Quando guardiamo il cielo di notte, la regione intorno alla Terra sembra vuota. Dal punto di vista delle attività umane, alcune fasce orbitali sono invece diventate ambienti molto frequentati.
Ci sono satelliti per telecomunicazioni, navigazione, meteorologia e osservazione della Terra. Ci sono veicoli scientifici, stadi superiori dei razzi e satelliti che hanno terminato da anni la propria missione. Intorno a loro viaggiano frammenti prodotti da esplosioni, collisioni e precedenti attività spaziali.
Il Space Environment Report 2026 dell’Agenzia Spaziale Europea descrive un ambiente orbitale che continua ad affollarsi. Nel solo 2025 sono avvenuti più di 300 lanci e sono stati collocati in orbita oltre 4.000 nuovi payload. La crescita delle grandi costellazioni e dei lanci che trasportano molti satelliti contemporaneamente ha cambiato rapidamente il numero e la distribuzione degli oggetti intorno alla Terra.
Il problema riguarda soprattutto la possibilità di continuare a utilizzare in sicurezza alcune orbite nei prossimi decenni.
Approfondimento ESA:
https://www.esa.int/Space_Safety/Space_Debris/ESA_Space_Environment_Report_2026
Quanti oggetti ci sono davvero intorno alla Terra?
I numeri cambiano rapidamente e dipendono anche da che cosa viene contato.
Secondo le statistiche dello Space Debris Office dell’ESA, aggiornate al 31 luglio 2026, le reti di sorveglianza seguono regolarmente circa 47.070 oggetti artificiali. Circa 18.840 satelliti risultano ancora nello spazio e approssimativamente 15.900 sono indicati come funzionanti. La massa complessiva degli oggetti artificiali in orbita supera le 17.000 tonnellate.
Questi sono soprattutto gli oggetti che possono essere osservati e catalogati.
I modelli ESA stimano una popolazione molto più grande: circa 68.450 oggetti superiori a 10 centimetri, includendo satelliti attivi, circa 1,5 milioni di detriti tra 1 e 10 centimetri e circa 230 milioni tra 1 millimetro e 1 centimetro.
Le categorie non vanno semplicemente sommate o sottratte tra loro: dati catalogati e stime modellistiche utilizzano metodologie, soglie dimensionali e date di riferimento differenti. Il quadro generale, però, è chiaro. Una parte molto consistente della popolazione orbitale è troppo piccola per essere seguita individualmente.
Dati ESA sullo spazio circumterrestre:
https://sdup.esoc.esa.int/discosweb/statistics/
Detriti spaziali · i numeri ESA
Quanto è affollato lo spazio intorno alla Terra?
Gli oggetti abbastanza grandi possono essere individuati e catalogati.
Per i frammenti più piccoli bisogna invece ricorrere a modelli statistici.
Per questo i numeri seguenti descrivono categorie diverse e non vanno sommati tra loro.
Dati: ESA Space Debris Office, statistiche aggiornate al 31 luglio 2026.
Le stime dei frammenti derivano dal modello MASTER-8, popolazione di riferimento febbraio 2026.
https://sdup.esoc.esa.int/discosweb/statistics/
Che cosa viene chiamato “detrito spaziale”?
Nella definizione utilizzata dall’Inter-Agency Space Debris Coordination Committee e ripresa dall’ESA, i detriti spaziali sono oggetti artificiali non più funzionali che si trovano in orbita terrestre o stanno rientrando nell’atmosfera.
- Può trattarsi di un intero satellite fuori servizio, di uno stadio di un razzo, di adattatori utilizzati durante un lancio oppure di frammenti.
- Alcuni sono nati durante le normali operazioni di una missione.
- Molti altri provengono da rotture, esplosioni o collisioni.
