In Irlanda come ragazza alla pari

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Cosa vuol dire essere una ragazza alla pari

Dall’inizio di gennaio fino alla fine di giugno 2017, sono stata una ragazza alla pari in Irlanda. Era la prima volta che partivo per un’esperienza simile, e a dirla tutta era la prima volta che passavo all’estero più di una settimana senza amici o parenti.
Non inizierò a raccontare di quanto questa esperienza mi abbia cambiato, perché piuttosto che di cambiamento, nel mio caso si è trattato di prendere una maggiore consapevolezza di me e di ciò che posso fare. Un’esperienza dunque che mi ha insegnato quali possono essere i miei limiti, ma anche che ci sono parti di me che non conoscevo, e che dovrei invece far emergere più spesso. Non posso dire nemmeno che ho amato ogni singolo momento passato in Irlanda, essere una ragazza alla pari non è una cosa da prendere troppo alla leggera, ma posso dire invece che, nonostante tutto, quando ripenso a quei sei mesi affiorano solo i ricordi belli, e le cose che invece erano andate un po’ più storte in fin dei conti non mi disturbano più di tanto, erano parte del pacchetto e, forse, utili anche quelle.

Finalmente l’Irlanda

Dopo aver sognato per anni di visitare l’Irlanda, e complice il fatto che la laurea fosse quasi vicina, verso Agosto 2017 ho iniziato a pensare a come poter andare nell’isola di smeraldo spendendo il meno possibile. Avevo sentito parlare di Wwoofing e Workaway, ma sapevo che questi progetti, seppur li trovassi interessanti, non potevano fare per me. Essere una studentessa a tempo pieno e in un’altra città mi aveva impedito di trovare un qualsiasi lavoro stabile che mi desse delle entrate sicure ogni mese, e lo stipendio da cameriera nei weekend di certo non mi avrebbe potuto permettere di vivere con pienezza il mio viaggio in Irlanda, che volevo durasse a lungo. C’erano infatti tantissimi posti che avrei voluto visitare e sapevo che, volente o nolente, avrei dovuto spendere un po’.

Alla pari

Ho deciso quindi di provare la strada della ragazza alla pari.
Una ragazza alla pari generalmente va ad abitare in una famiglia di un Paese straniero e si occupa di badare ai bambini mentre i genitori sono al lavoro. Oltre a questa mansione, ne possono essere richieste anche delle altre, come ad esempio prendersi cura della casa e/o fare la spesa. Oltre al vitto e all’alloggio, la famiglia ospitante da alla ragazza (o, perché no, al ragazzo) una paghetta settimanale, generalmente attorno ai 100/150 euro. Alla base del contratto del mondo delle au pair ci deve anche essere la disponibilità di tempo libero. Nel mio caso avevo due giorni liberi (il weekend) e la sera durante la settimana. A volte mi poteva essere chiesto, con preavviso, di fare da babysitter durante il mio tempo libero.
La famiglia ospitante dovrebbe accogliere la au pair quasi come se fosse una “figlia adottiva”, rendendola parte della propria vita famigliare e cercando di aiutarla nelle piccole difficoltà che può incontrare durante la sua permanenza. In cambio, la ragazza alla pari deve cercare di fare del suo meglio nello svolgere i lavori che le vengono assegnati e cercare di mostrarsi disponibile a venire incontro alle esigenze che la famiglia può avere. Se ci si pensa bene, infatti, è quello che si farebbe in una comune famiglia.

Sfide e ostacoli

Ovviamente, tutto questo a parole può sembrare meraviglioso. La realtà ovviamente è che qualche problema può esserci e non sarà tutto rose e fiori, è bene metterlo in conto prima di partire.
Bisogna entrare nell’ottica che si sta andando a vivere in un’altra famiglia, di un altro Paese, con una cultura che, anche se può essere “occidentale” e molto vicina alla propria, allo stesso tempo può avere degli aspetti che si differenziano molto dai propri.
Da vera italiana, forse per me uno degli ostacoli più grossi è stato l’intero universo del cibo e soprattutto della divisione durante l’arco della giornata dei pasti.
Soprattutto i primi tempi, è stato difficile capire che se mi veniva offerto un sandwich alle due del pomeriggio, quella poteva essere la mia cena e avrei dovuto aspettare fino a quella che per me era l’ora di cenare prima di capire che non ci si sarebbe seduti tutti a tavola a mangiare insieme. In effetti quello che proprio più mi è mancato dell’Italia il mangiare assieme, seduti, e qualcosa che sia stato effettivamente cucinato, non solo scaldato o tirato fuori da un vasetto. Non sempre è stato così, comunque, e ogni tanto sono riuscita a sentire molto di meno la mancanza del mio Paese. Tra l’altro la cucina irlandese, intesa come l’insieme dei piatti tipici, è veramente buona ed è un peccato che non venga preferita ai più veloci pasti già pronti.
Tutto questo parlare di cibo in realtà è stato solo un modo per far capire come semplici cose come queste, in realtà possono avere delle differenze abissali quando ci si reca in un altro Paese e sono da tenere in considerazione. Credo sia la base per qualsiasi viaggio, a meno che non si vada in un villaggio turistico e non si esca da lì per tutta la vacanza, ma si parlerebbe di un tipo di viaggio completamente diverso e che nulla ha a che fare con la mia esperienza e quella di coloro che scrivono su questo sito.

