I colori della lentezza- il viaggio di Antonella in Sicilia

viaggio lento in Sicilia
Stretto di Messina

“Venerdì sera mi ha chiamato l’amica di Ferla che ci ha ospitati nella vacanza e abbiamo parlato di alcuni episodi accaduti che io nemmeno ricordavo bene. Così mi sono fermata a chiedermi cosa davvero mi fosse rimasto del mio viaggio ed è venuto fuori che erano i colori… Se volevo conferma che nella pangea eravamo attaccati alla zolla africana, ebbene in Sicilia l’ho avuta, ha dei colori poco… italiani.
Io vivo in Abruzzo, ma prima della partenza ero a Milano e ho praticamente attraversato l’intero stivale per arrivare a Ferla, avvertendo in modo molto forte i cambiamenti di panorama e di stile di vita man mano che scendevamo, soprattutto modifiche nell’intensità della luce.” Questa è la premessa del racconto introspettivo del viaggio lento in Sicilia di Antonella, che ringraziamo per averlo condiviso con noi!

Da Milano a Messina

Milano centro, traffico da orticaria. Poi chilometri di piatte autostrade che si fanno caotiche, autogrill luccicanti, colonne di auto lungo la Salerno-Reggio Calabria, lavori in corso, soste di panini aridi e caffè tiepidi con interminabili file alla cassa. Stress. Poi, finalmente, la punta dello Stivale, il mare e la tensione che si allenta.
Breve mare che abbaglia gli occhi e accarezza i capelli, che avvolge da ogni possibile direzione, nel passaggio tra Scilla e Cariddi che non è scelta tra pericoli ma tra frenesia e lentezza.
L’approdo a Messina è impegnativo, eppure c’è qualcosa che già svapora in parte lo smog che ci attanaglia gli occhi e il cervello… ma il passaggio è breve e non c’è tempo di approfondire: la destinazione è Ferla.

Ferla

Ferla, Sicilia, Italia. Ferla è qualcosa che non ti aspetti, a cominciare da un’unica piazza, spaziosa e luminosa, che ospita ben due grandi chiese in pietra chiara, entrambe di fronte a chi guarda, e una terza alle spalle. La pietra è rosata con qualche sfumatura arancio dove l’architetto ha addensato le volute barocche e la materia si inspessisce; quando il sole la accarezza, tutta l’aria intorno si tinge dello stesso colore e attraversa gli occhi e i corpi come fossero inconsistenti. Ma non lo fa con la violenza spietata di una lama al neon o con l’allegria del sole di Napoli, bensì con la tenerezza della luce lenta.
Ferla ha una lunga e stretta strada centrale, che si allunga in leggera salita dalla piazza; è un microcosmo all’insegna della tranquillità, e una parte della Sicilia si può assaggiare semplicemente facendo una passeggiata lungo il corso e muovendosi dalla pasticceria – dove si trovano gli squisiti dolci siciliani di pasta di mandorle – al bar per una deliziosa “brioche col tuppo” fino alla pizzeria se una fame più robusta vi chiama verso un “pizzolo”, una squisita variante della pizza, farcita con quello che vi pare. Potete anche fermarvi al furgoncino di prelibatezze lungo la strada, dove potete assaggiare salumi e formaggi locali e portarne a casa con voi per pranzo o cena. Potete chiacchierare amabilmente con il barista o con il prossimo avventore in fila alla cassa, nessuno vi rimprovererà lamentandosi del tempo sciupato.

Il cimitero di Ferla

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Cimitero di Ferla

Persino il cimitero, a Ferla, ha qualcosa di magico e confortante. In genere i cimiteri non sono una meta turistica, volendo escludere i più famosi luoghi come quelli parigini, ma il cimitero di Ferla merita davvero una passeggiata in religioso silenzio. In segno di rispetto certo, ma anche di contemplazione della bellezza. Tombe e cappelle gotiche e barocche si addensano e si alternano in un piccolo spazio ricchissimo di suggestioni. Qui la pietra è scura, pietra lavica come si addice al luogo, ma i raggi del sole riescono comunque a dilatarne le sfumature e renderla quietamente luminosa, come fosse contaminata dall’arancio barocco circostante.
Ferla è praticamente immersa nella riserva di Pantalica, l’antichissima Hybla. Non credete a chi vi dica che Ferla è “vicina” a Pantalica, Ferla è già Pantalica; nel senso che basta uscire con l’automobile dal centro abitato per essere già quasi arrivati.

Ma anche questo breve tragitto su crinali di strade bianche e piatte è un’esperienza: dalla quiete arancio del piccolo borgo si balza in una natura lussureggiante, verde, brillante, selvaggia, ancorata a una terra scura e greve, costellata di grotte e costruzioni in pietra di ogni genere. La necropoli è ovviamente da visitare, ma valgono la pena anche solo i belvedere disseminati lungo il percorso, che vanno cercati addentrandosi per poche centinaia di metri per i sentieri segnati; e si aprono improvvisi squarci dell’antica necropoli, pozze d’acqua, barbagli del fiume Anapo e ancora natura rigogliosa e intatta.