ESA registra più di 660 eventi di frammentazione, collisione, esplosione o anomalia dall’inizio dell’era spaziale. I micrometeoriti hanno un’origine naturale e vengono studiati insieme ai detriti quando si valuta il rischio per un veicolo spaziale, ma costituiscono una popolazione diversa.
Statistiche e definizioni ESA:
https://sdup.esoc.esa.int/discosweb/statistics/
Perché anche un frammento molto piccolo può essere pericoloso
La massa di un oggetto racconta soltanto una parte del problema e in orbita conta moltissimo la velocità relativa.
In orbita terrestre bassa gli oggetti si muovono tipicamente a circa 7–8 chilometri al secondo. Secondo la NASA, una collisione tra un veicolo e un detrito avviene mediamente a una velocità relativa intorno ai 10 km/s, con valori che possono essere ancora maggiori. A queste velocità, un frammento di pochi centimetri possiede energia sufficiente per danneggiare seriamente un satellite. Gli oggetti abbastanza grandi possono essere seguiti dai radar e dai sistemi di sorveglianza. Gli operatori confrontano continuamente le orbite per individuare possibili incontri ravvicinati e, quando il veicolo dispone della capacità necessaria, possono effettuare una manovra di evitamento.
ESA esegue in media circa 12 manovre di collision avoidance ogni anno sulle proprie missioni. La Stazione Spaziale Internazionale utilizza inoltre schermature specifiche per proteggersi dalle particelle più piccole.
La fascia più difficile è quella intermedia: frammenti troppo piccoli per essere tracciati facilmente, ma sufficientemente grandi da provocare danni importanti.
NASA Orbital Debris Program Office:
https://www.orbitaldebris.jsc.nasa.gov/faq/
ESA – collision avoidance e rientri:
https://www.esa.int/Space_Safety/Space_Debris/Reentry_and_collision_avoidance
Le orbite non sono tutte affollate allo stesso modo
Dire che “lo spazio è pieno di rifiuti” può creare un’immagine sbagliata. Gli oggetti sono distribuiti dentro un volume enorme e la densità varia fortemente con quota e inclinazione dell’orbita. L’orbita terrestre bassa, o LEO, viene normalmente considerata la regione al di sotto dei 2.000 chilometri di quota. È qui che si concentra gran parte dell’attività satellitare.
Il rapporto ESA 2026 osserva che sotto i 600 chilometri il traffico è molto intenso ma comprende molti satelliti ancora operativi e capaci di manovrare. Tra circa 600 e 1.100 chilometri diventa particolarmente importante la presenza di detriti accumulati durante decenni di attività spaziali. Sopra i 1.100 chilometri, inoltre, la naturale perdita di quota può richiedere tempi molto lunghi, mentre stanno aumentando anche i satelliti presenti intorno ai 1.200 chilometri.
L’altitudine è quindi decisiva: un oggetto posto abbastanza in basso incontra ancora una tenue atmosfera che, lentamente, ne riduce l’energia fino al rientro. A quote maggiori questa forma naturale di “pulizia” diventa molto meno efficace e un oggetto abbandonato può rimanere nello spazio per tempi estremamente lunghi.
ESA – cambiamenti nell’ambiente orbitale:
https://www.esa.int/ESA_Multimedia/Images/2026/09/Changing_orbital_landscape_2026_Space_environment_report
La sindrome di Kessler
Uno dei termini più conosciuti quando si parla di detriti spaziali è sindrome di Kessler.
Deriva da un lavoro pubblicato nel 1978 da Donald Kessler e Burton Cour-Palais. I due ricercatori studiarono che cosa sarebbe potuto accadere aumentando progressivamente il numero di oggetti artificiali in orbita: ogni collisione può produrre nuovi frammenti, e quei frammenti possono aumentare a loro volta la probabilità di altre collisioni. Il fenomeno viene talvolta rappresentato come una catena improvvisa capace di avvolgere immediatamente la Terra in una nube impenetrabile. I modelli utilizzati oggi descrivono soprattutto un processo progressivo di degradazione dell’ambiente orbitale. Il rapporto ESA 2026 arriva a una conclusione importante: in alcune condizioni, anche interrompendo completamente i nuovi lanci, la popolazione di detriti potrebbe continuare a crescere perché le collisioni e le frammentazioni produrrebbero nuovi oggetti più rapidamente del loro rientro naturale.
