. Un percorso semplice.
Resta un’esperienza insolita quella di avere un letto che sfreccia mentre si è sopra sdraiati e immobili, magari con gli occhi che guardano la sottile parete del tetto, oltre cui c’è il vasto paesaggio di quella notte, solenne e inattingibile.
Arriviamo a Saigòn appena prima dell’alba e ci salutiamo sorridendo anche se non abbiamo parlato tra di noi la sera prima. La solidarietà naturale tra le persone è una delle immagini da conservare in un diario. Non c’è niente da dire, l’intesa può essere quasi scontata, è un attimo riconoscere la somiglianza tra ognuno.
Alla fine di una lunghissima singolare traversata sento il bisogno di condividere il momento con qualcuno. Scatto una foto all’insegna della stazione che vedo davanti a me, Ga Sàigòn, aggiungo due parole e invio un messaggio ad un amico a dodicimila chilometri di distanza. Poi mi incammino verso l’uscita come un passeggero felice che respira l’aria del mattino.


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