Come ho viaggiato

ragazza alla pariDurante i sei mesi passati in Irlanda ho potuto viaggiare molto (anche se nella mia lista c’erano ancora più posti che avrei voluto vedere) e ho imparato a muovermi il più possibile. Prima di parlare dei miei spostamenti è necessario però precisare che in Irlanda il noleggio auto è piuttosto complicato. Innanzitutto, è necessario avere 25 anni per poter noleggiare. Durante le mie varie ricerche su qualsiasi tipo di sito internet possibile avevo trovato una compagnia che permetteva di noleggiare anche solo con tre anni di patente ma le tariffe, soprattutto quelle assicurative, si alzavano in maniera spropositata; inoltre, bisognava possedere una carta di credito intestata al guidatore, e questo mi porta a parlare del secondo problema relativo al noleggio auto. Nessuna carta di debito e assolutamente nessuna carta prepagata può essere utilizzata, e questo complica le cose per i giovani viaggiatori; infatti, la maggior parte delle altre ragazze e dei ragazzi alla pari che ho incontrato non aveva una propria carta di credito, e se ne era in possesso, non aveva i 25 anni di età per poter noleggiare un’auto. Questo ha complicato molto i miei spostamenti, ma devo dire che ho potuto comunque vedere la maggior parte dei posti segnati nella mia lista usando i mezzi pubblici o trovando soluzioni alternative, di cui parlerò dopo. Riguardo ai posti che non ho visitato, si tratta perlopiù di luoghi troppo lontani per pensare di raggiungerli in autostop e di tornare nell’arco di meno di 48 ore, oppure di luoghi che avrei potuto raggiungere con i mezzi ma il tutto sarebbe stato troppo costoso, nonché mi avrebbe richiesto un quantitativo di tempo per gli spostamenti troppo elevato.alla pari

Ho avuto la fortuna di non perdere mai treni, traghetti o pullman, anzi ho un aneddoto veramente curioso a riguardo. Un weekend ero in partenza con due amiche, anche loro au pair, per le isole Aran. Da Ennis, la città dove mi trovavo, avrei dovuto prendere un treno per Galway e poi da lì il traghetto. Arrivata alla stazione, ho iniziato ad aspettare che arrivassero le altre due ragazze. A cinque minuti dalla partenza, una delle due non era ancora arrivata: il taxi che avrebbe dovuto passare a prenderla era in ritardo, molto in ritardo. Il controllore del treno, che aspettava all’interno della stazione, ha chiesto a me e all’altra ragazza se ci fossero problemi perché ci vedeva agitate (non c’erano altri treni dopo che potevano permetterci di prendere il traghetto, per il quale avevamo già pagato il biglietto). Spiegatogli la situazione, il controllore di sua iniziativa è andato a parlare con il capotreno, con il quale ha contrattato prima due minuti e poi cinque in più per permetterci di aspettare ancora un altro po’ la nostra amica. Grazie a questa gentilezza, che sul momento ci sembrava una cosa fuori dal comune, abbiamo potuto andare sulle isole Aran probabilmente nel weekend più caldo di primavera, con una temperatura fantastica e una visibilità perfetta. Non ci saremmo nemmeno fatte chilometri in bicicletta in salita cercando di ritornare all’unico centro abitato dell’isola prima che diventasse completamente buio, ma questa è un’altra storia.

Non solo mezzi pubblici

alla pariLa cosa migliore che ho imparato da questi sei mesi è stata forse chiedere, semplicemente saper chiedere ciò che si ha bisogno. Tutto è iniziato con i genitori ospitanti. Abitavo in una meravigliosa casa con vista sulle rovine di un castello completamente immersa in mezzo alle colline e ai campi della contea di Clare. Sperduta in mezzo al verde, cosa avrei potuto voler di più?! Beh, forse la possibilità di spostarmi autonomamente verso la città o verso i boschetti e i laghi lì vicino ogni qualvolta lo volessi. Purtroppo, pur avendo la possibilità di usare la macchina dei genitori ospitanti, quasi sempre non ce l’avevo a disposizione. Era infatti l’unica macchina a cinque posti che possedevano e, con tre bambini, le possibilità che la potessi usare io nel tempo libero erano praticamente pari a zero, soprattutto nei weekend.