Per questo la prevenzione della creazione di nuovi detriti potrebbe non essere sufficiente nelle regioni già più compromesse. ESA ritiene necessario sviluppare anche sistemi capaci di rimuovere oggetti già presenti.
NASA – studio originale di Kessler e Cour-Palais:
https://ntrs.nasa.gov/citations/19780057167
ESA – Space Environment Report 2026:
https://www.esa.int/Space_Safety/Space_Debris/ESA_Space_Environment_Report_2026
Nel 2025 sono stati messi in orbita più di 4.000 nuovi payload
La crescita recente del traffico spaziale ha modificato la scala del problema.
ESA registra per il 2025 oltre 300 lanci e più di 4.000 nuovi payload portati nello spazio. In media equivale a circa dieci nuovi payload al giorno.
Un lancio, oggi, può trasportare decine di satelliti e le grandi costellazioni commerciali hanno inoltre concentrato molti veicoli all’interno di determinate fasce orbitali. Un satellite nuovo non diventa automaticamente un detrito: molti veicoli moderni sono manovrabili, vengono controllati da terra e sono progettati pensando anche alla conclusione della missione. Il problema emerge quando un satellite smette di rispondere, rimane troppo a lungo in una regione trafficata oppure subisce un guasto che impedisce di completare il piano di smaltimento. A questo si aggiungono razzi e veicoli costruiti decenni fa, quando le regole e le tecnologie di fine vita erano molto meno sviluppate.
Fonte ESA:
https://www.esa.int/Space_Safety/Space_Debris/ESA_Space_Environment_Report_2026
Far rientrare i satelliti aiuta, ma apre una nuova domanda ambientale
Una delle strategie principali consiste nell’accorciare il tempo trascorso in orbita dopo la fine della missione.
ESA segnala che nel 2025 più di tre satelliti o corpi di razzo integri sono rientrati nell’atmosfera ogni giorno, in media. Nello stesso periodo i rientri controllati degli stadi di lancio hanno superato quelli incontrollati per il secondo anno consecutivo.
Gran parte del materiale si riscalda, fonde e vaporizza durante la discesa. Alcuni componenti possono sopravvivere.
Il rapporto ESA 2026 ha introdotto anche un indicatore dedicato al rischio di vittime al suolo causate dai rientri incontrollati. ESA sottolinea che il rischio individuale rimane basso rispetto a molti pericoli della vita quotidiana, ma la sua evoluzione va seguita perché il numero di rientri sta aumentando.
C’è poi una questione ancora meno conosciuta: che cosa accade ai materiali che vaporizzano nell’alta atmosfera?
Uno studio pubblicato nel 2023 da ricercatori NOAA e collaboratori ha identificato più di venti elementi riconducibili alle leghe utilizzate nei veicoli spaziali all’interno di aerosol stratosferici. Circa il 10% delle particelle di acido solforico stratosferico superiori a 120 nanometri esaminate nello studio conteneva alluminio e altri elementi associati al rientro di veicoli spaziali.
Un dato che però richiede prudenza perché gli scienziati non hanno ancora stabilito quale sarà l’effetto climatico o chimico di concentrazioni crescenti di questi materiali.
Anche ESA, nel rapporto 2026, indica l’inquinamento atmosferico prodotto dai rientri come un campo nel quale servono nuove osservazioni e dati prima di trarre conclusioni affidabili. Le recenti osservazioni dei rientri dei satelliti Cluster sono state organizzate anche per studiare meglio come materiali e strutture si disintegrano durante la caduta nell’atmosfera.
