Depressione e viaggio: come muoversi piano può fare bene

Primo piano di un uomo che osserva il proprio riflesso in un frammento di specchio bagnato, all’aperto; metafora della depressione e della ricerca di sé.

Un racconto personale: perché il viaggio lento può sostenere il benessere mentale (senza sostituire l’aiuto professionale).

Per molti viaggiare significa vedere musei, monumenti o dormire in hotel. Per altri è incontrare culture nuove. Per me è qualcosa di diverso: un modo per conoscere nuovi stili di vita, cambiare prospettiva e, a volte, stare meglio. Non sono psicologo e non ho titoli accademici; quello che segue è il frutto della mia esperienza personale e dei dialoghi nati dopo un mio talk online. Non credo che un biglietto risolva i problemi, né che il viaggio “guarisca” la depressione. Credo però che, se vissuto con lentezza e consapevolezza, possa diventare un supporto: apre orizzonti, restituisce senso, mette in moto relazioni e abitudini più sane. In queste righe racconto come il muovermi piano mi abbia aiutato ad affrontare periodi di ansia e umore basso, e perché penso che il viaggio – accanto a percorsi terapeutici quando servono – possa essere un buon investimento per la propria vita.

NdR: Nota importante ⚠️
Questo articolo condivide esperienze personali e informazioni generali sul benessere. Non costituisce consulto medico o psicologico e non sostituisce diagnosi, terapia o farmaci prescritti. Se pensi di avere sintomi di depressione o ansia, parlane con il medico di base, uno psicologo o uno psichiatra per un percorso adatto a te. In caso di emergenza o pensieri di autolesione/suicidio, contatta subito i servizi di emergenza del tuo Paese o un numero di ascolto. Prendersi aiuto è parte della cura, non un passo indietro. 💛

Gioventù in crisi

L’argomento di questo post è senz’altro complesso. Non avendo studiato psicologia, e non avendo una laurea di alcun tipo, comprendo quanto questo articolo possa sembrare presuntuoso. Tuttavia, tutto ciò di cui parlo è frutto delle mie esperienze di vita e di viaggio, che sono felice di condividere, sperando possano essere d’aiuto a qualcuno. È un tipo di informazioni che non viene insegnato nelle scuole o per altre vie ufficiali (più in basso spiegherò il perché, premettendo che si tratta di opinioni personali).

Donna in bianco e nero seduta con il viso coperto dalle mani, in interno; immagine simbolica di sofferenza emotiva legata alla depressione.Innanzitutto, nel corso del tempo ho ricevuto diverse e-mail da ragazzi e ragazze che hanno deciso di confidarsi con me e parlare dei loro problemi e delle loro difficoltà, specialmente dopo aver visto il mio discorso TEDx online. Da quei messaggi è emerso un senso di malessere sempre più diffuso nella nostra società, motivo per cui molti vorrebbero partire. Nelle e-mail si parla di depressione, perdita di senso e sfiducia nel prossimo. C’è chi si laurea ma non trova lavoro; chi smette di studiare – tanto il lavoro non si trova; chi il lavoro ce l’ha ma non è ciò che lo/la appassiona; chi aspetta che la crisi finisca o che i politici facciano qualcosa e quindi rimane “in attesa”. C’è, infine, chi non crede più in nulla.

Vuoto esistenziale

Leggo di giovani che si arrendono e si isolano; altri provano a colmare quel vuoto con scorciatoie spesso dannose, come raccontano le cronache: uso di sostanze, eccessi notturni, vandalismi, bullismo, relazioni che espongono a sfruttamento, adesione a gruppi che promettono risposte facili, fino a pensieri autolesivi.
Sembra che il mondo, soprattutto quello dei giovani, sia davvero in profonda crisi.