Ho iniziato quindi a chiedere. Prima proprio ai genitori ospitanti, chiedevo almeno una volta ogni due settimane un passaggio in città per poi da lì prendere i pullman, i treni, o semplicemente per fare delle commissioni. Se i genitori ospitanti non avevano tempo, voglia o possibilità di portarmi allora chiedevo ai vicini. Esaurita anche questa possibilità, chiedevo alle au pair più vicine se per caso erano dirette in città (a circa 20 di macchina da dove abitavo) e mi facevo dare un passaggio da loro. Se nemmeno questo funzionava, stavo a casa. Nel caso in cui decidessi di fare autostop, erano proprio i genitori ospitanti che piuttosto preferivano darmi un passaggio. Alla fine, infatti, si sentivano responsabili per me, nonostante faticassero un po’ a farlo vedere.  In questo modo ho potuto sfruttare appieno il tempo libero che avevo per viaggiare, esplorare o semplicemente muovermi. Certo, ci sono stati dei weekend in cui sono stata a casa senza potermi muovere, ma ce ne sono stati altri dove invece ho potuto usare la macchina e arrivare in alcuni posti che non avrei mai potuto raggiungere senza. Anche avere degli amici irlandesi ha aiutato: senza di loro non avrei mai visto il tramonto sulla Spiaggia a Lahinch, o le rovine di un monastero in mezzo al bosco o camminato in mezzo ai paesaggi della costa del Burren, dove roccia e acqua si incontrano.

Insegnamenti

Ecco quindi il primo, grande insegnamento: chiedere. Ho sempre avuto timore a chiedere favori di questo tipo, ho sempre avuto paura di dare troppo disturbo. In Irlanda però ho capito che da sola non potevo sempre arrangiarmi. Il tempo non permette nemmeno di pianificare un viaggio zaino in spalla e, per chi non è allenato, anche spostarsi in bicicletta per lunghe distanze può essere complicato. Ho sempre cercato di essere indipendente, ma ho capito che in alcuni momenti dovevo accettare di essere comunque sola in un altro Paese, e che avevo bisogno di una mano se volevo realizzare il mio sogno di vedere l’Irlanda. Spesso ho dovuto ricorrere, anche se a malincuore, a tour organizzati nei quali si passava l’intera giornata in pullman con delle soste lungo il tragitto nelle principali attrazioni, questo era però l’unico modo per raggiungere tante tappe in un solo giorno se non si disponeva di una macchina.

La seconda cosa quindi che ho imparato è stata quella di accettare, a volte, un compromesso. Non sempre ho potuto sposarmi come volevo, non sempre mi sono sentita a mio agio a continuare a chiedere passaggi e non sempre ho potuto passare tutto il tempo che volevo in certi posti ma, perlomeno, li ho visti. Mi sono letteralmente riempita gli occhi davanti a panorami che probabilmente hanno fatto si che questa esperienza fosse unica.

Cosa mi è rimasto di questa esperienza

alla pariEssere una ragazza alla pari mi ha dato tante opportunità per mettermi in gioco. La prima, grande, sfida è stata il dovermi spostare completamente da sola per la prima volta nella mia vita. Arrivare in aeroporto, trovare il pullman che mi avrebbe portato da Dublino ad Ennis, in uno Stato che non avevo mai visitato e con ancora troppe difficoltà nell’usare l’inglese senza sentirmi a disagio.
Una volta arrivata a casa, ho dovuto imparare ad adattarmi ad una vita famigliare diversa dalla mia e, soprattutto, ho dovuto imparare a sentirmi a mio agio il più possibile in questa nuova realtà. I primi giorni ti vedi come un’ospite e senti di dover chiedere il permesso per tutto, anche per andare in camera tua. Dopo una settimana ho capito che se avessi voluto passare sei mesi nel miglior modo possibile, avrei dovuto cercare di sentirmi più a mio agio in casa, sempre avendo cura di ciò che non era mio, e ricordandomi che ero pur sempre ospite in un’altra famiglia.
Muovermi da sola è stata la cosa meno difficile, in realtà.
Ho imparato ad amare la mia indipendenza, la mia capacità di spostarmi senza problemi da sola, se non trovavo nessuno con cui andare in esplorazione. Soprattutto per i primi tre mesi, ho viaggiato molto spesso da sola, e se all’inizio avrei voluto avere qualcuno con cui condividere quella bellezza, ho poi iniziato a trovare i benefici del viaggiare da soli, come ad esempio potermi fermare a fotografare, anche per minuti, senza sentirmi in colpa nel fare aspettare la persona con me.
Quando ho poi iniziato a viaggiare con altre persone, ho trovato anche in questo caso degli aspetti positivi che tutti possono immaginare. Per me, in particolare, erano la possibilità di condividere con qualcuno un bellissimo panorama, o un momento divertente, e anche un’occasione per potersi scambiare aneddoti sulle nostre vite come au pair.