Si crea così un problema interessante dal punto di vista ambientale: ridurre il tempo trascorso dai satelliti in orbita diminuisce il rischio di collisioni, mentre l’aumento dei rientri rende necessario capire meglio ciò che viene immesso nell’alta atmosfera.
NOAA – metalli provenienti dal rientro di veicoli spaziali:
https://repository.library.noaa.gov/view/noaa/58476
ESA – Space Environment Report 2026:
https://www.esa.int/Space_Safety/Space_Debris/ESA_Space_Environment_Report_2026
Esistono leggi contro i detriti spaziali?
Esistono regole, standard tecnici e impegni internazionali, ma il sistema rimane frammentato.
- Le Nazioni Unite, attraverso il Committee on the Peaceful Uses of Outer Space, hanno adottato linee guida per la sostenibilità a lungo termine delle attività spaziali. Comprendono il monitoraggio dei detriti, la condivisione dei dati, la valutazione delle possibili collisioni e misure per ridurre la produzione di nuovi frammenti. La loro applicazione è sostanzialmente volontaria e dipende dagli Stati e dalle organizzazioni competenti.
- In Europa, ESA ha promosso la Zero Debris Charter, che fissa obiettivi condivisi verso il 2030. La Carta rappresenta un impegno volontario e non è una norma giuridicamente vincolante.
- Sul piano dell’Unione europea, la Commissione ha presentato nel giugno 2025 la proposta di EU Space Act, che comprende requisiti relativi alla sicurezza orbitale e alla riduzione dei detriti. A settembre 2026 il testo è ancora oggetto del processo legislativo e dei lavori del Consiglio: va quindi descritto come una proposta in discussione, non come una legge europea già applicabile.
UNOOSA – linee guida per la sostenibilità delle attività spaziali:
https://lts.unoosa.org/unoosa_lts/en/resources/guidelines/guidelinesabout.html
ESA – Zero Debris Charter:
https://blogs.esa.int/spacesafety-community/zero-debris/zero-debris-charter/
Commissione europea – proposta EU Space Act:
https://commission.europa.eu/news-and-media/news/eu-space-act-enhancing-market-access-and-space-safety-2025-06-25_en
Come si può ridurre il problema
Una parte importante del lavoro avviene già durante la progettazione del satellite.
I sistemi possono essere realizzati in modo da ridurre la probabilità di esplosioni dopo la fine della missione, ad esempio eliminando energia residua dalle batterie e dai serbatoi. Questa operazione viene chiamata passivazione. Un secondo elemento riguarda il fine vita. In orbita bassa si può diminuire la quota del satellite affinché rientri nell’atmosfera entro un intervallo ragionevole. Nelle orbite geostazionarie vengono invece utilizzate regioni di smaltimento poste oltre la zona operativa.
Servono inoltre dati orbitali precisi, sistemi di sorveglianza e comunicazione tra operatori. Un satellite capace di manovrare può evitare una collisione soltanto se il rischio viene individuato con sufficiente anticipo.
Per gli oggetti già abbandonati si sta sviluppando la rimozione attiva dei detriti. Un esempio europeo è ClearSpace-1, missione ESA attualmente in sviluppo. Il progetto prevede di raggiungere e catturare il satellite PROBA-1, ormai destinato alla rimozione, dimostrando tecnologie utilizzabili in futuro su altri oggetti non cooperativi. La pagina ESA aggiornata indica attualmente un lancio pianificato per il 2029.
Un’altra strada consiste nell’allungare la vita utile dei satelliti mediante manutenzione, riparazione e rifornimento in orbita. Ogni veicolo mantenuto operativo più a lungo riduce, almeno in principio, la necessità di sostituirlo rapidamente con un nuovo esemplare. ESA include queste tecnologie nella propria prospettiva di una futura economia circolare nello spazio.
