C’è chi ha deciso di passare un anno intero senza prendere un aereo. C’è chi ha smesso da molto più tempo e chi prova semplicemente a volare meno. Intorno a questa scelta è nato il flight-free movement: un movimento internazionale che mette in discussione una delle abitudini più radicate del turismo contemporaneo, quella di considerare l’aereo il modo normale per andare lontano.
Controllo redazionale: 29 ottobre 2026. Organizzazioni, campagne e modalità di adesione possono cambiare. I dati sull’aviazione riportati nell’articolo sono riferiti agli anni indicati nelle rispettive fonti.
Per certi versi l’idea ricorda il veganismo. Una persona rinuncia volontariamente a qualcosa di molto comune, rende visibile la propria scelta e spera che, insieme a molte altre persone, possa contribuire a cambiare abitudini e politiche.
Qui, naturalmente, si parla di aerei.
Il flight-free movement non ha un’organizzazione mondiale che distribuisce tessere e stabilisce chi possa farne parte. È cresciuto attraverso campagne diverse, nate soprattutto in Europa e poi arrivate anche negli Stati Uniti e in Australia. Alcune persone scelgono di non volare più; altre provano per dodici mesi; altre ancora riducono i voli e riservano l’aereo alle situazioni in cui le alternative sono poco praticabili.
L’idea di fondo è semplice: prima di prenotare un volo, provare seriamente a immaginare il viaggio senza aereo.
Il flight-free movement in breve
- Nasce soprattutto in Svezia tra il 2016 e il 2018.
- Invita a smettere di volare o ridurre fortemente i voli, principalmente per ragioni climatiche.
- Comprende campagne individuali, associazioni e reti che chiedono anche cambiamenti nelle politiche dei trasporti.
- Non esiste una regola unica: per alcuni significa un anno senza voli, per altri una scelta di lungo periodo.
In questo articolo: da dove arriva il movimento · chi ne fa parte oggi · perché proprio l’aereo · come cambia il viaggio · i limiti reali · provare dall’Italia
Quelli che hanno deciso di restare a terra
In Svezia la discussione comincia a diventare visibile tra il 2016 e il 2017. Giornalisti, ricercatori, attivisti e personaggi pubblici iniziano a dichiarare apertamente di voler rinunciare ai voli per ragioni climatiche.
Da quelle conversazioni nasce anche una parola destinata a diventare famosa: flygskam, traducibile come “vergogna di volare”.
Il termine ha fatto fortuna sui giornali, ma racconta soltanto una parte della storia. Per molte persone coinvolte la questione riguarda soprattutto ciò che si può fare al posto dell’aereo: scegliere destinazioni raggiungibili via terra, usare treni e autobus, attraversare il mare in nave, viaggiare meno spesso e rimanere più a lungo.
Nel 2018 l’organizzazione svedese We Stay on the Ground lanciò la campagna Flight Free 2019. L’obiettivo era convincere 100.000 persone a impegnarsi a trascorrere un anno senza voli.
Il numero non fu raggiunto. Secondo l’organizzazione aderirono però circa 15.000 persone in Svezia. La campagna successiva, per il 2020, venne organizzata anche in altri dieci Paesi e raccolse complessivamente circa 26.000 adesioni.
Sono numeri piccoli rispetto ai passeggeri che ogni giorno attraversano gli aeroporti del mondo. Il punto della campagna era però anche culturale: far vedere che esistevano persone disposte a rinunciare volontariamente all’aereo e a organizzare la propria vita in modo diverso.
Oggi il movimento è più grande di Flight Free UK
Il post che ci ha fatto tornare su questo tema è stato pubblicato da Flight Free UK, una charity britannica fondata nel 2018 da Anna Hughes e ispirata proprio dall’esperienza svedese.
La sua proposta più conosciuta è il Flight Free Challenge: provare a trascorrere un anno senza prendere aerei.