Un viaggio nel Burren

alla pariIl più bel ricordo che ho dei miei viaggi in compagnia è stato un viaggio nel Burren con un’amica. Ci eravamo perse, o meglio, avevamo preso il sentiero sbagliato. Prima di ritornare sui nostri passi abbiamo deciso di fermarci in una casettina in pietra che fungeva da sala da tè. A gestirla, un uomo sui 65 anni, che dopo averci accolte ci ha chiesto di scegliere se prendere un tè o un caffè. Poco dopo è tornato con una fetta di apple pie e dei brownies serviti con panna fresca, direttamente dal latte delle sue mucche. Bevuto il caffè e mangiato i dolci (la gita nel Burren era stata decisa per smaltire tutto il cioccolato delle uova di Pasqua, ma tutto ciò è passato in secondo piano), il proprietario ci ha chiesto di lasciare una dedica sul suo libro degli ospiti, ed è stato bello scoprire che eravamo le prime italiane a fargli visita. Una volta pagato (tutto ad offerta libera, tra l’altro), questo signore ci ha chiesto se volevamo fare un giro nel suo orto e abbiamo subito accettato. Ci ha raccontato con passione cosa faceva quando non gestiva la sala da tè, e ci ha portato pure a vedere le pecore nate due giorni prima. Ci ha poi accompagnato in cima ad una collinetta da cui si vedeva tutto il paesaggio e ci ha spiegato come la zona rocciosa del Burren si è formata nel tempo. Come se non fosse stato abbastanza gentile, ci ha poi riaccompagnato fino al sentiero che avremmo dovuto prendere in partenza. Il tutto in cambio di due chiacchiere.
Quando abbiamo realizzato cosa può succedere quando si sbaglia strada, io e la mia amica ci siamo quasi commosse.

Colleghi di Aupair

La conoscenza di altri au pair è stata fondamentale. Ho conosciuto persone da tutto il mondo e due ragazze italiane che sono diventate delle amiche preziose. Ogni volta che ripenso alle serate nei pub, con la musica dal vivo e una pinta sul tavolo, la voglia di ripartire salta fuori all’improvviso e tutta la fatica dell’essere la au pair di tre bambini che sapevano essere dolcissimi e poco dopo delle pesti intrattabili passa in secondo piano.
Anche negli ostelli ho conosciuto parecchie persone e con una di queste ora sono costantemente in contatto. Soprattutto quando ero da sola in ostello, mi piaceva parlare con gli altri ospiti, spesso soli anche loro o in compagnia di persone che avevano anch’essi conosciuto in ostello, magari cinque minuti prima. L’atmosfera dell’ostello, il senso di comunità che c’è all’interno, è una delle sensazioni più belle che ho provato viaggiando. Anche da sola in una camerata mista da 24 persone, mi sentivo al sicuro, tranquilla. Sapevo che eravamo tutti nella stessa barca e che l’ostello rappresentasse un po’ un luogo in cui ci si da tutti una mano. A partire dalla cucina, in tanti erano quelli che cucinavano un po’ di più perché anche gli altri potessero assaggiare qualcosa di nuovo, o che lasciavano gli avanzi della spesa prima di partire cosicché qualcun altro potesse usufruirne. Generalmente mi fermavo in ostello una notte sola, ma l’ultima volta che ho dormito a Dublino, avrei voluto passarci più tempo.

Epilogo

Essere una ragazza, o un ragazzo alla pari, è un’esperienza che consiglio a tutti coloro che vogliono viaggiare avendo anche delle piccole entrate per potersi finanziare il viaggio.

Un altro consiglio è quello di informarsi, prima di partire. Soprattutto, con la famiglia ospitante, mettete ben in chiaro cosa vi sarà garantito e quali saranno i vostri compiti. Se avete intenzione di spostarvi molto, preferite famiglie che abitano vicino ai centri abitati, in modo che siano facilmente raggiungibili anche a piedi. Cercate altri au pair, tramite i gruppi Facebook e Whatsapp, sono un ottimo aiuto e vi danno la possibilità di confrontarvi e, perché no, rilassare i nervi dopo una giornata no.
Ho sentito dire da molte persone che passare del tempo all’estero come ragazza alla pari, piuttosto che tramite progetti come workaway, è uno spreco, soprattutto se si studia. Mi è anche stato detto che non avrei più ripreso a studiare se non avessi subito cominciato la magistrale dopo la triennale, e invece eccomi qui, di nuovo in piena sessione esami di gennaio, con un livello C1 in inglese, che non fa mai male, e ancora impresse nella mente le scogliere d’Irlanda, i prati verdi, le rovine di vecchi castelli e abbazie, nuovi amici e una nuova consapevolezza di me e di quello che posso fare.

di Cristina Brovelli

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