Viaggio lento in Perù: Huaraz e la Cordillera Blanca

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Dopo un 2018 di grandi cambiamenti in cui sono passata dal vivere l’Andalusia più rurale ed incontaminata, ai paesaggi infiniti dell’Irlanda del Nord, il 2019 mi vede catapultata in Servizio Civile a Lima: città grande, grigia, inquinata, trafficata, caotica e veloce, che poco si adatta ad uno stile di vita lento come il mio. Anche qui sto iniziando (con ahimè grande fatica) a ritagliarmi i miei spazi di lentezza, come nel corso di yoga restaurativo appena incominciato, ma è soprattutto quando riesco a viaggiare che recupero il gusto del lento.

Il Perù è un paese vastissimo, variegato e, salvo alcune eccezioni, si muove in autobus: il paradiso per una come me, che notoriamente adora questo mezzo di trasporto.

Per come l’ho vissuto fino ad ora, viaggiare in Perù, tanto in solitaria come accompagnati, è stato talmente facile da togliere quasi il sapore dell’avventura, ma ho anche visto il video di un’amica che viaggiava nel retro di un pickup insieme a una grande quantità di alpaca, quindi forse, semplicemente, non ho ancora esplorato certe parti di questo paese così grande.

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Oggi vi racconto il mio primo viaggio lento, destinazione Huaraz, punto di partenza per tutte le escursioni sulla Cordillera Blanca.
Una cosa che mi piace molto di questo Perù è il vantaggio di poter fare lunghi viaggi notturni, risparmiando sull’alloggio e guadagnando in giorni di viaggio: è un giovedì sera quando, con il mio coinquilino Charaf, ci rechiamo alla stazione degli autobus della compagnia Linea Bus, nel distretto di La Victoria, pronti per partire.

L’imbarco nei terminal terrestri in Perù è sempre uguale e simile a quello di un aeroporto: nei viaggi lunghi, il ticket elettronico viene sostituito con un ticket cartaceo, il bagaglio grande affidato a un addetto che lo farà arrivare in stiva, si passa un metal-detector, si mostra il passaporto e finalmente si può salire, reclinare il sedile, dormire. Le compagnie più costose hanno sedili comodi, televisori per guardare film, forniscono coperta e cuscino, snack di benvenuto e pasti se il viaggio è lungo. Le altre, no.

Da tre giorni prendiamo la pastiglia Soroche Pill con la speranza che ci aiuti a contrastare il soroche o mal de altura, il mal di montagna che potrebbe colpirci passando all’improvviso da una Lima che si trova a 30 metri sul livello del mare, a una Huaraz a 3052 m.s.l.m, alle montagne con altitudini ancora maggiori. Nella tasca esterna dello zaino ho un thermos con del mate de coca, tè di foglie di coca che aiutano a loro volta a combattere il soroche. Io spero di dormire per tutto il tragitto, ma passo il viaggio tra incubi, risvegli improvvisi, mal di testa e nausea, contando le curve che mi separano dalla destinazione.

Arriviamo a Huaraz alle 7.30 di mattina, dopo un viaggio di circa nove ore. L’aria è fresca rispetto a quella soffocante di Lima. Alla stazione evitiamo gli ‘avvoltoi’, decine di uomini che cercano di venderti pacchetti turistici o portarti in qualche hotel da cui ricevono commissioni. Ci stupiamo della calma, del silenzio, dell’assenza di traffico, e andiamo a fare colazione in un baretto in una strada secondaria.

Mentre bevo un mate de coca scrivo a Edwyn, guida andina contattata tramite couchsurfing che per questa volta non ci può ospitare, ma che ha promesso di darci qualche dritta. Lo incontriamo poco più tardi e ci sediamo su una panchina nella piazzetta della cittadina, mentre una signora in abiti tradizionali passeggia con un alpaca al guinzaglio. Il ragazzo ci consiglia di evitare i trek organizzati il primo giorno, dobbiamo prima acclimatarci ed abituarci all’altitudine: ci consiglia di fare una camminata tranquilla e propone di raggiungere la Laguna Wilcacocha (3745 m.s.l.m.). Ci spiega che possiamo prendere un normalissimo taxi fino ad un certo ponte, e da lì imboccare il sentiero che porta alla laguna, che non è segnalato ma è facile da trovare. Non può accompagnarci, ma ci fa conoscere Daniel, viaggiatore solitario spagnolo che ha ospitato qualche giorno prima, lasciamo i nostri zaini in ostello, compriamo cibo e acqua, poi Edwyn ci infila letteralmente tutti e tre nel taxi, lasciando indicazioni all’autista. Io sono seduta davanti, allungo al nostro nuovo amico peruviano dei soles dal finestrino con la promessa di prenotarci il trekking dell’indomani nel Parque Nacional de Huascaran, dice che un minivan verrà a prenderci il giorno dopo alle 4 di mattina in ostello.