L’organizzazione presenta la sfida come un modo per interrompere un’abitudine, sperimentare alternative e rendere più visibile una scelta che altrimenti rimarrebbe individuale.
Per chi non può evitare completamente l’aereo esiste anche un impegno personalizzato. Flight Free UK cita, per esempio, persone che hanno parenti lontani, obblighi di lavoro o altre condizioni che rendono difficile rinunciare a tutti i voli. La sfida può allora diventare niente voli per le vacanze, niente voli all’interno dell’Europa oppure un’altra riduzione significativa.
«Non volare è una forma di protesta»
Nell’ottobre 2026 Flight Free UK ha riassunto la propria posizione con una frase molto diretta: “Boycotting flying is a form of protest”. Per l’organizzazione, rinunciare ai voli può diventare un segnale pubblico rivolto anche all’industria e alle istituzioni, soprattutto quando la scelta viene compiuta da molte persone insieme.
Flight Free UK è però soltanto una parte del panorama.
Negli Stati Uniti, Flight Free USA continua nel 2026 a raccogliere impegni da parte di persone che vogliono smettere di volare o volare meno. In Australia, Flight Free Australia è attiva dal 2019 e lavora anche su politiche aeroportuali, crescita del traffico e strategie climatiche dell’aviazione.
C’è poi Stay Grounded, una rete internazionale molto più ampia. Al controllo del 29 ottobre 2026 dichiara 234 organizzazioni aderenti e quattro gruppi regionali. Ne fanno parte gruppi che si oppongono all’espansione degli aeroporti, organizzazioni climatiche, ONG, sindacati e iniziative che promuovono alternative come i treni notturni.
Il flight-free movement ha quindi confini piuttosto larghi. Da una parte troviamo persone che modificano il proprio modo di viaggiare; dall’altra organizzazioni che chiedono cambiamenti nelle infrastrutture, nella fiscalità e nelle politiche dei trasporti.
Approfondimenti: Flight Free UK · Flight Free USA · Flight Free Australia · rete Stay Grounded.
Perché proprio l’aereo?
La ragione principale è il clima.
Secondo il Rapporto ambientale sull’aviazione europea 2025 dell’EASA, nel 2023 l’aviazione ha prodotto circa il 2,5% delle emissioni globali di CO₂.
Quella percentuale non comprende da sola tutto l’effetto climatico del volo. In quota vengono prodotti anche ossidi di azoto, particolato, vapore acqueo e scie di condensazione che possono contribuire alla formazione di cirri. L’EASA sottolinea che gli effetti diversi dalla CO₂ sono importanti, anche se la loro quantificazione presenta incertezze maggiori.
In Europa il traffico aereo è inoltre cresciuto molto rispetto agli anni Novanta. Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, nel 2023 l’aviazione internazionale era la seconda fonte di emissioni di gas serra del settore dei trasporti nell’UE, dopo il trasporto stradale. Le sue emissioni erano aumentate del 124% rispetto al 1990.
A volare molto è una minoranza
Uno studio pubblicato nel 2020 ha stimato che nel 2018 circa l’11% della popolazione mondiale avesse preso almeno un aereo durante l’anno. Il percentile dei frequent flyer più assidui — al massimo l’1% della popolazione mondiale — sarebbe stato responsabile di oltre metà delle emissioni del trasporto aereo passeggeri. Sono stime riferite al 2018, ma mostrano quanto l’uso dell’aereo sia distribuito in modo diseguale.
Il movimento flight-free concentra molta attenzione proprio sui voli evitabili: vacanze brevi raggiunte in aereo, weekend a grande distanza, viaggi frequenti compiuti da chi dispone delle risorse economiche per volare più volte all’anno.
Questo non significa che due persone producano lo stesso impatto ogni volta che salgono su un aereo. Distanza, classe di viaggio, tipo di velivolo, occupazione e altri fattori cambiano molto il risultato. Per questo preferiamo evitare equivalenze troppo semplici del tipo “un volo produce sempre X tonnellate”.
