Dieci giorni di Workaway in Argentina

workaway in Argentina
Stefano e Rita stanno facendo il giro del mondo con la sharing economy

Adrian e suo padre hanno più dipendenti di Apple, Coca Cola e Monsanto messe insieme. Facendo una stima ad occhio, la loro piccola impresa ha tra i 20 e i 30 milioni di lavoratori e per lo più si tratta di instancabili operaie. Come qualcuno potrà immaginare non sto parlando di logoranti catene di montaggio a Shenzen, ma di arnie; in particolare di 400 nidi di api nella provincia di Cordoba, in Argentina. In mezzo a queste meraviglie di efficienza e dolcezza abbiamo trascorso un Workaway di 10 giorni durante i nostri 3 mesi in Sudamerica.

Una vera multinazionale

Adrian è proprietario insieme a suo padre della “Apicola Jaregui”. Nonostante il relativamente piccolo numero di arnie, la loro azienda ha il secondo più grande negozio di attrezzature per l’apicoltura in Argentina. Ad aiutarli nella gestione dell’attività ci sono anche la madre e la moglie di Adrian, la dolcissima Juliya. L’azienda ha anche un dipendente umano, Miguel.

Oltre che su questo team permanente, per i lavori meno specializzati, la Jaregui conta su un costante via-vai di workawayers. Come ho già avuto modo di raccontare in altri post, workaway è un’organizzazione che permette di lavorare, all’estero e non, in cambio di vitto e alloggio. Adrian e Juliya ospitano i viaggiatori in una delle stanze di casa loro, che si trova proprio sopra al negozio e al laboratorio in cui si estrae e si immagazzina il miele.

Adrian vive nel quartiere nella periferia della città da sempre, Juliya invece si è trasferita in Argentina solo da un anno scarso. 28 anni lui e 22 lei, i due si sono sposati in Bielorussia, patria di Juliya, dopo una relazione a distanza di qualche anno. È stata Juliya che qualche tempo dopo il suo arrivo ha proposto al marito e al suocero di accogliere workawayers per farsi aiutare in una parte del lavoro, che è perlopiù stagionale. In alcuni periodi sono arrivati ad ospitare fino a 9 viaggiatori contemporaneamente, anche se in così tanti “era un vero casino”, ci racconta Juliya. A malincuore hanno recentemente iniziato a rifiutare alcune delle tantissime richieste di lavoro alla pari che ricevono.

Scambio alla pari

Le ragioni del successo del loro annuncio non sono difficili da intuire: un impegno di 4 ore al giorno nella seconda città più grande dell’Argentina, inoltre la proposta di lavorare con le api è originale e forse unica sul sito workaway.info, sito sul quale Adri e Juliya hanno un 100% di recensioni entusiaste e non poteva essere diversamente.

Workaway in Argentina
Juliya e Adri

Quando li abbiamo incontrati al terminal degli autobus di Cordoba, subito dopo avermi baciato nel più classico dei saluti argentini, Adri mi ha preso in giro per il mio accento spagnolo, piuttosto diverso da quello argentino. Il ghiaccio era così già rotto, 5 minuti dopo esserci conosciuti. Sono poi bastate poche ore per capire quanto fossero alla mano e interessanti i nostri hosts.

Artigiani del miele

Adrian ha origini italiane e ha la doppia cittadinanza e nel 2014 ha trascorso un anno in Italia lavorando per un’azienda apicola in Piemonte. All’epoca era già un esperto apicoltore e la Jaregui esisteva da quasi 20 anni, eppure in Italia ha scoperto un mondo. “L’apicoltura in Italia è molto più specializzata e tecnologica. La maggior parte del lavoro che qui facciamo a mano, lì è automatizzata. Con le macchine che avete là, qui potremmo raddoppiare la produzione. Per fortuna le api in Argentina producono molto di più che in Europa e in Usa!”.

L’Argentina infatti è un paese ultra-protezionista e quasi tutte le importazioni tecnologiche vengono tassate anche del 100%. Gran parte di quel lavoro “manuale” a cui sono “condannati” gli apicoltori argentini è stato il pane quotidiano per me e la mia ragazza Rita durante il nostro workaway. In 10 giorni con i nostri hosts abbiamo lavorato circa 7 mattine, di queste ne abbiamo passate 2 in mezzo alle arnie e 5 a disopercolare.