Una buona e una cattiva notizia

Ebbene, per gli aspiranti viaggiatori (soprattutto chi parte per fuggire) ho una buona notizia e una cattiva. Comincio dalla cattiva, un po’ in controtendenza rispetto alle premesse: i problemi non si risolvono semplicemente facendo la valigia e partendo. A volte viaggiare diventa un modo per evitare di affrontarli: così non li si combatte né li si risolve. Quando torni a casa (e anche se decidi di non tornare), i problemi restano, dentro o fuori di te. Prima di partire, quindi, è bene capire cosa ci affligge: un viaggio interiore dovrebbe precedere quello “sul campo”.

Veniamo alla buona notizia: il viaggio può essere un ottimo investimento per la nostra vita, una cura preventiva per la salute fisica e mentale e, quando serve, un rinforzo. La vita di molte persone è cambiata in meglio dopo aver viaggiato.

Una storia comune di depressione

La mia è una storia comune di depressione: quando vivevo in città e avevo un lavoro, ero depresso. Mi sentivo incastrato in un mondo che non capivo, fatto di regole che non condividevo, che non avevo scelto e che sentivo di non poter influenzare. Per diverse ragioni ho trovato il coraggio di partire e vivere la mia prima esperienza di viaggio in solitaria. Nuovi ambienti, relazioni, attività e ruoli mi hanno aiutato a contrastare la depressione. Le attività a cui mi dedico quando viaggio mi fanno sentire vivo e, soprattutto, utile. (Ne parlo in altri post del blog.)

Devo essere sincero: per anni ho sofferto di ansia e depressione e non ne sono ancora uscito completamente. Posso dire, però, che il viaggio mi ha salvato: mi ha dato una nuova identità e un nuovo scopo.

Perdita di identità

Persona seduta a terra con un cartello rosso che mostra una faccia triste davanti al volto; metafora dello stigma che spinge a nascondere ansia o umore depresso.Parlando con altri giovani che vivono la depressione e confrontando le loro esperienze con le mie, ho avuto l’impressione che molti casi inizino con una crisi dell’identità. La mancanza di un ruolo, di uno scopo o di riconoscimenti sociali può portare ad alienazione, ansia, insicurezza, apatia. Anche chi ha un lavoro riconosciuto e “di successo” può cadere in depressione quando non si identifica con ciò che fa: quando, cioè, i pensieri non coincidono con le azioni.

Per esempio, quando avevo la mia piccola ditta ero ammirato e rispettato da chi mi conosceva, ma il mio lavoro quotidiano(imballare pezzi, sbrigare pratiche, consegnare i prodotti ai clienti) non rispecchiava i miei valori né l’immagine della persona che volevo essere. Credo che molti si riconoscano in questa situazione.

La perdita dell’immagine (e del rispetto) che abbiamo di noi stessi può abbassare l’autostima e, alla lunga, condurre alla depressione.

Veleno

La depressione può essere anche la conseguenza di uno stile di vita alienante, monotono, logorante, competitivo e frenetico. Se ogni giorno siamo coinvolti in attività ripetitive, che non ci appassionano e che finiamo per odiare, il corpo reagisce: aumenta lo stress e la produzione di ormoni correlati. Col tempo questo terreno può favorire disturbi fisici e mentali, perciò è importante intervenire in fretta.

Ritrovare se stessi

Due persone di spalle alzano il segno di pace vicino al Golden Gate Bridge avvolto dalla nebbia; atmosfera di viaggio, amicizia e rinascita.Se non ci riconosciamo nella persona che siamo oggi, possiamo provare a reinventarci attraverso un viaggio: viaggiare è un ottimo modo per ricominciare da capo o conoscere stili di vita alternativi. Viaggiando ampliamo il nostro bagaglio di conoscenze, acquisiamo nuove informazioni, troviamo nuove ispirazioni e nuovi scopi. Più conoscenze abbiamo, più si rafforza la nostra autostima.

Questo è anche ciò che significa, per me, “ritrovare se stessi”. Per quanto difficili possano essere le circostanze in cui viviamo e per quanto ostica possa essere la natura, quando viaggiamo comprendiamo che il mondo è pieno di opportunità. Ci sono tantissimi progetti che si possono realizzare, tantissimi nuovi amici da incontrare. E anche quando non possiamo viaggiare, esistono altri tipi di “viaggio”: comporre musica, leggere o scrivere libri, conoscere gli animali selvaggi, proteggere l’ambiente e i paesaggi, varcare confini, ammirare le stelle e le galassie, immergersi in nuove culture, affrontare giochi e sfide, mettere in atto cambiamenti e rivoluzioni.