Fonti: EASA, Rapporto ambientale sull’aviazione europea 2025 · European Environment Agency, Sustainability of Europe’s mobility systems 2025 · Gössling e Humpe, Global Environmental Change, 2020.
Quando il viaggio ricomincia prima della destinazione
Togliere l’aereo dalle possibilità cambia immediatamente la geografia di una vacanza.
Londra, Berlino, Stoccolma o Lisbona smettono di essere luoghi che si raggiungono semplicemente in “due o tre ore”. Tornano a esserci chilometri, frontiere, cambi di treno, porti, notti trascorse in viaggio.
Alcune destinazioni diventano troppo lontane per il tempo che abbiamo a disposizione. Altre, molto più vicine, tornano interessanti.
È forse qui che il flight-free movement incontra più chiaramente il viaggio lento.
Un viaggio ferroviario attraverso più Paesi può obbligare a fare una sosta. Un traghetto introduce una notte in mare. Un autobus attraversa territori che dall’aereo sarebbero semplicemente scomparsi sotto le nuvole. In bicicletta o a piedi la scala cambia ancora.
Anche la frequenza dei viaggi può cambiare. Invece di quattro partenze lontane di pochi giorni, si può scegliere un solo viaggio più lungo. Oppure trascorrere le ferie più vicino a casa e riservare un grande attraversamento terrestre a quando c’è abbastanza tempo per farlo.
Questo modo di viaggiare richiede una domanda diversa da quella proposta dai motori di ricerca dei voli. Prima di chiedersi quanto costa arrivare rapidamente a destinazione, si prova a capire che cosa c’è tra il punto di partenza e quello di arrivo.
Per chi vuole iniziare dall’Europa abbiamo già raccolto alcune possibilità nella guida Viaggiare in Europa senza prendere l’aereo, con spunti su treni, autobus, bicicletta, cammini e collegamenti via acqua.
Un piccolo esperimento
La prossima volta che cercate una destinazione europea, provate a non aprire subito un comparatore di voli. Cercate prima il percorso ferroviario, l’autobus notturno o un collegamento in traghetto. Considerate il tempo porta a porta, i trasferimenti e l’eventuale possibilità di fermarvi lungo la strada.
Non sempre l’alternativa funzionerà. Quando funziona, però, il viaggio che ne viene fuori può essere molto diverso da quello che avevate immaginato.
Senza aereo è più difficile. A volte molto più difficile
Viaggiare via terra in Europa può essere sorprendentemente semplice su alcune tratte e complicato su altre.
I collegamenti ferroviari internazionali non sono sempre coordinati. Comprare un unico biglietto per attraversare più Paesi può essere difficile. I treni notturni non arrivano ovunque e le tariffe convenienti dipendono spesso dall’anticipo con cui si prenota.
Il problema più evidente rimane il tempo.
Chi dispone di una settimana di ferie affronta possibilità molto diverse da chi può partire per un mese. Un viaggio che richiede venti ore in treno può essere piacevole per qualcuno e impraticabile per chi deve utilizzare due giorni di ferie soltanto per gli spostamenti.
Ci sono poi le isole, le zone scarsamente collegate, le esigenze di accessibilità e le famiglie che vivono in continenti differenti.
Per questo anche una delle organizzazioni più esplicitamente flight-free, Flight Free UK, permette di formulare un impegno personale. Il suo obiettivo principale rimane un anno senza voli, ma la campagna riconosce che condizioni familiari e professionali possono rendere impossibile la rinuncia completa.
Questa elasticità rende l’idea più interessante anche per chi non è pronto a promettere di non salire mai più su un aereo.
Si può cominciare da una domanda più modesta: quanti dei voli che normalmente prenderei quest’anno potrei evitare?
Si può partecipare dall’Italia?
Al controllo del 29 ottobre 2026, nelle fonti consultate non emerge una campagna nazionale italiana strutturata paragonabile a Flight Free UK.