Workaway in Argentina
Disopercolando

La disopercolazione è la parte dell’estrazione del miele in cui si aprono gli opercoli, i buchi degli alveari in cui viene immagazzinato il miele. Per farlo abbiamo utilizzato un coltello termico capace di sciogliere la cera usata dalle api per sigillare le celle quando il miele raggiunge la giusta umidità. Dopo aver aperto gli opercoli dovevamo inserire i telai che li contenevano all’interno di una centrifuga che, girando per una ventina di minuti, li svuotava del dolce alimento. Inutile dire che questa operazione spesso richiamava decine di api affamate da tutto il vicinato che ci facevano compagnia per tutta la mattina con il loro ronzio. Un ronzio che era niente rispetto a quello da cui si viene avvolti quando ci si trova in mezzo alle arnie a disturbare le api.

Campi… di battaglia

Adri e suo padre hanno 4 campi in cui tengono le operaie. Questo permette loro di sfruttare climi diversi e quindi periodi di fioritura diversi, ottenendo così una stagione di raccolta più estesa possibile. Il campo più vicino è a circa un’ora da Cordoba e il più lontano almeno 3 ore. Io e Rita abbiamo lavorato nei due campi più vicini.

Una volta ci siamo occupati dell’ultima estrazione della stagione e un’altra della preparazione degli alveari all’inverno. Bardati con due ingombranti tute di apicoltura, in entrambi i casi, i nostri compiti sono stati quelli di affumicare gli alveari per calmare le api e sollevare e spostare i moduli delle arnie, mentre Adri e il padre svolgevano le operazioni più tecniche. Nel primo campo controllavamo quanto erano gonfi di miele i telai e se erano sufficientemente carichi li portavamo via, stando attenti a lasciarne in sufficienza alle loro dipendenti per passare l’inverno, quando i fiori non forniscono più cibo. Nel secondo campo, i nostri hosts dovevano invece controllare che le arnie avessero un rivestimento termico, vedere se le api stavano bene, assicurarsi che la regina fosse viva ed efficiente ed inserire degli antiparassitari tra un telaio e l’altro.

All’opera in uno dei campi degli Jaregui

Da alcuni anni, infatti, le api hanno trovato uno spietato nemico, la varroa. Un acaro che succhia loro il sangue ed è capace di sterminare interi alveari. Inutile dire che alcuni nidi erano già stati colpiti e decimati prima che potessimo portare la cura. Come se non bastasse, in altri, la regina era, per qualche motivo, morta, lasciando le sue suddite senza guida.Sintomatico di questo era l’eccessiva presenza di api maschio (fuchi), che solitamente muoiono dopo aver svolto il loro dovere riproduttivo. Morendo, sua maestà, non aveva dato l’ordine alle operaie di non nutrire più i fuchi e questi erano quindi ancora vivi. Quando è stato possibile, i due esperti apicoltori hanno inserito negli alveari senza guida una nuova regina, sperando che le api la accettassero. Per avere qualche possibilità in più, la ricoprivano di miele in modo che le operaie vi si strofinassero sopra trasmettendole il loro odore.

Gli odori sono fondamentali nel mondo delle api. Gli ordini vengono infatti impartiti tramite ferormoni. Un’ape attaccata, ad esempio, rilascia un ferormone che dice alle compagne di avventarsi sul nemico. Anche la produzione di miele viene regolata dalla regina con i suoi ormoni. Con il battito delle ali e le loro danze, le api riescono poi ad indicarsi dove sono i fiori, dove è l’entrata dell’arnia, dove si trova la regina e tantissime altre informazioni.

Rita tiene il telaio di un’arnia a mani nude

Adri e suo padre erano entusiasti di spiegarci tutte queste cose mentre lavoravamo. Ascoltarli, oltre che infinitamente interessante, era anche un ottimo modo per distrarsi dal minaccioso roboare delle api che ci avvolgevano e si scagliavano contro di noi: nonostante le spesse tute ermetiche, ci si sente un po’ intimiditi. Ovviamente questo non riguardava Adri ed il padre, che per i lavori più delicati si toglievano addirittura i guanti.

Lo stoicismo non basta

Un alveare può ospitare fino a 100000 api e sono tutte pronte a morire per la propria regina. Il senso del dovere di un’ape non ha eguali: se ritorna a mani vuote all’alveare non viene lasciata entrare; se torna malata, viene scrificata per salvaguardare le sue compagne; se nasce nella buona stagione, vive solo poche settimane perché arriva a visitare fino a 700 fiori al giorno e percorrere fino a 150000 chilometri per fare un chilo di miele. Definirlo un lavoro usurante è forse un eufemismo.

Nonostante il loro stoicismo, le api stanno morendo. L’inquinamento e la scomparsa di spazi verdi le hanno private del loro habitat. In paesi come l’Italia sopravvivono perlopiù grazie all’apicoltura, che ha però anche la grave colpa di averle indebolite, addomesticandole troppo. In Argentina, dove l’apicoltura è piuttosto recente e gli spazi verdi sono ancora sterminati, le api sono più resistenti e produttive (e aggressive), ma anche qui le cose stanno cambiando.