Noto

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Cattedrale di Noto

Ferla è poi a due passi da Noto, il delizioso giardino di pietra, e non si può non approfittare della breve distanza per visitarla. Noto è famosa di suo, l’intento non è quello di guida turistica e sarebbe superfluo dire che è meravigliosa, ma spendere qualche parola per il suo colore no: Noto è quasi tutta della stessa pietra chiara di Ferla ed è un tripudio di riflessi arancioni e rosa di una dolcezza commovente. È maestosa e rasserenante, come tutta la Sicilia del resto, e ci insegna che esiste una diversa definizione dello spazio, come vuoto da non riempire ad ogni costo.
Rispetto al caos delle città dove i perimetri delle piazze sono circoscritti per lasciar spazio alle formiche umane accatastate in innumerevoli strati, in Sicilia per attraversare una piazza possono volerci anche minuti. Andare da un lato all’altro è come vagare senza meta, con direzioni rettilinee o zigzaganti a nostra scelta e sempre avviluppati da quell’aria sfumata di un rosa quasi palpabile. Senza ostacoli di spartitraffico, segnali di pericolo o corsie obbligate, liberamente scegliendo direzione e meta.

Spazi

Lo spazio è concepito con lentezza, non come fosse assenza e carenza, non come semplice luogo di passaggio, ma come qualcosa da godere attraversandolo. Straordinariamente, ciò è vero anche se gli spazi sono ridotti, anche lì sembra che l’aria colorata di tramonto li dilati all’inverosimile, allargandoli a dismisura. Si ha la stessa impressione che si prova rivedendo da adulti i luoghi visitati nella nostra infanzia, quando una strada che ci pareva enorme nella nostra piccolezza ci si mostra come realmente è: quasi un vicolo. Nella Sicilia barocca avviene al contrario, però: gli spazi, anche piccoli, si estendono al nostro passaggio come se spostando l’aria alterassimo noi stessi i volumi, e nel loro esistere senza barriere ci invitano alla lentezza dei passi e del lavorio mentale. Si torna nella spensierata dimensione di bambini, quando nemmeno un pensiero al mondo poteva turbare la nostra serenità.
Poi certo all’ampiezza delle piazze fanno contrasto le casette ammonticchiate e verticali della stessa Ferla o di certi paesini dei dintorni come Palazzolo Acreide, i gabbiani rumorosi sul mare ad Avola, la folla multicolore seduta ai tavolini dei bar di Noto a gustare granite rinfrescanti alla mandorla o al pistacchio – nelle quali inzuppare ancora una volta la “brioche col tuppo”.
Fanno contrasto con lo spazio vuoto e col silenzio perché apparentemente lo colmano, ma non stridono mai con la lentezza del colore, alla quale anche i turisti paiono adeguarsi rallentando i passi, sollevando la tazzina del caffè con gesti meno bruschi e meccanici, scattando foto addolcite e più materiche.
Da Ferla potete anche, compiendo un piccolo sforzo, andare fino a Siracusa e magari visitare Ortigia. Lì certo non c’è silenzio, è tutto un allegro e festoso turbinio di movimento e vociare nei vicoli stretti. Ma andando verso il mare si riacquista il senso della lentezza, dello spazio e del navigare le piazze in bonaccia fino ai giardini sul mare, accoglienti di alberi maestosi.

Avola

Neppure Avola è lontana da Ferla, anche lì è facile arrivare attraversando un esagono di vicoli di porto che si intersecano in una geometria di casette colorate e allegrissime, strette strette su un piano sfalsato rispetto all’orizzonte. Fino ai borghi marinari, alle rovine di roccaforti lambite dalla stessa risacca che per secoli hanno vigilato con pazienza, al fragore delle onde che si rompono sulle pietre antiche levigandole. Avola ha anche una bellissima piazza molto spaziosa, proprio di quelle che dicevo, che ci vuol tempo a percorrerle.

Cosa rimane…

Poi di nuovo la dolcezza delle sere a Ferla, le cene all’aperto, i rododendri, le improvvise folate di fresco e qualche pioggia siciliana fuori stagione. Ogni cosa in contemplazione di un tempo che sembra scorrere secondo canoni inconsueti, a volte fermarsi a volte tornare persino indietro, perché anche la lentezza può essere capricciosa.
Eppure, a ben pensarci, non ricordo molto del mio viaggio. Non ricordo certe scene, certi eventi particolari; non ricordo nomi di strade, di bar e a volte nemmeno di paesi e città. Solo tanto colore e gli occhi a fessura per sopportarne la pienezza. Ricordo invece bene la lentezza dei luoghi, delle sensazioni, del ritmo del cuore che persino si adatta ai profumi dei fichi d’india spaccati e maturi, al senso del mare. Tanti anni fa lessi “La lentezza” di Kundera, ma solo in Sicilia credo di aver capito completamente quel libro. Solo lì ho compreso che nessun itinerario è un viaggio, se non è vissuto con lentezza negli occhi, e nei colori.

Antonella A.

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