Fuggire significa evitare il dolore sperando che il cambiamento di scenario lo cancelli; spesso, però, i nodi irrisolti viaggiano con noi. Un viaggio terapeutico, invece, ha un’intenzione chiara e confini realistici: si pianificano tappe brevi, routine semplici (camminare, scrivere, dormire bene), contatti con persone di fiducia o professionisti, e si accetta di fare rientro se serve.
Prima di partire, può aiutare chiedersi: sto scappando da qualcosa o sto andando verso qualcosa?
Ho un obiettivo concreto (imparare, collaborare, prendermi cura del corpo)? Ho risorse e supporti se l’umore peggiora? Anche vicino casa (un cammino di pochi giorni, un periodo di volontariato, una pausa in natura) il movimento consapevole può sostenere un percorso di cura. Viaggiare non “guarisce” da solo la depressione, ma con intenzione, lentezza e supporto adeguato può diventare un alleato per ritrovare direzione e piccoli successi quotidiani.
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