Ci sono poi paesi, come la Cina, in cui si è arrivati a dover impollinare le piante a mano, perché le api non c’erano più. Niente api, niente impollinazione; niente impollinazione, niente frutti: niente mele, pere, zucchine, cocomeri, castagne, cipolle, carote, cavoli… Vogliamo veramente vivere in un mondo senza cocomeri? E soprattutto, possiamo davvero farlo?

Tre mondi

Il workaway con Adri e Juliya non è stato fatto solo di interessantissimo lavoro. Ci sono state molte ed illuminanti occasioni per confrontare culture e modi di vivere diversi (bielorusso, argentino e italiano). Adri, che si è confrontato con tutti e tre, non ha dubbi: nonostante tutti i suoi problemi, l’Argentina è il posto migliore per vivere. La scarsità di popolazione la rende ancora una terra ricca di opportunità, ma non solo. In Europa, ha visto come molti di noi vivono per lavorare: ”Là da voi ti vendono macchine usate con pochissimi chilometri, perché non avete il tempo di usarle. Qui non si trovano, perché quando compriamo qualcosa ce lo godiamo fino alla fine”.  C’è anche altro: la cronica instabilità economica dell’Argentina costringe la gente a vivere alla giornata, a non attaccarsi alle certezza e ad essere più intraprendente.

Nel nostro mese in Argentina, Adri non è stato l’unico che la pensava così e per molti, per esempio, una moneta stabile come l’euro era inconcepibile, abituati come sono ad un’inflazione che arriva anche al 40%!

Un aplauso para el asador

Il tempo con Adri e Juliya vola. Ci si rende costantemente conto che sono proprio una bella coppia: Adri è un simpatico bontempone e Juliya è più tranquilla e mite, ma nasconde grande maturità e sicurezza, come dimostra il fatto che a 22 anni si sia catapultata in un mondo lontanissimo e diverso, in cui deve mettersi alla prova ogni giorno. Visto che non era abbastanza, ha deciso anche di iscriversi all’università per una seconda laurea, oltre che di trasformare la propria casa in un crocevia di “estranei” tramite workaway. A dire il vero, essere “estranei” non significa comunque molto quando si sta con gli Jaregui: ci hanno letteralmente accolto in famiglia.

Workaway in Argentina
Rita con il padre di Adri, il nostro asador. “Un aplauso por el esador!”

Abbiamo trascorso anche un fantastico weekend nella casa di campagna dei genitori di Adri, che ci hanno cucinato un succulento asado: la famosa carne alla brace argentina, composta da svariate parti di bovino. Per la cronaca, in Italia sono quasi vegetariano, ma non ho potuto, né voluto, tirarmi indietro davanti a un simile banchetto. Inoltre, in Argentina, il vegetarianesimo non è né contemplato, né possibile: penso che sarebbero capaci di mangiare carne anche per contorno. In ogni caso: “un aplauso para el asador!”

Workaway in Argentina
uno splendido asado

Anche per la nostra ultima sera a Cordoba, i genitori di Adri ci hanno voluto nel loro bellissimo appartamento con vista per un’ultima squisita cena con tutta la famiglia.Workaway in Argentina

A Cordoba abbiamo riempito i nostri zaini di tanto affetto, lunghe chiacchierate, grandi risate, attività interessantissime, folklore e 5 punture di ape. Non potevamo chiedere di più da un workaway.

SFOGLIA LA GALLERY DI FOTO DELL’ESPERIENZA DI STEFANO E RITA IN ARGENTINA:

Per saperne di più…

Stefano e Rita stanno facendo il giro del mondo con la Sharing Economy. Potete ascoltare una loro intervista su youtube.

Oppure visitare la loro pagina facebook IO VOLEVO SOLO ANDARE IN MAROCCO.

Leggi anche il loro racconto sul viaggio in nave cargo.

Quest’avventura è stata possibile grazie al Workaway

Per iscriverti al Workaway clicca qui.

Scopri di più su:

About Rita e Stefano BonaVera 9 Articles
Stefano: fiorentino, laureato in lingue e ora iscritto ad antropologia, receptionist in hotel da più di 10 anni. A novembre 2016 sono partito per un anno di viaggio con la mia ragazza. Rita: calabrese di nascita e crescita, fiorentina d'adozione. Fra pochi giorni parto per un anno sabbatico col mio ragazzo in giro per il mondo. Prima tappa e ultima previste: Francia e Iran. Mi appassionano le lingue straniere, ma conosco bene solo l'inglese e francese. E anche la lingua dei segni italiana. Whatelse?

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