Lo salutiamo in fretta e furia e il taxi parte alla volta del ponte da cui cominciare la nostra camminata. Raggiungiamo finalmente un piccolo ponte, paghiamo il tassista e ci incamminiamo, i ragazzi più avanti, io rimango ogni tanto indietro a godermi il paesaggio, a scattare fotografie, a meditare. Con Daniel ci troviamo bene da subito, anche lui couchsurfer navigato, parliamo piacevolmente di qualsiasi cosa, dai viaggi all’educazione libertaria, alle nostre vite, e scopriamo tanti punti in comune. Ogni tanto siamo incerti sul sentiero, ogni tanto ci sorprende la pioggia, ogni tanto ci perdiamo e ritroviamo, ogni tanto mi fermo perché l’altitudine si fa sentire e mi manca il fiato, ogni tanto incrocio qualche casa, ogni tanto incontro qualche pastore e mi sincero di aver preso il sentiero corretto.

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Dopo un mese in Perù, passato per lo più a Lima, finalmente i miei occhi si riempono dei paesaggi andini che sognavo fin da piccola, quelli che avevo visto solo sui libri di geografia prima e sul caro Google image poi. I ragazzi avanzano a passo spedito, io mi devo fermare, spesso, ad ammirare tutta quella bellezza, così grande che ho l’impressione che i miei occhi non riescano ad abbracciarla tutta.

Il meteo è molto variabile, siamo ancora nei mesi piovosi, e quindi è un continuo mettere e togliere il k-way, la felpa, e mettersi la crema solare anche se il cielo è coperto.
Davanti a noi si staglia la Laguna Wilcacocha, il verde-azzurro delle acque contrasta con i colori del paesaggio circostante, ci sdraiamo nel prato a goderci la vista e mangiamo un panino con un invitato d’eccezione, un simpatico cane randagio che elemosina pranzi ai viaggiatori.

Passiamo un po’ di tempo alla laguna, poi decidiamo di scendere per arrivare in città prima che faccia buio. Inaspettatamente, la discesa si fa più difficile della salita, le gambe molli per la fatica. Piove molto, il terreno bagnato diventa fangoso e friabile, le gambe sempre più pesanti, si scivola. Siamo tutti un po’ frustrati, Daniel è molto avanti, Charaf un po’ più indietro di lui, io per ultima. Scendo veloce e scivolo sui sassi infangati, cado con tutto il peso del corpo sul braccio sinistro, scivolo ancora più giù. Mi alzo a fatica e realizzo che non riesco a muovere il braccio. Raggiungo i ragazzi sofferente, proseguiamo il cammino per lo più in silenzio, io ho il viso rigato dalle lacrime, facciamo attenzione a dove mettiamo i piedi. A un certo punto raggiungiamo una famiglia seduta fuori casa. Le donne stanno sgranando mais, i bambini giocano a palla. Mi siedo per terra sullo zaino, Daniel fa un paio di palleggi infangati con il bambino più piccolo fino a che la palla finisce sul tetto della casa: fine del gioco, proseguiamo. A un certo punto piove sempre di più e quando vediamo passare un’auto chiediamo un passaggio. Lungo il cammino salgono altre persone del posto, anche quando l’auto sembra piena continuano a salire, ci stringiamo sempre di più.


Arriviamo a Huaraz sporchi e bagnati, salutiamo Daniel, il mio braccio fa molto male. Una volta in ostello, chiedo in reception se hanno del ghiaccio, penso di uscire a cercarne dopo la loro risposta negativa ma, neanche il tempo di formulare il pensiero, Daniel mi scrive un messaggio: è andato al mercato, ha trovato del ghiaccio, è venuto a portarmelo. Ci accomodiamo nella sala comune a chiacchierare e bere mate de coca, io con il sacchetto pieno di cubetti di ghiaccio appoggiato sul braccio (spoiler alert: la radiografia di qualche giorno dopo dirà che il braccio non è rotto). Ci ha portato anche un sacchetto pieno di foglie di coca per l’escursione dell’indomani.
Stanchi, nervosi e provati dal mal di montagna, andiamo a letto presto, la sveglia puntata alle 4.00 a.m., ora in cui qualcuno dovrebbe venirci a prendere.

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