Questo box appare perché in questa pagina compaiono riferimenti a un’area interessata da conflitti o tensioni gravi. La situazione può cambiare rapidamente, anche per trasporti, ingressi, controlli e servizi. Prima di organizzare un viaggio, verificate le fonti ufficiali (ViaggiareSicuri della Farnesina, ministeri competenti, ambasciate e consolati), valutate copertura assicurativa e possibili variazioni su voli e spostamenti. Se il viaggio non è indispensabile, considerate di rimandare finché il quadro non è più stabile.
Le farfalle di Siem Riep
1975, Phnom Penh – Cambogia.
Cambogia, oggi.
Prom è il nostro autista per i quindici giorni di permanenza in questo spettacolare Paese del Sud Est Asiatico e ci racconta la sua storia mantenendo sempre quel suo splendente sorriso.
Dopo un lunghissimo viaggio da Milano Malpensa, con scalo al Cairo, per arrivare a Bangkok e con un volo interno raggiungere Siem Riep, la nostra prima meta è l’Angkor Wat, un complesso archeologico imponente, affascinante, unico. Le rocce intrecciate alle radici degli alberi, in un abbraccio secolare, indissolubile, una simbiosi che permette a entrambi di sopravvivere, di rimanere in piedi. Le strutture di roccia sono così perfettamente integrate con la natura da sembrare essere nate esattamente così, un groviglio che ha senso nella sua assoluta casualità.

Passiamo tre giorni interi a visitare i templi dell’Angkor Wat e sembra che il tempo non basti mai per vedere tutto. L’Angkor Wat oggetto anch’esso della follia distruttiva e omicida dei Kmer Rouge oggi continua a vivere anche grazie ai contributi e alle donazioni di diversi Paesi occidentali che ne hanno compreso il valore storico artistico.
Museo delle mine
Ma Siem Riep non è solo l’Angkor Wat. Siem Riep è anche la città del Museo delle Mine. Gestito da reduci della dittatura di Pol Pot il museo sorge in un bello spazio verde e silenzioso, quasi nascosto, intimo. Lungo il perimetro della struttura diversi pannelli mostrano immagini dure e originali: bambini e adulti, uomini e donne pesantemente mutilati dalle mine antiuomo. Quello che colpisce di queste foto, oltre alla crudezza della realtà che rappresentano, sono gli sguardi dei protagonisti, sguardi vuoti, rassegnati che stridono con i lineamenti armoniosi del popolo cambogiano.
Non ci sono solo foto nel Museo delle Mine: ovviamente ci sono anche le mine. La nostra guida inizia a illustrarci le varie tipologie di ordigni custoditi nel museo: ci sono le mine che saltano in aria alla sola pressione e quelle che si innescano solo una volta sollevato il piede. È un sistema di sicurezza, ci spiega, così se uno dei soldati ne avesse malauguratamente calpestata una avrebbe avuto almeno una possibilità di evitare l’innesco. C’è silenzio: solo le parole della guida e il cinguettio degli uccellini fra le chiome degli alberi. È surreale, nessuno riesce a fiatare guardandosi intorno e prendendo coscienza di come l’uomo riesca a creare strumenti così devastanti per ferire e uccidere altri uomini. La guida ci chiede scusa e si siede visibilmente affaticata, tira su il gambale destro del pantalone per mostrarci la sua protesi che parte da sopra il ginocchio e finisce in una nuovissima scarpa sportiva calzata sul piede finto. L’altra gamba non è passata indenne al periodo dei Kmer Rossi: diversi frammenti di mine sono ancora lì, nella sua carne, ormai fanno parte di lui. Ci racconta anche lui sorridendo che il suo soprannome è il gatto, perché lui è morto nove volte su altrettante mine. Sorride ancora e ci indica una mina in particolare: la chiamano Butterfly, farfalla, perché il suo effetto devastante è dato da leggerissimi ma infiniti frammenti che a raffica colpiscono le vittime nel raggio di esplosione della mina. Le farfalle di Siem Riep, perché intorno alla città le mine erano tutte di quel tipo lì.
Il Museo delle Mine è autofinanziato e gestito interamente in modo privato anche grazie a donazioni spontanee e ha il preciso obiettivo di non permettere a nessuno di dimenticare. Il territorio è stato per gran parte bonificato, ma le mine ci sono ancora: non lasciate mai i sentieri battuti, raccomandano le guide, c’è ancora gente che muore calpestando vecchi ordigni mai disinnescati. Durante tutto il viaggio è capitato praticamente ogni giorno di incontrare persone mutilate e chi non lo era fisicamente parlando portava comunque nello sguardo una mutilazione se possibile ancora più profonda e dolorosa.
Il Mekong

Villaggi della Cambogia

Il giorno dopo ritroviamo il nostro amico Prom che ci ha raggiunti con il suo pulmino per continuare il nostro tour. Lungo il tragitto, di prima mattina, incontriamo un mercato e ci fermiamo perché capiamo che è frequentato solo da gente del posto.
Colori, odori, sorrisi, bancarelle ovunque, con cibo di ogni genere, insetti fritti compresi, pentolame, vestiti usati e ciarpame vario. Bellissimo. Risaliamo sul pulmino per raggiungere un villaggio con case palafittate e tanti, tantissimi bambini che ancora una volta ci regalano i più bei sorrisi mai visti, ci vengono incontro, ci salutano e guardano i miei capelli biondi come se fossero la cosa più strana del mondo. Forse non li avevano mai visti.

Kampong Chang
Ci aspetta un lungo tragitto per raggiungere la provincia di Kampong Chang e approfittiamo per fare due chiacchiere con Prom che ci racconta ancora della dittatura di Pol Pot.
A volte, ci dice, quando moriva un neonato lo si nascondeva e ce lo si divideva per sfamarsi. A volte i soldati se ne accorgevano e uccidevano tutti. Tutti. Nessuno poteva avere nulla, né cibo, né pentole, né vestiti. Il regime aveva addirittura abolito la moneta: tanto nessuno poteva compare nulla. Non si poteva avere una famiglia, gli uomini e le donne erano stati divisi fin da subito, i figli sottratti alle madri con il preciso intento di disgregare le famiglie. Il regime uccideva senza pietà chiunque venisse considerato di troppo per un qualunque, banale motivo. E uccideva brutalmente, non con le armi da fuoco – i proiettili erano costosi – ma con gli stessi strumenti usati per coltivare: chi non moriva di stenti, veniva colpito a morte e buttato in una fossa comune, a volte ancora agonizzante.

Prom ride fragorosamente. E io gli chiedo come ha fatto a superare un tale trauma, come fa a raccontare tanto orrore, mantenendo quel sorriso. Prom, con il suo inglese sempre perfetto, mi sorride ancora e mi dice che lui è un uomo fortunato, perché è vivo, perché non è mutilato e perché nel campo profughi dove è stato portato dopo a liberazione vietnamita ha conosciuto quella che ora è sua moglie e madre dei sui cinque figli. Oggi lui ha un lavoro che gli permette di mantenere al meglio la sua famiglia. Oggi lui è vivo.

Il museo delle torture

Lasciamo la Thailandia e rientriamo in Italia.

Prom è un uomo fortunato perché oggi i suoi figli possono studiare l’inglese e un domani potranno lavorare come lui e contribuire a far conoscere il proprio Paese al resto del mondo.
Leggi altri racconti di ragazze alle prese con viaggi lenti 🚶♀️🎒
Vai alla sezione Meraviglie del Mondo 🗺️

Leave a Reply