ESA – missione ClearSpace-1:
https://www.esa.int/Space_Safety/ClearSpace-1
ESA – Space Environment Report 2026:
https://www.esa.int/Space_Safety/Space_Debris/ESA_Space_Environment_Report_2026
Perché i detriti spaziali riguardano anche la vita sulla Terra
La maggior parte delle persone non utilizza consapevolmente un satellite durante la giornata, ma molti servizi terrestri dipendono da infrastrutture che si trovano in orbita. Previsioni meteorologiche, navigazione satellitare, monitoraggio di incendi e alluvioni, osservazioni climatiche, comunicazioni e numerose attività scientifiche dipendono da sistemi spaziali. La progressiva perdita di sicurezza di alcune regioni orbitali avrebbe quindi conseguenze economiche, scientifiche e operative anche a Terra.
Inoltre, le costellazioni di satelliti attivi possono creare problemi all’astronomia ottica e radio a causa della loro luminosità o delle trasmissioni; questo fenomeno riguarda l’inquinamento del cielo astronomico e va studiato separatamente dai detriti spaziali. Un satellite perfettamente funzionante può disturbare un’osservazione astronomica senza essere un detrito.
Considerare l’orbita come una risorsa
L’ambiente orbitale possiede una caratteristica che per molto tempo è stata facile ignorare: alcune regioni particolarmente utili hanno una capacità pratica limitata. La possibilità di lanciare un satellite non garantisce che quella stessa regione rimanga utilizzabile indefinitamente. Oggetti fuori controllo, frammentazioni e collisioni possono lasciare conseguenze che durano decenni o secoli.
Il rapporto ESA 2026 mostra anche segnali positivi: migliorano alcune pratiche di fine vita, aumentano i rientri programmati e cresce l’attenzione alla progettazione dei satelliti. La popolazione complessiva dei detriti continua però a crescere. La sostenibilità delle attività spaziali passa quindi attraverso l’intero ciclo di vita di una missione: progettazione, lancio, operazioni, prevenzione delle collisioni e gestione del veicolo quando ha terminato il proprio lavoro.
Tutto questo ci mostra quanto rapidamente una nuova frontiera tecnologica possa diventare anche un problema ambientale da amministrare.
Fonti e approfondimenti
- ESA – Space Environment Report 2026
https://www.esa.int/Space_Safety/Space_Debris/ESA_Space_Environment_Report_2026 - ESA Space Debris Office – Space Environment Statistics
https://sdup.esoc.esa.int/discosweb/statistics/ - NASA Orbital Debris Program Office – Frequently Asked Questions
https://www.orbitaldebris.jsc.nasa.gov/faq/ - UNOOSA – Guidelines for the Long-term Sustainability of Outer Space Activities
https://lts.unoosa.org/unoosa_lts/en/resources/guidelines/guidelinesabout.html - NOAA – Metals from spacecraft reentry in stratospheric aerosol particles
https://repository.library.noaa.gov/view/noaa/58476 - ESA – Zero Debris Charter
https://blogs.esa.int/spacesafety-community/zero-debris/zero-debris-charter/ - Commissione europea – proposta EU Space Act
https://commission.europa.eu/news-and-media/news/eu-space-act-enhancing-market-access-and-space-safety-2025-06-25_en - ESA – ClearSpace-1
https://www.esa.int/Space_Safety/ClearSpace-1
Ultimo controllo redazionale: 28 settembre 2026. Il numero di oggetti in orbita, lo stato delle missioni di rimozione e la normativa spaziale cambiano rapidamente. Prima di utilizzare dati numerici aggiornati è consigliabile ricontrollare soprattutto le statistiche dello Space Debris Office dell’ESA e le pagine degli enti competenti.
Per altri approfondimenti sullo spazio si può consultare Astronomia Slow di Viaggiare con Lentezza e, per temi scientifici e ambientali più ampi, la sezione Scienza & Tecnologia – Slow Science.

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