Questo non impedisce di provare.
Flight Free UK spiega che la propria attività è pensata soprattutto per il pubblico britannico, ma la promessa può essere sottoscritta anche da persone che vivono in altri Paesi.
La formula principale consiste in dodici mesi completamente senza aerei. Chi non può farlo può scegliere una sfida personale: niente voli per le vacanze, niente voli europei oppure un’altra riduzione che rappresenti un cambiamento reale rispetto alle proprie abitudini.
Non serve comunque iscriversi a un’organizzazione per sperimentare un anno senza voli.
Una possibilità molto semplice è scegliere un periodo preciso — per esempio dal prossimo gennaio per dodici mesi — e osservare come cambia il modo di programmare le partenze.
Le domande diventano presto concrete: dove possiamo arrivare in treno? Quanto costa una cuccetta notturna? Esistono traghetti utili? Conviene spezzare il viaggio? Vale ancora la pena andare così lontano per tre giorni?
Sono domande che appartengono da sempre al viaggio lento.
Per Viaggiare con Lentezza questa storia suona familiare
Quando abbiamo iniziato a cercare informazioni sul flight-free movement ci siamo accorti che alcune delle sue domande erano già passate diverse volte da queste pagine.
Nel 2012 pubblicavamo un articolo dedicato alle ragioni per ridurre i viaggi in aereo. Il vecchio indirizzo della pagina conserva ancora un titolo decisamente esplicito: “boicottiamo gli aerei”.
Da allora abbiamo continuato a raccontare viaggi terrestri, treni, autostop, biciclette, cammini e persone che hanno attraversato interi continenti senza volare.
La posizione maturata negli anni è semplice: quando esistono alternative ragionevoli, ridurre i voli è coerente con il modo in cui intendiamo il viaggio lento. E quando una grande distanza richiede l’aereo, ha senso chiedersi almeno se quel viaggio possa essere meno frequente e più lungo.
Ne abbiamo parlato anche recentemente nell’articolo sui miti del viaggio etico.
Il flight-free movement aggiunge qualcosa di interessante: trasforma una scelta che spesso rimane privata in una pratica condivisa.
E se per un anno non prendessimo nessun aereo?
È una domanda più impegnativa di quanto sembri.
Significa rinunciare ad alcune occasioni, cambiare destinazione, partire meno spesso o dedicare più giorni agli spostamenti. Può significare scoprire che il treno costa troppo, che un traghetto parte soltanto due volte alla settimana o che raggiungere via terra un luogo apparentemente vicino richiede una combinazione assurda di biglietti.
Può anche succedere il contrario.
Una città scelta per la coincidenza diventa una tappa. Una notte sul treno sostituisce una notte in albergo. Il viaggio verso una destinazione comincia ad avere un proprio itinerario. Un luogo a quattrocento chilometri da casa torna competitivo con uno a quattromila.
Il flight-free movement nasce da una preoccupazione climatica molto concreta. Per chi ama il viaggio lento apre anche una possibilità meno evidente: rimettere la distanza dentro il viaggio.
Prima di prenotare il prossimo volo, possiamo almeno provare a vedere che cosa succede se lo togliamo dai risultati.
Fonti e approfondimenti
- We Stay on the Ground — The Flight Free Campaign
- Flight Free UK — About us e Flight Free Challenge
- Stay Grounded — rete internazionale
- Flight Free USA
- Flight Free Australia
- Sara Ullström — ricerca sul flight-free movement svedese, Environmental Politics
- EASA — Rapporto ambientale sull’aviazione europea 2025
- European Environment Agency — Sustainability of Europe’s mobility systems 2025
- Gössling e Humpe — distribuzione globale dei viaggi aerei, Global Environmental Change
Le campagne flight-free, le modalità di adesione e i collegamenti terrestri possono cambiare. Prima di aderire o organizzare un viaggio, controllate le informazioni aggiornate delle organizzazioni e dei gestori dei trasporti.

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