Esplorazioni infinite della realtà ci attendono in ogni angolo del pianeta: esperienze che possono insegnarci qualcosa di speciale, qualcosa di nuovo che non avevamo immaginato. Se questo entusiasmo per la scoperta fosse trasmesso ai ragazzi fin dai primi giorni di scuola, depressione e altri problemi tipici dell’epoca potrebbero essere molto più contenuti. Meno giovani cercherebbero sollievo nella droga o nell’alcol, nei beni materiali o negli status symbol, e sarebbero meno esposti a manipolazioni da parte di figure carismatiche o movimenti che promettono risposte facili.
Tuttavia, questo entusiasmo si trasmette soprattutto portando i ragazzi a vedere il mondo, facendoli toccare con mano ciò che si insegna, invece di tenerli soltanto in aula.

Gli Ego-villaggi – Quando le comunità intenzionali diventano sette 🤔

Scuole in crisi

Nell’introduzione ho scritto che questo modo di pensare raramente viene insegnato a scuola, per due motivi. Il primo: le scuole faticano ad accogliere valori emergenti o a mettere in pratica metodi alternativi – talvolta li ostacolano – forse perché sperimentare fa paura o è percepito come rischioso. Da un lato si chiede ai ragazzi di avere una mente “aperta e scientifica”, dall’altro si ridicolizzano o respingono iniziative che mettono in discussione lo status quo. Lo sanno bene molti innovatori del passato che, nei più diversi ambiti, hanno incontrato resistenze da colleghi e istituzioni. Quanto ai metodi educativi alternativi, una vera “scuola del viaggio” non esiste: escluse le brevi gite, le esperienze di scuole nomadi nel mondo si contano sulle dita di una mano. L’intelletto di ragazze e ragazzi ne guadagnerebbe molto, ma la società del consumismo e della produttività avrebbe tutto da perderci.

NdT – Negli ultimi anni stanno nascendo iniziative di “scuole in viaggio” e percorsi educativi itineranti, che vanno nella direzione auspicata nel testo.
Per approfondire, vedi il progetto strade maestre. 📎

Ecco il secondo motivo dell’inerzia scolastica: la “trasmissione culturale” è spesso modellata sul mondo mercantile. I giovani vengono educati a pensare e vivere in modo che i loro comportamenti servano gli obiettivi della cultura dominante. In un sistema capitalistico fondato sui consumi (dove la crescita del PIL è la priorità) si spinge a essere competitivi, comprare, possedere, desiderare sempre di più. La scuola moderna, purtroppo, riflette questa logica: gran parte del lavoro didattico sembra incentrarsi sul prestigio della carriera, sulla domanda del mercato, sulla competizione per voti e punteggi, sulla produttività, sui “debiti” e “crediti”.

La mia impressione – e spero di sbagliarmi – è che ci sia poco interesse nel mostrare ai ragazzi vie alternative, stili di vita e modi di pensare differenti. L’obiettivo pare soprattutto quello di sfornare specialisti da inserire nel mercato del lavoro, più che liberi pensatori.

Cervelli davvero autonomi sono sempre un problema per le istituzioni che detengono il potere.

[A proposito di scuole, potresti leggere anche:
1 La scuola libertaria
2 Avviare una scuola libertaria
3 Urupia

4 Homeschooling a Caltanissetta]

Una scuola alternativa

Bambino di spalle che scrive su una lavagna piena di formule e disegni, grande parete nera in aula; concetto di apprendimento scolastico complesso.Ecco perché consiglio di viaggiare. Fatelo in gruppo o da soli, non ha importanza. Il viaggio è come un’università alternativa, un modo per uscire dalla “scatola” in cui viviamo: società, cultura e sistema rappresentano questa scatola chiusa nella quale siamo spesso intrappolati (consapevolmente o no).

Sfidare la cultura dominante che influenza il nostro modo di pensare e vivere non è semplice. Può essere anche pericoloso: la scatola è la nostra zona di comfort, lì stanno le nostre sicurezze. Fuori non sappiamo cosa ci attende.

Nonostante ciò, la mia esperienza personale e le storie di viaggiatori che leggo sul web sono per me la prova che la “terapia del viaggio” può funzionare. Molti giovani viaggiatori raccontano di stare meglio e di sentirsi persone migliori. Ho osservato come spesso acquisiscano fiducia nel prossimo, senso civico e solidarietà, consapevolezza del legame che ci unisce alla natura, nuove conoscenze utili, nuove prospettive, culture, punti di vista e filosofie di vita.

Al ritorno dalle loro avventure, i viaggiatori spesso sviluppano idee innovative e dimostrano di saper vedere oltre la realtà apparente.

Dobbiamo far viaggiare i ragazzi, dare loro una missione, farli sentire utili. Più sono esposti alle potenzialità e all’offerta della vita, meno è probabile che si insinui quel senso di vuoto. Un giovane depresso può sentirsi come un recipiente vuoto. Il mondo, là fuori, è una delle fonti con cui, attraverso le esperienze, può riempire spirito e mente.

Due piccole note conclusive (per evitare fraintendimenti)

Depressione. Sono consapevole che la depressione sia un tema complesso e che esista una forma clinica che non dipende necessariamente dalle esperienze di vita o dall’ambiente. Questo post si rivolge soprattutto a persone neurotipiche il cui malessere non è causato da squilibri chimici o neurologici, ma da circostanze psicologiche-esperienziali. Se queste circostanze dannose persistono, possono provocare danni mentali seri e permanenti: per questo è importante evitare ambienti tossici e negativi. Chi soffre di depressione clinica (magari con una componente ereditaria o legata a fattori fuori dal proprio controllo) può comunque trarre beneficio da una vita fatta di viaggi, cambiamenti ed esperienze nuove. Lo scrivo perché mi riconosco in quest’ultima situazione: la mia depressione forse non sparirà mai del tutto, ma una vita di viaggi mi fa stare meglio rispetto a una vita stanziale.
Detto questo, è bene ricordare che un post online, o l’esperienza personale di qualcuno, non possono mai sostituire l’aiuto di un medico o di un professionista.

Educazione e scuole. Non sono un fan delle scuole moderne, l’avrete capito. Tuttavia, per evitare fraintendimenti, il mio non è un invito ad abbandonarle. Per quanto imperfette, una scuola imperfetta è meglio di nessuna scuola. Nelle scuole tradizionali ci sono anche insegnanti molto validi: ne ho conosciuti diversi.
Viaggiare con lentezza dovrebbe essere uno studio complementare. Per fortuna, oggi, i giovani hanno molte opportunità per studiare e vivere all’estero – ad esempio scambi europei, WWOOF o forme di volonturismo di cui parliamo spesso in questo blog.


Leggi anche:

Il viaggio come terapia: DREAM TRAVEL THERAPY, intervista al dott. Enrique Crow

Molla la banca e viaggia senza aerei alla ricerca della felicità. Trip Therapy, il progetto terapia di Claudio Pelizzeni.

 


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About Simone 15 Articles
Slow traveller dal 2009. Per oltre dieci anni ho viaggiato in modo alternativo e avventuroso: a piedi, in bici, perfino in autostop. Il volontariato è stato il mio modo preferito di esplorare: mi ha permesso di immergermi nelle culture locali, contribuire e allo stesso tempo scoprire nuovi stili di vita. A 31 anni ho messo in pausa i viaggi a tempo pieno, ma ho iniziato a ospitare viaggiatori alternativi a casa mia: un altro modo di esplorare il mondo, restando fermi. Il mio sogno? Fare il giro del mondo con un gruppo di amici, ovviamente con la giusta lentezza, lontano dai percorsi turistici.

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